Tunisia: l’isola di Kerkennah alza la voce contro il neocolonialismo

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Pubblichiamo la traduzione di un articolo pubblicato nel maggio scorso sul sito Survie.orgSurvie.org che racconta la lotta degli abitanti di Kerkennah (Tunisia) contro un’industria estrattiva. Nel 2016 gli abitanti di quest’isola hanno bloccato la produzione di gas e petrolio, organizzato scioperi e cortei, per poi in un’ultima rivolta cacciare dal propio territorio la polizia venuta a difendere gli interessi della multinazionale. Al fondo un breve aggionramento su cosa è successo durante l'estate redatto in occasione della pubblicazione della traduzione in italiano del reportage

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Note preliminari sulla scrittura collettiva di un articolo europeo sulla Tunisia

“Poiché non ha idee, poiché è chiusa su se stessa, separata dal popolo, compromessa dalla sua congenita incapacità di riflettere sull’insieme dei problemi in funzione della totalità della nazione, la borghesia nazionale assumerà il ruolo di gerente delle imprese dell’Occidente e praticamente organizzerà il suo paese da lupanare dell’Europa.” Frantz Fanon, I dannati della terra[1]

Questa citazione di Fanon non è molto lontana dalla realtà presente. Ogni militante, ricercatore o intellettuale in Africa si confronta con la borghesia nazionale di cui parla lo psichiatra e rivoluzionario algerino. Dalla notra posizione di militanti europei bianchi, questo confronto è tanto più ineludibile  in quanto spesso essa rappresenta la nostra unica via d’accesso alla realtà degli ex paesi colonizzati. Abbiamo sempre una scelta da compiere: tacere la realtà della piccola classe dominante alla testa degli Stati post-indipendenza e i suoi intrecci con l’imperialismo, godendosi tranquilli soggiorni esotici al suo fianco, oppure condividere le lotte popolari che scuotono le società africane e assaggiarne almeno in parte l’amarezza. Il nostro privilegio non è solo quello di attraversare le frontiere legalemente ma anche la tranquillità di poter scegliere il rapporto che vogliamo intrattenere con la dominazione neocoloniale. In questo, certi membri perturbatori delle borghesie nazionali ci hanno preceduto e mostrato la via con insistenza da tempo. Nel Maghreb, Mohamed Ali El Hammi, Frantz Fanon, o Mohamed Boudja sono degli esempi di fedeltà al popolo e alla lotta come determinazione ad agire. Non abbiamo nessuna scusa.

Oggi, come si vedrà nell’articolo, la borghesia nazionale è ben rappresentata dalla direzione tunisina di una multinazionale come Petrofac e dal potere politico-mediatico che la sostiene. Dalla fine del regime di Ben Ali, se si è verificato un lieve e del tutto relativo miglioramento in termini di diritti e libertà, la piccola classe dirigente non ha tuttavia smesso di giocare il suo ruolo di intermediaria per adeguare la Tunisia alle regole più violente del mercato mondiale. Per nascondere lo sfruttamento che ne consegue, il neocolonialismo e i suoi collaboratori indigeni s’impegnano a costruire l’immagine di una Tunisia balneare e idillica da cartolina, dalla quale lo sguardo, soprattutto quello degli stranieri, non deve mai allontanarsi. Per decostruire l’illusione neocoloniale è necessario dunque scoprire altri discorsi, subalterni: quelli del popolo e delle sue lotte. Scrivere di tali discorsi significa dunque scegliere chi desideriamo incontrare, con chi dialoghiamo. È anche la scelta delle persone con le quali condividiamo la nostra quotidianità. “Come possiamo studiare altre culture e altre popolazioni in una prospettiva che sia libertaria, non repressiva, né manipolatrice?” si chiedeva Edward Said in Orientalismo[2]. Dobbiamo provare a rispondere a questa domanda che sembra rivolta in particolare a noi che siamo libertari perchè partigiani dell’autonomia delle lotte. Riferendosi più precisamente al Maghreb, la sociologa algerina Fanny Colonna ci ha lasciato l’indicazione seguente : “non c’è sapere sul mondo arabo senza un dialogo intenso con chi lo fa nel mondo arabo” [3].

Perciò, le interviste che hanno dato origine a quest’articolo sono state realizzate con due disoccupati tunisini di Kerkhennah e con un’impiegata della società Petrofac, ormai licenziata. L’analisi si produce mediante un dialogo che valorizza la parola altrui e punta alla decolonizzazione dei saperi facendo propria l’affemazione di Said : “bisognerebbe ascoltare i popoli colonizzati, sapere cosa pensano”[4]. Ma non è tutto, lo stesso metodo di restituzione del sapere deve secondo noi essere rimesso in discussione. Non è più possibile limitarsi esclusivamente alla scrittura giornalistica o scientifica. Le parole delle interviste contengono la propria analisi del mondo sociale cui non vogliamo sostituire la nostra, rimandando la loro in nota o in allegato, come fanno gli universitari ben intenzionati. Vogliamo rendere visibile la parola dei dominati sul neocolonialismo come la peste sul festino. Per parlare di Kerkennah l’articolo seguente auspica una “polifonia”. Lasciamo viva la voce dei nostri interlocutori rispettandone l’ordine delle loro parole in quanto parte integrante del testo se non addirittura come testo direttamente accessibile. La nostra analisi militante non lo completa, ma ci si aggiunge. Ci sembra che con una simile intertestualità si possa costruire un sapere rispettoso di ciascuno ma anche forgiare una cultura rivoluzionaria internazionale.

Kerkennah, un piccolo arcipelago simbolico

 

Arcipelago al largo di Sfax (al sud-est della Tunisia), Kerkennah era un simbolo politico già all’epoca del movimento di liberazione nazionale. E’ l’isola natale di Farhat Hached, fondatore del principale sindacato tunisino, l’UGTT (Unione generale tunisina del lavoro), nel 1946. Dal 2013, con l’apertura in Francia degli archivi del ministero dell’Interno e quello degli Esteri, sappiamo che il Servizio di documentazione esterna e di lotta contro lo spionaggio (SDCE, ex Direzione generale della sicurezza estera) è stata coinvolta nell’assassinio di Hached in collaborazione con la “Main Rouge”[5]. Non era la prima volta che lo Stato francese si rendeva responsabile dell’esecuzione di un leader sindacalista tunisino. Già nel 1924 il protettorato francese scioglieva il primo sindacato indigeno dell’impero coloniale, la CGTT (Confederazione generale dei lavoratori tunisini) e faceva imprigionare, esiliare o amazzare i suoi leader, il più famoso dei quali Mohamed Ali El Hammi. E’ a queste figure che Farhat Hached fa riferimento quando ricostruisce il movimento sindacale anticolonialista. Come Mohamed Ali, Hached è rimasto un simbolo molto importante del movimento sindacale tunisino, in particolare per Kerkennah.

Amira, militante libertaria tunisina originaria di Kerkennah che lavora per Petrofac a Tunisi, ci ricorda questa storia dell’UGTT quando ci incontriamo per la prima volta nel marzo del 2015 durante un sit-in davanti ai locali della società sull’isola. Ci racconta anche che durante quella mobilitazione uomini pagati da Petrofac aggredirono i responsabili sindacali locali sostenitori del sit-in nella sede dell’UGTT a Sfax. Lei stessa ci ha messo in contatto con dei membri dell’UDC (Unione dei Disoccupati Diplomati), attivi nel movimento sull’isola.

L’installazione delle multinazionali del petrolio e gas nella Tunisia di Ben Ali : una tranquilità di corta durata

Nell’agosto 2016 incontriamo per la prima volta Ahmad, membro dell’UDC, ad Al Attaya, a nord-est dell’isola.  L’avevamo intervistato per telefono un’anno prima durante il primo sit-in nei locali di Petrofac organizzato dai disoccupati dell’isola; già allora Ahmad non esitava a prendere la parola per denunciare la complicità del governo con i metodi mafiosi dei dirigenti dell’azienda inglese. Dopo un primo incontro riprendiamo appuntamento a Kraten per ritrovarlo con Karim, quest’ultimo in sedia a rottelle si sposta con più difficoltà. Ci installiamo con qualche bevanda calda al caffé del porto di questa cittadina specializzata nella pesca al polipo. Presentiamo le nostre domande ad Ahmad e Karim e il modo in cui vorremmo svolgere l’intervista. Ahmad parla bene il francese, Karim un po’ di meno, ma il suo compagno lo aiuta quando necessario. Abbiamo già seguito il sit-in dell’anno precedente, e non ci soffermiamo troppo, invece ci interessa capire come si è svolto il blocco di Petrofac e lo sciopero generale del 2016. Iniziamo la nostra intervista tornando un po’ indietro nel tempo, all’epoca dell’arrivo di Petrofac sull’isola nel 2007. Cosa si aspettavano i Kerkennesi? Ahmad ci risponde:

« Nel 2007, con Petrofac, come con TPS[6], tutti si aspettavano notevoli profitti per la Tunisia e per l’isola grazie all’estrazione del gas. Ci aspettevamo l’assunzione di molti quadri qualificati o di operai provenienti dell’isola. Ma ahimé, fin dall’inizio delle attività di Petrofac, ci siamo resi conto che nessuna di queste ambizioni si sarebbe concretizzata. Sono società che sfruttano, guadagnano per loro e lo Stato tunisino. Con o senza queste società di petrolio, non c’è ridistribuzione.”

Tornare al momento dell’installazione di Petrofac in Tunisia vuol dire tornare all’epoca del dittatore Zine el Abidine Ben Ali (detto Zaba) e su cosa significa la gestione delle richezze in una dittatura. Questo sguardo retrospettivo permette di capire, per chi non ha conosciuto quel periodo o per altri che se ne sono dimenticati un po’ troppo in fretta, perché così poche cose sono cambiate in Tunisia. In questo caso la differenza sta nella comparsa di una parola pubblica, di piazza, sui temi dello sfruttamento e della corruzione.Tuttavia i processi per reati di opinione proseguono[7]. Il cambiamento sta soprattutto nell’atto di prendere parola nonostante i rischi, più che in una vera libertà di espressione.

Come poteva un’azienda straniera, all’epoca Ben Ali, installarsi così facilmente in Tunisia e appropriarsi le sue risorse di gas? Distribuendo tangenti ai mafiosi che controllavano l’economia del paese, in questo caso il clan Trabelsi, mazzette il cui importo è stimato a 2 milioni di dollari[8]. Resta da capire 10 anni dopo i fatti, che cosa fa la giustizia britannica. Una domanda per chi in occidente teorizza la natura sostanzialmente despotica dei regimi arabi e non vuole mai sentire parlare di imperialismo. D’altronde, il giornalista algerino Hamza Hamouchène, che ha rivelato la corruzione del regime di Zaba da parte di Petrofac, si è anche interessato alla presenza della British Gas in Tunisia, in quanto più grosso produttore del paese. Il gigante capitalista inglese produce il 60% del gas tunisino grazie ai giacimenti di Hasdrubal e Miskar, di sua intera proprietà. Il gas è poi rivenduto alla STEG (Società Tunisina di Elettricità e Gas) : “il gas tunisino è venduto ai tunisini come fosse una materia prima importata!” osserva Hamouchène. Il clan Trabelsi è scappato ma le compagnie di gas si sono semplicemente trovate nuovi interlocutori che continuano a derubare la Tunisia. Se questi temi il potere post-14 gennaio, i presidenti Sebsi e Marzouki e loro diversi governi, si sono rilevati altrettanto sottomessi e impotenti dei loro predecessori.

Davanti alla debolezza dello Stato, sono dunque gli abitanti di Kerkennah a cominciare una lotta per difendere le loro risorse. Durante il movimento rivoluzionario dell’inverno 2010-2011 grandi manifestazioni di disoccupati per pretendere lavoro si erano svolte in tutta la Tunisia e anche a Kerkennah. Perciò nel giugno 2011, all’indomani dell’ “intifada”, viene firmato un accordo tra Stato e società petrolifere per lo “sviluppo” della regione. Sotto la pressione dell’UDC, quest’accordo prevede il versamento di un salario a 267 disoccupati dell’isola, assunti nella funziona pubblica locale. Tuttavia non sono previsti né contratti, né copertura sociale ma solo lo stipendio di 450 dinar[9]. Trascorrono tre anni finchè un giorno, nel gennaio 2015, i versamenti cessano. Due mesi dopo, il 10 marzo i disoccupati organizzano una prima occupazione di Petrofac e bloccano la produzione di gas. Durante i 37 giorni di sit-in un ambiente pesante si instaura nell’isola, come ci racconta Ahmad:

«Alcuni banditi pagati dalla direzione di Petrofac cercavano di mettere fine al sit-in, i media si accanivano contro chi faceva il sit-in accusandoci di essere dei terrorristi, dei casseurs... La loro tecnica consisteva nel confrontare i lavoratori di Petrofac con coloro che facevano il sit-in. Spargevano voce che la società sarebbe andata via dall’isola lasciando disoccupati gli impiegati, gente che avevano bisogno di lavorare avendo debiti e famiglie. [...] La polizia di Sfax arrivò il 10 aprile 2015, il capo era sul campo e negoziava lo smantellamento del sit-in. Bisognava interromperlo oppure avrebbe fatto uso dela forza. Abbiamo mantenuto la nostra posizione. Siamo stati chiari con lui. Non volevamo tornare a casa le mani vuote. Bisognava trovare una soluzione per questo “lavoro”, tra virgolette, in nero, nel vuoto, senza contratto, senza copertura sociale. Sono rimasti tutto il giorno e alle 16 sono ripartiti per Sfax. É  stata come una messa in scena teatrale  da parte degli sbirri a beneficio dei giornalisti che ripeterono, in concerto con Imed Derouiche[10] e la sua aministrazione, che non c’è sicurezza e polizia a Kerkennah, che il ministero dell’Interno non puo assicurare la sicurezza sul sito di produzione di Petrofac. Hanno voluto mostrare che avevano sufficienti forze per intervenire.»

Nell’aprile del 2015, oltre alla communicazione ufficiale, lo Stato si rende conto che un’operazione di polizia gli avrebbe istigato tutta la popolazione contro. Il sit-in ha goduto di un grosso sostegno da parte delle famiglie di Kerkennah, dai liceali ai lavoratori. Le autorità entrano allora in fase di trattativa. Il 16 aprile, viene proposto un accordo a l’UDC in prensenza dell’UGTT; in una riunione giudata dal ministero degli affari sociali, i rapresentanti del ministero dell’energia e il nuovo governatore di Sfax. La procedura doveva finire a dicembre 2015, momento in cui le rivendicazioni dovevano essere adempiute. A Kerkennah la calma e il lavoro riprendono. Ma il versamento dei salari viene interrotto propio quando stavano per sboccarsi gli accordi. E cosi che nel 2016, abitanti di Kerkennah e Petrofac si scontrano di nuovo.

Aprile 2016, secondo sit-in, intervento della polizia e sciopero generale

- Questo si-in è stato diverso rispetto a quello dell’anno precedente, quando c’è stato la prima occupazione di Petrofac e le trattative con l’UGTT, soprattutto il livello di scontro con la polizia. Come vi siete organizzati questa volta?

Ahmad : La diferenza con il secondo sit-in è stato l’intervento della polizia. E’ successo dopo 3 mesi e mezzo di sit-in. Il loro intento era ben chiaro, volevano usare la forza. Con numeri che superavano i 700 polizioti e i “bagas”[11]. Venne telefonato con anticipo all’ospedale di Kerkennah per allertare di uno stato di emergenza per tutta la notte. Hanno fatto il giro dei bar, ristoranti e punti di vendita alcool per dirgli di chiudere tutto alle 18. Gli alberghi hanno ricevuto prenotazioni per 4 giorni per ospitare gli sbirri. Moralmente ha toccato molto la gente di Kerkennah. Le foto dei poliziotti che vengono per picchiare il sit-in, che mangiano gamberoni e dorade nei ristoranti degli alberghi, che bevono birra la notte prima dell’operazione....

- Qual’è stata la reazione della gente di fronte alla repressione della polizia ?

Ahmad : Quando abbiamo saputo che la polizia era arrivata abbiamo cambiato il luogo del sit-in. Dal sito di Petrofac siamo andati sulla strada principale di Mellita, dove la polizia doveva passare. Sin dall’inizio, quando abbiamo bloccato la strada, i giovani di Mellita, i pescatori, le donne, erano con noi

- Come hanno fatto a sbloccare la strada ? 

Ahmad : Hanno lanciato lacrimogeni e li abbiamo confrontati con le pietre. Anche le donne hanno lanciato pietre contro i poliziotti. C’erano lacrimogeni ovunque, anche nelle case. I poliziotti insultavano gli abitanti di Mellita. Hanno aspettato la notte per avere un rapporto di forza più favorevole. La gente era andata a riposare, aspettando di tornare per il momento dell’intervento

- Quando sono riusciti a passare, hanno risalito su tutta la strada dell’isola ?

Ahmad : L’hanno solo aperta in modo da potere accedere a Petrofac, in realtà anche al resto dell’isola ma lì le strade sono state di nuovo bloccate subito dopo, e in modo più sofisticato, più professionale, con delle pietre gigantesche. Per esempio c’era un camion che trasportava pietre per un progetto di messa in sicurezza delle spiagge, e l’abbiamo dirottato per fargli riversare le sue pietre sulla strada principale. Boh, l’autista l’ha fatto in buona fede. Tanto mica erano le sue pietre, erano per  Kerkennah per un progetto, abbiamo pensato che quell’uso era più benefico al momento. C’era polizia ovunque, salvo a Mellita dove le strade erano chiuse, grazie agli abitanti. Per 12 giorni gli sbirri hanno dovuto prendere una stradina per aggirare Mellita. Non potevamo smettere di manifestare. Certi hanno pensato che un semplice corteo sarebbe bastato per liberare l’isola dalla polizia, sono stati picchiati di brutto e hanno capito così che parlare non serve a niente, che ci vuole un confronto sul terreno. Il problema è che la gente oggi dice di appartenere alla società civile, parlano della libertà di espressione, che si può fare attraverso il dialogo... salvo che in quel momento non c’era dialogo possibile sull’isola. Del resto, la cosa che più ha spinto la gente ad opporsi agli sbirri, erano le parole che loro rivolgevano agli abitanti, soprattutto alle donne.

La fine della risposta di Ahmad è ricca di insegnamenti sui movimenti sociali che squotono la Tunisia da una decina d’anni. Il caso particolare di Kerkennah  si ricollega ad altre lotte di territorio su tanti aspetti, e mostra la natura della relazione che la società tunisina intrattiene con lo Stato e i suoi simboli. Dall’intifada di Redeyef nel 2008, la questione della violenza si è sempre riproposta ai movimenti. Di fronte a uno Stato che ruba le richezze o si fa complice del furto imperialista, e che reprime con la forza ogni contestazione pacifica del sistema, la rivolta popolare torna ogni volta a essere l’unica soluzione possibile. Il comportamento dello Stato e della sua polizia a Kerkennah ricorda Redeyef : le forze dell’ordine invadono completamente lo spazio, provocano e insultano gli abitanti prima di aggredirli.  Questo modo di fare verso i propi concittadini non è una specifità dello Stato tunisino, si vede in tante altre ex-colonie.

In Africa, la polizia o l’esercito degli Stati post-indipendenza riprendono lo stesso ruolo della polizia e dell’esercito coloniale, spesso al servizio delle potenze imperialistiche riposizionate. Da questo punto di visto, la hogra è una realtà neocoloniale che prolunga la violenza coloniale : “Il regime coloniale è un regime instaurato della violenza [...] la sua durata nel tempo è funzione del mantenimento della violenza” [12]. Il trattamento particolarmente violento nei confronti delle donne ricorda anche lì il comportamento dei colonni. Provoca una reazione delle donne nello spazio pubblico, durante gli scontri e le manifestazioni, che è tanto più inedità rispetto al periodo dei movimenti di liberazione nazionale, poichè queste donne vengono dalle classi sociali più povere, di origine rurali (così le manifestanti di Redeyef, di Sidi Bou Zid o di Kerkennah), spesso disocuppate, condividono con gli uomini la rivendicazione del posto di lavoro.

La criminalizzazione del movimento sociale segue ugualmente una logica già vissuta altrove. Ahmad fa così il legame con Redeyef e il bacino miniero nel 2008 :

 « Il 4 aprile, avevamo 4 arrestati, era lunedi, sono stati portati via a Sfax, e martedi il tribunale ha deciso di metterli in carcere aspettando il processo. Con loro c’era una lista di 17 persone ricercate, con lo stesso tipo di accuse che avevano imputato agli abitanti del bacino miniero nel 2008, tipo ‘crimine in banda organizzata’. Era lo stesso linguaggio giuridico.»

Appare qui la pericolosa confusione tra la figura del « rivoltoso » e quella del criminale che tende sempre di piu’ a essere assimiltata al terrorrista. I sindacalisti di Redeyef erano stati accusati di terrorrismo dal regime di Ben Ali. Questa sovrapposizione viene usata anche in Europa. Nei movimenti sociali francesi, i militanti di sinistra, i figli d’immigrati ed i « terrorristi » sono sempre piu spesso confusi nelle rappresentazione dei media dominanti, o nel linguaggio giuridico dello stato di emergenza. Sotto la penna dell’accademico televiso Gilles Kepel, coloro che denunciavano l’islamofobia, il razzismo strutturale e la segregazione della communità musulmana in Francia furono accusati di creare dei «pseudoconcetti, macchine da guerra destinate a proteggere i salafiti» [13]. Nella primavera del 2016, il primo ministro Manuel Valls riprese il termine di « islamogauchiste » coniato da Kepel per indicare i manifestanti contro la loi Travail. La stessa accusa e’ stata portata anche dall’avvocato di estrema destra Gilbert Collard che li dipinge come « una minoranza attiva che vuole seminare in modo molto ovvio violenza e disordine in questo paese ». [14] Cosi’ chi contestava la Loi Travail e l’islamofobia era tanto piu suscettibile di subire repressione, che si ritrovava identificato col nemico nazionale, ovvero il terrorrismo salafita, definizione garantita da un orientalista quale Kepel. A Kerkennah nel aprile 2016, il primo ministro Habib Essid usò dello stesso termine accusando i contestatori di essere legati ai salafiti[15]. Amira, compagna impiegata a Petrofac, segnala questo elemento. Per lei come per altri abitanti di Kerkennah, lo Stato strumentalizza certi gruppi salafiti per schiacciare una contestazione. La paura di un attentato è vissuta a Kerkennah come una potenziale manipolazione del potere contro le lotte. Qualsiasi sia la verita dietro le quinte, i movimenti sociali tunisini mostrano come un ex-colonia può servire sia da terreno sperimentale di tecniche di repressione, sia da cassa di risonanza ai discorsi della « guerra contro il terrore » per un paese come la Francia[16]. La figura del criminale, del terrorrista viene a sovrapporsi con quella del manifestante per delegitimarlo. Lo Stato e le classi dirigenti hanno sempre paura di un eventuale perscorso delle lotte e delle communita’ in resistenza verso l’autonomia. Quando i musulmani costruiscono le lotte, o quando vi partecipano, sono sempre accusati di essere dei terrorristi. Eppure, a Kerkennah,  è propio la communità che ha avuto un ruolo emancipatorio di aiuto reciproco e di solidarietà.

 

« A Karaba, tra la spiaggia di Sidi Fenkhall e Borj Lahsar. »

- Come era organizzato il blocco di Mellita ? Immagino che bisognasse stare sul posto, organizzare i pasti, dormire ? Avete messo su tende ? 

Karim : Quando abbiamo spostato il sit-in di Petrofac verso Mellita, abbiamo bloccato i due accessi della strada, entrata e uscita. Eravamo presso le nostre famiglie.

Ahmad : Siamo Kerkennesi, la gente ci ha dato il necessario. Ci sentivamo anche meglio che da noi. Un giorno era couscous al polpo, il giorno dopo pesce alla griglia, ancora dopo spaghetti alle vonghole. Anche chi non era della città era come a casa sua, non c’era quasi differenza. E poi c’era la gente ricercata che bisognava spostare in caso di irruzione della polizia di notte in case piu distanti…

Cosa fa Petrofac ? Estrazione di gas, ma nello stesso tempo deve anche estrarre il condensato [idrocarburo ottenuto durante l’estrazione]. Il gas e’ mandato via pipe-line sottomarina, e il condensato è immagazzinato in quatro grandi serbatoi sul posto. Dopo un pò se non svuoti i serbatori [con i camion, per via terrestre], questi si riempiono e quindi devi chiudere la produzione, fare uno shut-down. Dopo 15 giorni i serbatoi sono pieni quindi è solo una questione di pazienza.

In parallelo la posta in giocco era come mobilizzare tutta l’isola contro l’operazione di polizia . Non si trattava solo di un problema dei disoccupati diplomati. Gli sbirri avevano preso di mira tutta l’isola. D’altronde una delle nostre spiegazioni per lo spiegamento di quest’ingente dispositivo poliziesco da parte delle autorità è che si trattava di dare un esempio di repressione a tutti gli altri movimenti sociali. A Kasserine, a Gafsa, a Tozeur, a quelli che fanno il sit-in davanti al ministero del impiego a Tunisi, a quelli di Gafsa che fanno il sit-in a Mourouj nella periferia di Tunisi… L’intenzione del governo era di fare passare un messagio ai contestatori : il loro destino sarà lo stesso di quello di Kerkennah. E’ per questo che sono intervenuti con una tale forza.

Karim : in inverno ci sono 15 mila abitanti a Kerkennah, ma durante l’estate la popolazione supera i 150 mila, ci sono turisti ma anche tanta gente di Kerkennah che torna a casa. Le manifestazioni del 9 aprile hanno fatto scendere in piazza molti di loro, a Tunisi, a Sfax… 

Il 9 aprile e’ una data simbolica per il movimento di liberazione nazionale tunisina. E’ una giornata di manifestazione e di scontri repressi nel sangue dall’esercito francese. Ma il 9 aprile 2016, giorno in cui tutta la diaspora di Kerkennah in Tunisia scende in piazza per sostenere gli abitanti dell’isola, ricorda anche un altro movimento tunisino, le rivolte del pane del 1983-84, durante le quali il primo ministro Mohamed Mazli venne cacciato dall’isola nel dicembre del ‘83 :

Ahmad : Le manifestazioni per il pane erano nel gennaio 1984 e Mazli a Kerkennah era nel dicembre 1983. Tutti gli abitanti si sono sollevati per buttarlo fuori dall’isola. E’ da quegli anni che non c’era un corteo così grande. I Kerkennesi sono scesi in piazza con un messaggio : non lascieremo la nostra isola agli sbirri, e se ci volete picchiare, siamo gente di Kerkennah, siamo presenti qui, ma anche a Sousse, a Tunisi, e le cose non si calmeranno. A Sfax ci sono piu’ o meno 100 000 abitanti originari di Kerkennah. Questo movimento poteva mettere in pericolo anche un governo come quello.

Durante i 12 giorni di occupazione di Kerkennah da parte della polizia, una seconda data fu decisiva per la lotta : lo sciopero generale del 12 aprile. Gia dal 4 aprile, gli studenti di Kerkennah lanciano lo sciopero rifiutandosi di entrare in classe finchè ci fosse stata l’occupazione poliziesca. Le altre categorie sociali - i funzionari pubblici, i commercianti, i pescatori - si uniscono a loro. E il blocco delle strade porta al blocco di tutta l’economia dell’isola il 12 aprile. Karim racconta come ha vissuto quella giornata :

Karim : Non potevo spostarmi ma ero su facebook per ritrasmettere l’appello in tutte le città dove c’erano stati dei cortei. Poi ho voluto bloccare la strada ai polizioti con la mia sedia a rottelle a Remla durante lo sciopero degli studenti [uno dei principali istituti medie-liceo è a Remla]. Hanno sostenuto lo sciopero. Ho provato a bloccare il passagio degli sbirri quando il corteo degli studenti li affrontava.

 - Come si erano organizzati gli studenti?

Karim : Spontanamente. Al livello dei social media, facebook, abbiamo fatto un appello che la gente ha seguito...

Dopo lo sciopero, la tensione continua a salire tra Petrofac e il governo da un lato, e i kerkennesi dall’altro. Per non fare riprendere la produzione, tutto dipende dal bocco dei camion di condensato. A Sfax, migliaia di poliziotti si preparano a dare mano forte ai loro colleghi già presenti sull’isola. Nella notte del 14 aprile la polizia interviene con la forza per fare passare i camion :

Ahmad :  giovedì 14 aprile fanno passare con la forza i camion di Petrofac da Sfax al sito di produzione di gas. Questa mossa ha peggiorato la situazione, tutti sono scesi per strada verso le 10 di sera. Ci sono state 5 ore di scontri con la polizia. Era molto grave per noi vedere che il Ministero dell’Interno lavorava direttamente per il beneficio di Petrofac. Venerdì 15, già dall’alba, i Kerkenesi di Safx impedivano ai poliziotti di salire sul batello. Abbiamo anche video che mostrano alcune macchine di polizia che erano comunque salite sul batello, ma i viaggiatori, Kerkenesi, impedivano al capitano di muoversi finche queste non fossero riscese in banchina. Verso l’una, le due, sono partiti cortei contro la presenza della polizia a Kerkennah e per chiedere la liberazione dei disoccupati arrestati dal 4 aprile. Tutte le strade erano bloccate. Gli agenti al porto di Sidi Youssef [l’unico porto di Kerkennah] si sono ritrovati isolati. Isolati da Sfax…

Karim : e isolati dagli altri poliziotti sull’isola. Volevano mandare rinforzi e munizioni, perchè i poliziotti avevano usato tutti i lacrimogeni. La loro unica possibilità di rifornimento era il battello da Sfax. Se volevano continuare lo scontro, avevano solo più o manganelli o pallottole.

Ahmad : tutta le gente che era a Mellita è andata a dare la caccia alla polizia a Sidi Youssef. Erano assillati al punto che si sono dovuti togliere le uniformi. Non abbiamo lasciato nessuno picchiarli troppo seriamente, abbiamo permesso alla guardia costiera di evacuarli. E’ l’esercito che ha permesso l’evacuazione. I nostri colleghi sono stati liberati dalla prigione di Sfax. In inverno l’ultimo batello per Sfax è alle 18e30, e all’ora in cui sono stati liberati non ce n’erano più. Abbiamo quindi richiesto che un jet-ski della guarda costiera li riportasse sull’isola per potere passare assieme la notte a casa nostra a Kerkennah. L’hanno fatto. Era una partita vinta ormai, potevamo chiedere qualsiasi cosa. E la notte del 15 abbiamo festeggiato la nostra vittoria.

Potranno coabitare polipi e pipe-line ?

Al di la dell’esito del conflitto con Petrofac, la posta in gioco è il futuro dell’isola e la capacità degli abitanti di organizzarsi per costruire una progettualità. L’estrazione del gas mette in pericolo gli equilibri naturali legati alla pesca. Le companie di gas sono accusate di inquinamento e si rimbalzano la colpa l’una con l’altra. Se durante il colloquio con Ahmad e Karim, la società la più criticata è stata TPS, un altro membro dell’UDC, intervistato nel 2015, accusava Petrofac : « I pescatori sono colpiti. Questa società ha avuto più volte perdite nel mare. I pesci muoiono e c’è un impatto sull’ambiente ». Nella discussione che segue sono affrontati gli argomenti riguardanti il futuro di Kerkennah e le scelte economiche da fare, dal punto divista di due disoccupati figli di pescatori.

 - Cos’e’ successo dal 15 aprile ?

Ahmad : Dal 15 aprile abbiamo creato le nostre proprie istanze. La solidarieta’ dei Kerkennesi deve trovare una formalizzazione, passare dalla clandestinità al formale, all’organizzazione. Abbiamo fatto due assemble generali con i cittadini di Kerkennah e abbiamo finito col metterci d’accordo su un’instanza rappresentativa per una trattativa preventiva con il governo. Quest’organizzazione è costituita da rappresentanti dell’UDC, dell’UGTT locale e rapresentanti eletti o scelti da ogni paese di Kerkennah che rappresentano i pescatori soprattutto. Da parte del governo non e’ stato fatto niente. Aspettiamo sempre delle soluzioni soddisfacenti per i Kerkennesi e per la società petrolifera visto che è l’unica preoccupazione del governo. Anche le iniziative dell’UGTT si sono trovate di fronte a un governo debole, che non gestisce niente, e come avete visto che sara’ presto sciolto [17].

 - Petrofac e’ indispensabile ? o dovrebbe lasciare l’isola?

Karim : Se Petrofac resta dobbiamo sapere esattamente che benefici ne possiamo trarre.

 - E tu, cosa vorresti ?

Karim  : che se ne andassero, sono dei mafiosi, come Ben Ali.

 - Bisognerebbe rendere prioritarie altre attivita’ ? Come la pesca, l’agricoltura o il turismo ? O queste attivita’ dovrebbero coabitare, petrolio compreso?

Karim : anche più attivitaà nello stesso tempo, ma c’e’ il problema dell’inquinamento.

Ahmad : non c’e’ problema con l’estrazione del petrolio se non disturba le altre attività. E’ una questione tecnica.

Karim : per me come per tutti quelli di Kerkennah, c’e’ bisogno in parallelo dello sviluppo e del turismo, senza disturbare la pesca.

Ahmad : Petrofac dice incorragiare le iniziative, i micro-progetti, ma a condizione che questi progetti non siano nel settore del turismo, la legge lo vieta. Si può capire visto che qualsiasi iniziativa o svillupo nel settore del turismo entrerà in contraddizione con l’estrazione di petrolio. Già si è vissuto il problema dalla fine degli anni 90 sulla spiaggia di Sidi Fenkhal. Era un posto magnifico e l’intento era di farlo diventare un progetto di turismo ecologico lontano dall’inquinamento. Le voci dicono che le ragioni del blocco del progetto (dal 1998) sono da cercare nell’identificazione della spiaggia come un possibile sito di giacimento petrolifero. Se costruiscono alberghi, ecologici o meno, non possono installare dei siti di estrazione di petrolio affianco. Perciò ci ritroviamo sempre blocati a causa delle decisioni di chi ci governa. Si vuole investire nel turismo oppure investire nel petrolio ? Tra le rivendicazioni formulate nel 2011, dopotutto facciamo parte dell’UDC ma non siamo settoriali, nelle nostre rivendicazioni cerchiamo il profitto dei disoccupati laureati in una prospettiva di miglioramento per tutti gli abitanti dell’isola. Abbiamo sempre pensato che se le loro intenzioni sono di svillupare il gas allora perchè non fare un centro di formazione finanziato dalle società ? Così almeno ci sarebbe manodopera qualificata che potrà rispondere ai bisogni di operai e dirigenti qualificati.

- Nel suo report dell’attività 2015 Petrofac dichiara di voler assumere il 57% degli abitanti dell’isola. 

Ahmad : Saranno al massimo tra 25 e 28 le persone che lavorano direttamente per Petrofac e una centinaia quelle che lavorano nella società di subbapalto della sorveglianza.

Karim : non fa il 57%.

- Ok, ma quello che dicono sostanzialmente è che l’attività dell’isola è legata alla loro presenza.

Ahmad : Beh, la migiore risposta è che dal mese di gennaio [2016] Petrofac è bloccata. Da 7 mesi praticamente, e non abbiamo fame. Continuiamo a vivere. L’unica cosa che manca è il pesce. I volumi di pesca sono drasticamente diminuiti. Il nostro stipendio è versato da Petrofac per la nostra missione istituzionale[18]. Non ci pagano il salario dal mese di dicembre [2015] eppure viviamo. Anche i lavoratori della società di sorveglianza, erano pescatori prima di fare questo lavoro dal 2007, e anche se lavorano per la società di sorveglianza, lavorano 3 settimane con una di riposo. E quella settimana  pescano. Non vivono solo con i 600 dinari[19]. La gente di Kerkennah è legata profondamente alla pesca, e sono preocupati dalla diminuzione dei volumi.

 - Come mai c’è  questa diminuzione?

Ahmad : Principalmente è la pesca con rete a strascico che danneggia abusivamente i rifugi dei pesci, le uova, perchè pescano 12 mesi all’anno con questo metodo. Ci sono altri metodi, soprattutto per la pesca al polpo, che non danneggiano l’abbondanza di polpo, e Kerkennah è conosciuto per la qualità dei suoi polpi. Sono le ragioni principali della diminuzione. Poi, in un secondo tempo, possiamo anche parlare dell’inquinamento per via delle perdite di petrolio, come è stato il caso soprattutto con TPS. Questo influenza la quantita di pesce.

 - Anche Petrofac ha avuto perdite ?

Ahmad : Petrofac lavora su terra e non in mare. L’unica cosa che la lega al mare è la pipe-line che va a Sfax e trasporta gas. Il condensato è trasportato via camion. Non abbiamo mai sentito parlare di perdite di gas, ma non è la stessa cosa, possono metterla a posto senza che nessuno se ne accorga.

- Invece TPS ha avuto delle perdite ?

Ahmad : L’ultima perdita di TPS è stata nel 2016. Mi ricordo che nel novembre del 2009 c’è stata una perdita molto importante. Quotidianamente ci sono delle piccole perdite dovute allo stato delle insfrastrutture. Ogni  5 anni le pipe-line devono essere cambiate, ma visto che non ci sono controlli e che c’è corruzione tra le società di petrolio e l’ETAP[20], non c’è nessuna manutenzione. Perchè la manutenzione costa,  l’unico obbiettivo delle società di petrolio è il profitto. Possono fare benefici senza preoccuparsi dei danni causati, ma l’inquinamento ha un impatto sulla pesca. E la pesca è sempre il primo settore al quale resterà legata la gente di Kerkennah. 

Aggiornamento (settembre 2017)

Un anno dopo il loro sit-in e la vittoria contro lo Stato e Petrofac, i 226 Kerkennah disoccupati e impiegati senza contratto dal 2010 per una “missione ambientale” (solo una piccola parte di tutti i disoccupati dell’isola) hanno reintegrato i loro posti di lavoro nell’amministrazione locale presso ospedali, amministrazione territoriale, educazione pubblica ecc. Un primo terzo ha beneficiato della stabilizzazione del loro contratto di lavoro, gli altri continuano ad essere precari e aspettano una stabilizzazione della loro situazione promessa per un secondo gruppo nel gennaio 2018 e per gli ultimi nel gennaio 2019. Ma si tratta solo di una piccola parte dei disoccupati dell’isola, 226 personne. Petrofac finanzierà due terzi del programme, mentre il resto sarà a carico dello Stato

I Kerkennesi continuano ad aspettare anche l'arrivo di 5 milliardi promessi per lo « svilluppo » dell’isola, dopo un’accordo firmato tra compagnie di petrolio e Stato. Anche se ci sono forti dubbi sul fatto che queste promesse su dotazioni o stabilizzazioni vengano mantenute.

Dopo lunghi mesi di ricatto, durante i quali Petrofac ha più volte annunciato di lasciare la Tunisia, la multinazionale ha poi in realtà ripreso le sue attivtà estrattive.  Sull’arcipelago ormai una nuova strada, più rapida, viene utilizzata per trasportare il condensato e spedirlo il più in fretta possibile fuori dall’isola. Ma questo basterà a impedire nuovi blocchi?

La polizia è tornata progressivamente sull’isola approfitando del contesto di Stato di emergenza (legato al terrorrismo), ma la sua presenza è molto discreta e i rapporti sono sempre molto tesi.

L’assunzione di qualche centinaio di disoccupato come programma finanziato dallo Stato o da aziende private è in realtà un metodo usato ovunque in Tunisia per placare il proletariato delle periferie urbane e delle zone rurali, quello stesso che ha cacciato Ben Ali. I pescatori disoccupati di Kerkennah sono solo uno dei tanti esempi.

Tuttavia Kerkennah resta uno dei primi movimenti che ha messo al centro delle proprie rivendicazioni la questione delle risorse, ispirando poi altre lotte sulla stessa tematica. Gli occupanti del campo petrolifero di Kamour, a Tatouine quest’anno, hanno ripreso parte delle rivendicazioni e delle forme di mobilitazione di Kerkennah come per esempio i sit-in e i blocchi (vedi su infout [1] e [2] NdR). Lo stesso vale per il movimento dei disoccupati nelle zone di estrazione del fosfato. Nelle regioni agricole si stanno inoltre moltiplicando le proteste riguardanti le terre demaniali, ex-terre dei coloni lasciate incolte dallo Stato, che dimostrano come la terra stia diventando una questione sempre più importante per il movimento sociale. In generale la popolazione comincia a esprimere  l’intenzione di  riappropriarsi delle risorse, di trarre beneficio da queste attività, di ottenere un lavoro e alimentare uno svillupo locale, invece di vedere tutte le richezze sparire nelle tasche delle multinazionali e di politici corrotti.

 

[1]      Traduzione a cura della redazione Infoaut

[2]              Edward Said, L’Orientalisme, Le seuil, 1980, p. 38. Traduzione a cura di infoaut

[3]              Fanny Colonna, revue Peuples Méditerranéens 54-55, 1990, p.7. Traduzione a cura di infoaut

[4]      Edward Said, Culture et impérialisme, « Territoires superposés, histoires enchevêtrées », Fayard, 2000, p. 96. Traduzione a cura di infoaut

[5]         Organizzazione coloniale equivalente all’OAS in Algeria.

[6]      Thyna petroleum Service (TPS) è una filiale del gruppo austriaco OMV che detiene il 50% del capitale. Quotata in borsa, OMV è una delle più importante aziende del paese. L’altra metà del capitale di TPS è detenuto dall’ETAP (Società tunisina di attività petrolifera) che detiene anche una parte delle azione di Petrofac.

[7]              Vedi per esempio quest’articolo della giornalista Henda Chennaoui sulla repressione del movimento sociale https://nawaat.org/portail/2017/01/04/mouvements-sociaux-proces-en-cascade/

[8]       Per maggiori informazioni su quest’affare di corruzione : http://www.cadtm.org/Au-large-de-la-Tunisie-l-archipelhttp://www.cadtm.org/Au-large-de-la-Tunisie-l-archipel, di Hamza Hamouchène.

[9]              Corrispondenti a circa 200 euro.

[10]           Imed Derouiche, directeur général de Petrofac à Kerkennah.

[11]           Nome tunisino per indicare i veicoli blindati della polizia.

[12]           Frantz Fanon, « Pourquoi nous employons la violence » in L’An V de la Révolution algérienne, Œuvres, La Découverte, Paris. Traduzione a cura di Infoaut.

[13]           Gilles Kepel durante la trasmissione « Di fronte alla barbaria » di Abdelwahab Medded su France Culture il 26/09/2014 : franceculture.fr/emissions/cultures-dislam/face-la-barbarie

[14]           publicsenat.fr/lcp/politique/gilbert-collard-casseurs-appartiennent-mouvance-des-islamo-gauchistes-1392846

[15]           huffpostmaghreb.com/2016/05/04/habib-essid-tunisie_n_9839062.html

[16]           Mentre accusa i movimenti sociali di collusione con il terrorrismo, lo Stato Francese firma senza battere ciglio contratti di vendita d’armi da milliardi di euro con l’Arabia Saudita, principale sostenitore del salafismo. Era anche il caso dell’amministrazione americana di Bush, cavaliere dell’antiterrorismo e amico del regime saudita. Le responsabilita’ della Francia o degli  Sati Uniti nel emergere dello Stato islamico in Medio Oriente e in Africa sono schiaccianti. La reale funzione di intelletuali come Gille Kepel, che accusano il movimento sociale di protegere i salafiti, e’ di nascondere la responsabilita’ dei suoi padroni al potere in Francia. Il signor Kepel e’ in particolare impiegato all’Istituto Montagne, lobby dei neoconservatori francesi. Il presidente e fondatore dell’istituto, Claude Bébéar, e’ stato insignito del « Point of light Award » da George  Bush per la sua azione umanitaria.

[17]             Fine agosto 2016, Youssef Chahed prende effettivamente il posto di Habib Essid come primo ministro, quest’ultimo entrato in conflito di potere con il presidente Sebsi. Il nuovo primo ministro e’ un tecnico liberale, passato in particolare dall‘United States Department of Agriculture, USDA, e grande difensore degli  OGM e di Monsanto.

[18] Ahmad allude alle mansioni nell’amministrazione locale svolti da disoccupati dell’isola come lui per un salario di 450 dinari ma senza contratto.

[19]           circa 240 euro

[20] Società tunisina di attività petrolifera.

 

 

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