5 settembre, la guerra che viene. Teoria politica e “pensiero strategico”

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Uno dei compiti di maggiore impegno per le forze militari è quello di prevedere le guerre del futuro; nel corso della storia, quegli eserciti che si sono preparati a combattere mantenendo aggiornate tattiche e armi hanno vinto la prima battaglia affrontata, che spesso è stata anche la più decisiva o l’ultima di quel conflitto.
(Louis A. Di Marco, La guerriglia urbana da Stalingrado all’Iraq)  

“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. L’asserzione di Clausewitz è quanto mai nota e ricordata tuttavia, nei nostri mondi, sembra essere stata ben poco assunta come elemento fondante della politica. Non solo il noto Della guerra ma tutto il “pensiero strategico” è sempre stato ampiamente snobbato dal movimento comunista europeo. E questo non da oggi. Eppure quel testo è tutto tranne che un trattato tecnico – militare bensì una delle principali riflessioni sulla relazione venutasi a determinare tra forma – guerra/forma – stato al seguito della rottura epocale prodotta dalla Grande Rivoluzione. Lì Clausewitz, in sostanza, pone il problema di come cooptare la forza inarrestabile dell’esercito dei cittadinisenza passare per la strettoia della sovversione rivoluzionaria. Ciò che affronta Clausewitz è il problema che tutto il potere politico europeo controrivoluzionario si trova a dover sciogliere, nonostante la sconfitta di Napoleone avesse momentaneamente arginato lo spettro dell’89. Insomma non acqua fresca ma il cuore politico di tutta una fase storica.

L’idea che tra politica e guerra il nesso fosse tutto tranne che così lineare accompagna l’intera storia degli stessi movimenti rivoluzionari europei. In contemporanea la stessa attenzione, in termini pratici, per la “questione militare” è sempre stata a dir poco elusa. Limitandoci a osservare le vicende del nostro Paese la cosa appare quanto mai evidente. Di fronte all’avanzata del fascismo tutte le anime politiche del movimento operaio si mostrarono se non proprio passive sicuramente inadeguate. Eppure tutto si può dire tranne che, a livello di massa, non vi fosse volontà di battersi. Alla testa di queste masse si ritroveranno “quadri militari” senza alcun legame con le organizzazioni politiche le quali,di fronte alla volontà di combattere che la classe stava mettendo in campo, si limitarono a essere spettatori e per di più anche critici. Parma, sotto questo aspetto, ne rappresenta il caso tanto noto quanto esemplificativo. Parma insorge. Fascisti e forze governative non riescono ad averne ragione. L’insurrezione regge, si rafforza e si allarga ma Parma è isolate e accerchiata. Da tutto il nord Italia i fascisti iniziano a far convergere verso la città ribelle le proprie squadre armate. Il movimento operaio, comunisti in testa, rimane passivo. Eppure non sarebbe stato poi così difficile intervenire. Organizzare imboscate, far saltare ponti e strade era impresa quanto mai realistica così come, al fine di alleggerire la pressione su Parma,  attaccare militarmente i fascisti dentro le altre città era qualcosa che aveva ben poco di utopico. I fascisti con non poca coerenza, occorre riconoscerlo, stavano ponendo in atto quella guerra civile internazionale che Lenin aveva individuato come l’elemento centrale e determinante della scena politica internazionale proprio della fase imperialista. Aveva forse raccontato qualcosa di diverso l’Ottobre e l’intervento armato dell’imperialismo contro la rivoluzione? Palesemente no. Lo scenario obiettivo era quello. I fascisti non facevano altro che, dal punto di vista della controrivoluzione, porsi sul filo del tempo.

 Sulla linea di condotta dei comunisti in quel contesto si è molto insistito sul settarismo che il partito di Bordiga si portava appresso e, in coerenza con ciò, a non volersi contaminare con espressioni politiche spurie come indubbiamente furono gli Arditi del popolo. Una spiegazione che, a ben vedere, spiega tutto e non spiega nulla. Il partito di Bordiga è sicuramente un partito settario, prono all’isolazionismo e fortemente indirizzato verso l’estremismo ma , ed è questo il punto, è disarmato tanto quanto gli altri. Anzi, proprio l‘estremismo del partito bordighiano, può essere preso come cartina tornasole dello snobismo che il movimento comunista mostra verso la “questione militare”. Bordiga sul piano teorico è il meno legalitario di tutti i quadri dirigenti italiani. Decisamente astensionista e antiparlamentare non sembra cullare alcuna attrazione verso le retoriche della democrazia borghese. Ci si aspetterebbe, quindi, un partito fortemente attrezzato soprattutto sul piano illegale, un partito tutto proteso alla preparazione dell’insurrezione e al combattimento. Bordiga, in apparenza coerenza con ciò, rinunciò a qualunque contaminazione con gli Arditi del popolo contrapponendo a questi la “guardia rossa” embrione di quell’Esercito rosso che avrebbe dovuto guidare l’assalto al potere statuale borghese. Una guardia che, però, nessuno fu mai in grado di scorgere neppure in fieri. Al proposito sono quanto mai disarmanti le memorie di Bruno Fortichiari, all’epoca responsabile nazionale del partito per il lavoro illegale. Il logistico di cui dispone il partito, nel momento in cui i fascisti scendono concretamente sul terreno della guerra civile, è composto da quattro rivoltelle mentre quelli che, in potenza dovrebbero andare a comporre i battaglioni della guardia rossa, si riducono a qualche decina di militanti che non hanno mai fatto un’ora di esercitazione militare ma, nella migliore delle ipotesi, si sono prodotti in qualche allegra scampagnata in montagna. Resoconto impietoso quello fornito da Fortichiari in grado, però, di fotografare al meglio come il “pensiero strategico” rimanesse del tutto estraneo al movimento comunista italiano e possiamo aggiungere europeo. 

Quanto poco c’entrasse il settarismo in questo disastro lo si vede chiaramente osservando quanto accade dopo la svolta consumatasi a Lione nel 1926. Bordiga è posto in minoranza e il partito passa sotto la direzione del gruppo Gramsci. Mutazione radicale sul piano della linea politica ma che, sul piano della “questione militare”, non sposta di una virgola l’atteggiamento del partito dall’era Bordiga. Bisognerà attendere la guerra di Spagna perché tra i comunisti italiani iniziassero a formarsi dei “quadri militari”. Su di loro poggiarono non poco le sorti della Resistenza. Gran parte dell’esperienza Gap, in particolare, risultò per intero opera di questi. In quel frangente il “pensiero strategico” e la “questione militare” sembrarono assumere il ruolo che gli compete dentro la politica, ma fu solo un attimo. In tutta fretta, a guerra conclusa, quella finestra venne non solo chiusa ma sbarrata. Gran parte dei “quadri militari” epurati o resi innocui e il “pensiero strategico” nuovamente accantonato. Il prevalere della “guerra di posizione” sulla “guerra di movimento” fece sì che, parafrasando Clausewitz, non la guerra ma la cultura e l’educazione diventassero la continuazione della politica sotto altra forma. Una suggestione propria della teoria politica di Gramsci che, sulla scia di ciò, divenne la stella polare dei comunisti. In tutto ciò la grande rimozione è Lenin.      

Di Lenin sappiamo praticamente tutto, o quasi. Del suo amore per la musica classica, la predilezione per i felini, la passione per il sollevamento pesi, il pattinaggio e persino della sua non sempre trasparente condotta matrimoniale. Nulla, invece, conosciamo del suo costante interessamento per la “storia militare” e la particolare dedizione che riservò allo studio del “pensiero strategico”. Mentre sui suoi “appunti filosofici” si sono riversati intellettuali di ogni genere e tipo le “Note su  Clausewitz” e i coevi “appunti militari” non compaiono neppure nell’edizione delle Opere complete. Un lapsus in grado di rilevare qualcosa di non secondario. Per la teoria politica comunista europea il “pensiero strategico” è pura nullità. Dedicare tempo ed energie a studiarlo una pura perdita di tempo. Tutto ciò non fa che confermare come la relazione politica/guerra non solo non venga colta ma, a conti fatti, considerata del tutto priva di fondamento. In tale ottica la guerra diventa pura anomalia qualcosa che non include la politica, piuttosto la emargina. La guerra sarebbe la negazione della politica, non la sua continuazione e, sulla scia di ciò, il “pensiero strategico” un semplice balocco per persone mai diventate adulte. 

Eterni Peter Pan i militari, continuamente alle prese con i loro soldatini e fanciulleschi “giochi di guerra” una sorta di “giochi di ruolo” ante litteram, non avrebbero nulla di sensato da dire sul mondo anzi il mondo reale inizierebbe proprio oltre i confini blindati delle loro caserme. Ma il “pensiero strategico” è veramente questo altro? Il “pensiero strategico” può essere ascritto a quell’ambito della “erudizione inutile” che in Europa, a partire dai monasteri medioevali, non ha mai cessato di auto - riprodursi? Molti indicatori sembrerebbero dire il contrario. Se, per esempio, prendiamo tra le mani i manuali di Controguerriglia della CIA e della NATO degli anni ’70 scopriremmo che, non senza un grano di stupore, il “pensiero strategico” affrontava la “questione femminile” in modo ben poco prono alle retoriche sessiste dominanti. In questi manuali, infatti, si raccomandava, nel momento in cui si entrava in contatto con un gruppo “terroristico” di eliminare e/o neutralizzare per prima la componente femminile del commando poiché le donne risultavano essere le più pericolose, le meno prone alla resa e, per lo più, le migliori combattenti. Tutto questo in un’epoca in cui, nonostante il ’68, emanciparsi dall’essere “angelo del ciclostile” costò non poca fatica alle donne. Una declinazione in chiave femminista del “pensiero strategico”? Sicuramente no. Piuttosto la prosaica e realistica constatazione, ricavata dall’esperienza, di un dato di fatto: le donne combattono meglio e con più determinazione degli uomini. Può piacere o meno ma, in guerra come nel calcio, a decidere è solo il campo e se le donne risultano militarmente migliori degli uomini c’è ben poco da discutere e ancor meno da obiettare. Bisogno semplicemente riconoscerlo. Del resto non è neppure  un caso che non Andreas ma Ulrike fu il primo membro della RAF a essere stato “suicidato”.

Per la sua natura immediatamente pratica il “pensiero strategico” è obbligato a porre tra parentesi, almeno il più possibile, pregiudizi e stereotipi. Del resto quanto la reiterazione di questi abbiano effetti nefasti i miliari americani lo sperimentarono sulla loro pelle con Pearl Harbor. Il marcato razzismo dominante tanto tra i politici che tra i militari è, infatti, una tra le spiegazioni più plausibili  del disastro conseguito alle Hawaii. A partire dall’inossidabile presupposto della superiorità dell’uomo bianco, gli americani, nonostante alcune avvisaglie raccontassero il contrario, ritennero razzialmenteimpensabile da parte dei “gialli” il solo pensare un’operazione come quella portata contro la flotta del Pacifico. Evidentemente quella lezione servì, e non poco.  

Questo lungo preambolo per dire che tenere a mente l’elaborazione teorica del “pensiero strategico” è uno dei modi più “concreti” per cogliere gli indirizzi politici del presente. Tra la molta pubblicistica a disposizione due testi: L’arte della guerra nel mondo contemporaneo di Rupert Smith   e La guerriglia urbana da Stalingrado all’Iraq di Louis A. Di Marco ne sono una buona esemplificazione. Il testo di Smith, teoricamente denso, riassume il punto di vista contemporaneo del “pensiero strategico” occidentale. Di questo lungo e complesso testo, che nel contesto non può essere discusso, la parte conclusiva è particolarmente degna di nota poiché, in maniera quanto mai esplicita prende atto che le nuove guerre sono e saranno guerre contro la popolazione condotte, per lo più, in ambito urbano. La guerra in città, che di per sé non è una novità, condotta contro la popolazione. Anche questa, in fondo, non è una novità poiché tutta l’epopea delle guerre coloniali è stata esattamente una guerra contro la popolazione. La novità consiste nel fatto che questo tipo di guerra diventa, secondo gran parte degli analisti strategici, la principale forma – guerra del presente tanto che, come si sta ampiamente verificando ad esempio in Siria, tutte le altre forme della guerra sembrano assumere il ruolo di forme compartecipi della guerra coloniale. Sotto questo aspetto ancora più interessante risulta il lavoro Louis A. Di Marco. La guerriglia urbana da Stalingrado all’Iraq  non ha sicuramente il respiro teorico e la visione storica presente nel lavoro di Smith tuttavia, per quanto molto più modesto, ha l’indubbio merito di cogliere il succo della questione evidenziando, nel corso dell’esposizione, le coordinate del politico nell’era attuale.  

Di Marco evidenzia come la Battaglia d’Algeri sia qualcosa di completamente diverso dalle guerre urbane che l’hanno preceduta. Tanto Stalingrado quanto Aquisgrana non hanno alcuna analogia con quanto va in scena ad Algeri. Le prime due sono guerre combattute da due eserciti che si scontrano su un fronte. Un fronte che delinea due territori ben distinti. I tedeschi stanno da una parte, i sovietici dall’altra, la stessa cosa vale ad Aquisgrana solo che il posto dei sovietici è preso dagli americani. Le due parti entrano in contatto solo per combattersi ma non condividono il medesimo spazio. Per quanto sottile la linea del confine è quanto mai rigida ed è superabile solo attraverso un’operazione militare. A ciò si aggiunge la non secondaria differenza che, tanto a Stalingrado, quanto ad Aquisgrana gli obiettivi sono la difesa o la conquista della città al fine di portare a termine un progetto di conquista militare.  Stalingrado doveva aprire le porte alla acquisizione di siti strategici portandosi appresso il collasso dell’URSS, Aquisgrana spalancare le porte verso il bacino della Ruhr cuore industriale della Germania. Obiettivo della guerra non è la popolazione. Ad Algeri non vi è nulla di ciò. Non vi sono due eserciti ma un esercito e la popolazione. Non vi è un fronte, una linea di demarcazione poiché, tanto per l’esercito quanto per la popolazione il fronte è ovunque. Non ci sono siti strategici da conquistare in quanto l’esercito deve domare la popolazione senza sterminarla o farla interamente prigioniera mentre la popolazione deve rendere la vita tanto difficile agli occupanti da obbligarli ad andarsene. Tutto questo non ha alcuna similitudine con le guerre urbane precedentemente conosciute. La battaglia d’Algeriinaugura una stagione del tutto nuova. È la guerra coloniale contemporanea. 

Non a caso Derry è l’atra battaglia urbana sulla quale  Di Marco si sofferma a lungo. Derry, forse ancor più di Algeri, può considerarsi l’archetipo del presente. Lì, dentro una dimensione esclusivamente urbana, si consuma una guerra che per il “pensiero strategico” si mostra non solo ostica ma di difficile soluzione. Il nemico è ovunque e la battaglia può accendersi in un qualunque momento. Qua la cosa si fa non poco intrigante. Il testo di Di Marco, infatti, può anche essere letto al contrario in quanto la guerra contro la popolazione è anche la guerra della popolazione il che fa assumere alla guerra tratti completamente diversi dal passato. 

Nella guerra tra eserciti, e ciò vale anche per la guerra in città, i “materiali” e la tattica operativa giocano sempre un ruolo ampiamente determinante. Per quanto su scala diversa, rispetto al campo aperto, vi sono pur sempre obiettivi visibili da raggiungere, postazioni da eliminare, terreno da conquistare e logistici da distruggere. In queste guerre vi è sempre una relazione sostanzialmente simmetrica. Nella guerra tra e della popolazione tutto ciò salta. Per forza di cose la popolazione è ovunque e la linea di confine tra popolazione belligerante e popolazione pacifica impossibile da definire.  Allo stesso tempo praticamente impossibile stabilire gli obiettivi sensibili da proteggere. Tanto per dire: proteggere la Ruhr dalle armate nemiche in fondo è facile. Le strade di accesso sono quelle, le forze in campo queste altre e il potenziale di fuoco, con una buona approssimazione, conosciuto. Del tutto diverso uno scenario dove la Ruhr può essere continuamente oggetto di sabotaggio dall’interno. Mentre nel primo caso si ha a che fare con un nemico visibile, la cui abilità consiste nel cercare di rendersi invisibile; nel secondo il nemico è invisibile per sua stessa natura. Non a caso, nonostante non trascurabili vittorie militari momentanee, tanto ad Algeri quanto a Derry il “pensiero strategico” non fu in grado di venire a capo del problema. In entrambi i casi, di fatto, ne uscì con le ossa rotte. 

Gli altri casi riportati da Di Marco, come la battaglia di Jenin in Cisgiordania, Ramadi in Iraq e la stessa Groznyj in Cecenia se, per un verso, possono considerarsi guerre contro la popolazione da un punto di vista operativo hanno molto più a che vedere con la guerra in città ma di tipo tradizionale o, più precisamente, di guerre tra e contro la popolazione dove le forme più tradizionali del combattimento si contaminano con la nuova tipologia bellica.  In tutti i casi si trattava di conquistare militarmente un territorio presieduto da forze militari, per quanto non convenzionali, che rimandava a scenari ampiamente noti. Non a caso, nella descrizione di queste battaglie Di Marco mostra di trovarsi maggiormente a suo agio. Deve, infatti, limitarsi a descrivere e analizzare i comportamenti militari senza l’incubo della “variabile popolazione”. Inoltre, a Groznyj e soprattutto a Ramadi i difensori della città erano a loro volta in gran parte degli occupanti  non così amati dalla popolazione. Nel caso della Cisgiordania, invece, lo scenario è a tutti gli effetti uno scenario di guerra dove uno stato imperialista contende, in permanenza, terre e territori di un altro popolo. In questo senso ciò che manda in scena Israele è più prossimo alla guerra coloniale classica che non alla sua dimensione postcoloniale.

Su quanto sinteticamente descritto occorre ragionare. Dobbiamo chiederci se questa forma – guerra che possiamo definire, nonostante la pur sempre possibilità di forme di conflitto tradizionale, postcoloniale ci interessa e in che modo. Rispondere affermativamente non appare un azzardo anche perché, a ben vedere, il ritorno della guerra di tipo coloniale nei nostri mondi è del tutto in sintonia con quell’uniformazione del mondo che i processi di globalizzazione hanno posto a regime e, per di più, nei nostri mondi ciò che sta andando in scena è una sorta di guerra postcoloniale, per quanto di intensità medio – bassa, assolutamente pura. Accanto a questa, infatti, non compaiono altre tipologie di guerra. Al contrario di quanto accade in altre parti del mondo, dove la guerra contro e tra la popolazione è contornata anche da conflitti classici di tipo interstatuale, nei nostri mondi a dominare è solo e unicamente la tipologia coloniale.

Da tempo, come tutto il filone degli studi postcoloniali ha evidenziato, la forma coloniale è diventata parte costitutiva di tutto ciò che, un passato non lontano ma ormai remoto, si definiva Primo mondo. Ampie quote di popolazione subalterna vivono una condizione del tutto assimilabile a quella coloniale. Nei confronti di queste popolazioni il potere politico mostra una nemicità in permanenza. L’esclusione e la marginalizzazione di quote sempre più ampie di subalterni non è che l’aspetto fenomenico di ciò che l’era contemporanea ha posto a regime: la relazione belligerante tra potere politico, quindi lo stato, e la popolazione. Ciò non nasce da oggi. In questi anni, tutta la vicenda TAV è al proposito quanto mai eloquente, abbiamo visto come, passo dopo passo, il potere politico sia entrato in guerra contro la popolazione. Una guerra che ha fatto proprie, reimportandole in loco, le logiche che hanno fatto da sfondo alle innumerevoli operazioni di polizia internazionale ovvero quella dicitura, come è stato ampiamente argomentato e analizzato, attraverso la quale sono state rinominate le guerre coloniali contemporanee. Uno scenario con il quale da tempo siamo abituati a convivere. Ma tutte le guerre inevitabilmente conoscono una loro escalation. Quanto andato in scena il 5 settembre scorso ne rappresenta un passaggio qualitativo. Attraverso la normativa andata in vigore in quella data lo stato della guerra contro la popolazione ha fatto un ulteriore balzo in avanti. La guerra in e nella città tra e contro la popolazione è qualcosa che, pertanto, ci riguarda direttamente. Alla luce di ciò interrompere l’infelice tradizione del movimento comunista occidentale e leggere e analizzare in controluce il punto di approdo del “pensiero strategico” è un modo, certamente non  il solo, per provare a essere sul filo del tempo. 

Emilio Quadrelli

 

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