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Perché portare la Valsusa in università?

Pochi giorni fa leggendo un editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica che alternava la monotona retorica pro-Tav  all’invito ad impiegare meglio il nostro tempo anziché sprecarlo per le manifestazioni contro l’alta velocità, abbiamo sentito la necessità di ribadire le nostre motivazioni contro quest’opera, metafora di un falso modello di progresso. Abbiamo avuto più volte occasione di incontrarci e confrontarci con il popolo valsusino, alle cui iniziative abbiamo partecipato attivamente anche nei momenti più difficili, dallo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, all’oceanica manifestazione del 25 febbraio scorso.

Le parole d’ordine del recente movimento contro la riforma Gelmini, di cui siamo stati registi e protagonisti, sono parecchio simili con quelle dei NoTav. Il rifiuto del debito pubblico, il rifiuto di pagare le conseguenze di una crisi che non abbiamo creato noi, la richiesta di politiche che puntino alla riqualificazione di servizi e infrastrutture già esistenti sono tutti punti di contatto tra il movimento studentesco e quello dei NoTav.In Val Susa non è in discussione la sola costruzione della nuova linea ferroviaria, ma un intero modello di sviluppo economico, dai caratteri fortemente reazionari e iperliberisti. Uno Stato che vuole portare avanti una “grande opera” a tutti i costi passando sopra le decisioni di un’intera popolazione (così come il governo Berlusconi approvò la riforma Gelmini ignorando le voci di milioni di studenti, docenti e ricercatori), è espressione di un modello di rappresentatività in crisi, incapace di ascoltare anche le richieste più semplici dei cittadini in nome della crescita e del profitto. Uno Stato che propone come soluzione alla crisi lo stesso modello che l’ha di fatto creata è destinato a fallire.

Recentemente ci siamo resi conto di come la forza impattante di un movimento, come quello No Tav, che pratica un’opposizione reale e fortemente calata nel sociale, sia in grado di creare scompenso e imbarazzo negli ambienti istituzionali per il semplice fatto di volere esportare la propria lotta e non volersi relegare ad un ambito “privato” (i famosi NIMBY di cui hanno parlato i mass media nell’ultima settimana). Quando, infatti, è stato organizzato qui in università un dibattito per presentare la marcia Bussoleno-Susa del 25 febbraio, la sola presenza dei No Tav nell’ateneo è stato un pretesto sufficiente, per il rettore Pellizzetti, a negare l’aula dell’incontro. I rappresentanti del potere, siano essi politici, tecnocrati, amministratori delegati o, come nel nostro caso, organi accademici, hanno paura quando non riescono più a contenere la rabbia e il dissenso, trovandosi di fronte un’unica possibilità: vietare la protesta e relegarla ad una mera questione di ordine pubblico.

D’altronde, quando si decide di costruire un cantiere per farne un deposito di automezzi militari e una caserma per migliaia di forze dell’ordine (che costano alla collettività 186 milioni di euro l’anno), si è già deciso che l’unica forma di dialogo arriverà attraverso la violenza, quella vera, dei manganelli e del gas CS, degli espropri forzati e delle cadute “accidentali” dai tralicci dell’alta tensione. Non quella dello spauracchio “black bloc” tanto caro al partito di Repubblica.

I numeri parlano chiaro: per mettere in sicurezza TUTTE le scuole italiane servono 13 miliardi di euro, per realizzare un’opera faraonica come il TAV servono 22 miliardi! Due cm di TAV equivalgono ad una borsa di studio, e l’intera opera potrebbe ampiamente coprire le borse degli 8.000 studenti idonei lasciati per strada dal governo regionale guidato dal leghista Cota nel 2012. Un chilometro di Tav coprirebbe un anno di tasse universitarie per 250 mila studenti, oppure permetterebbe la creazione di 55 nuovi treni pendolari, un disagio che gli studenti universitari sentono crescere ogni anno di più.

Per tutti questi motivi ci sentiamo di appoggiare la lotta No Tav, senza doverci fare insegnare come e con quali mezzi impegnare il nostro tempo e le nostre energie. Il linguaggio usato da Scalfari nel nome di un’univocità che probabilmente sente solo lui, ci parla della logica dei sacrifici, della flessibilità e del precariato, tutte situazioni che conosciamo fin troppo bene e contro le quali lottiamo quotidianamente. Il panegirico nei confronti del governo Monti ci sembra, di conseguenza, ancora più inappropriato, perché l’eredità dei primi cento giorni di “governo tecnico” nei nostri confronti è fatta solamente di austerità, false speranze, lavoro nero e lacrime da coccodrillo.

Perciò si rassegnino Scalfari, Monti e tutto il partito del Tav, noi la nostra scelta l’abbiamo fatta, e ci uniamo al popolo della Valsusa in lotta, nella speranza di ottenere un futuro migliore attraverso un cambiamento decisivo che, partendo dal contrasto all’alta velocità, possa parlare il linguaggio di migliaia di altre lotte!

Collettivo di Lettere e Filosofia – Torino

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