La Comune di Quito: dentro l’insurrezione in Ecuador

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Ripubblichiamo questa interessantissima intervista a Marcelo Jara  da lamericalatina.net sulla "Comune di Quito". Intanto in queste ore arriva la notizia del ritiro del cosiddetto "Paquetazo" di misure di Austerity volute dal governo su richiesta dell'FMI, ch hanno scatenando la rivolta di questi 10 giorni. 

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All’inizio di ottobre, un’onda di proteste ha occupato le strade dell’Equador contro i tagli al sussidi al diesel e alla benzina e il relativo aumento dei beni di prima necessità. L’agitazione si è transformata nella maggiore insurrezione popolare del paese dagli ultimi decenni. Manifestazioni indigene sono arrivate alla capitale Quito e hanno occupato l’edificio del Parlamento e migliaia di manifestanti hanno affrontato le forze di polizia del presidente Lenin Moreno, obbligando il governo a cambiare la sua sede dalla capitale del paese per tentare di scappare dall’insurrezione popolare. Moreno è il successore e ex-vice presidente del progressista Rafael Correa, che era arrivato al potere spinto dai movimenti sociali degli anni ’90 e ha governato il paese per 12 anni con politiche si pacificazione sociale, cooptazione dei movimenti sociali e politiche estrattiviste simili a quelle applicate da altri governi progressisti in America Latina. La convergenza di vari gruppi dalle campagne, dalle città, studenti, femministe e indigeni è ciò che ha permesso una radicalizzazione della lotta che si trasforma ora in una vera e propria insurrezione popolare. Finora sono stati accertati 554 feriti, 929 arrestati e 5 persone che hanno perso la vita nei primi 10 giorni di repressione alle manifestazioni (Facção Fictícia).

Intervista a Marcelo Jara, un nostro amico e compagno ecuadoriano, realizzata la notte del 10 ottobre.

I governi del Brasile, dell’Argentina e le istituzioni legate all’Unione Europea dichiarano il loro sostegno al governo di Lenin Moreno in Ecuador e denunciano la rivolta popolare della classe operaia e dei popoli indigeni. Ovviamente, queste istituzioni sanno che le politiche di austerità sono all’ordine del giorno anche nei loro paesi e temono che lo stesso scenario si diffonderà in America e in altre parti del mondo. Come le politiche di resistenza all’austerità e riduzione dei sussidi incidono materialmente sulla vita quotidiana in Ecuador? Come, secondo te, queste politiche hanno indotto la popolazione e i popoli indigeni a dire basta? Pensi che ci sia un sentimento anticapitalista nelle strade?

La resistenza, che si sta svolgendo da ormai otto giorni (11 ad ora NdT), è un fatto importante, storico. È la rivolta più grande degli ultimi anni, storicamente non saprei dire, ma sicuramente è lo sciopero più grande che vede come protagonisti gli indigeni, per lo meno dal punto di vista della tenuta, perché le ribellioni in passato non duravano così tanto.

La politica di austerità e la riduzione delle sovvenzioni influiscono certamente sulla vita quotidiana in Ecuador, ma credo che esista una divisione di classe nel modo in cui lo fanno. C’è una parte della popolazione che non comprende i motivi della protesta e che dice che non è vero che stanno aumentando il prezzo della benzina e che semplicemente stanno cancellando un sussidio. Quello che non capiscono è che aumentare la benzina significa aumentare il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici, per esempio. Un aumento di 10 centesimi per uno studente di un’università pubblica è molto. Anche il prezzo degli alimenti è aumentato molto in quest’ultimo periodo. Per quelli che hanno un negozio, e per le persone che vanno a comprare lo stretto necessario per sfamare la famiglia, o guadagnano un salario minimo, questo aumento è devastante. Ad esempio, un sacco di patate dolci che costava 18 dollari 10 giorni fa oggi costa tra i 30 e i 35 dollari. Nonostante l’aumento interessi direttamente solo il prezzo della benzina e soprattutto del diesel, i sussidi per anni avevano di fatto consentito un maggiore accesso al paniere di beni basici e ad altri tipi di beni di consumo. Ci sono alimenti, come verdure e ortaggi coltivati sulle Ande o, ad esempio, le banane coltivate nelle piantagioni della costa, che vengono trasportati in camion che usano diesel. Anche gli autobus urbani vanno a diesel. C’è una connessione tra i sussidi e il paniere di base: se aumenta uno, aumentano i prezzi di tutti, ed è ciò che sta succedendo. Per cui esiste una questione di classe, perché la classe media potrebbe non sentire molto queste misure, ma i ceti popolari le stanno già sentendo. Gli indigeni sanno che non saranno in grado di vendere i loro prodotti nelle città a un prezzo sufficiente per guadagnare qualcosa. Alla fine, si tratta di una catena produttiva nella quale il produttore diretto è quello che guadagna meno, e loro lo sanno. È necessario comprendere che qui il rifornimento alimentare delle città viene dalle campagne, esiste una relazione diretta tra l’aumento della benzina e la produzione agricola, che è dove hanno un ruolo importante i compagni indigeni.

Riguardo al sentimento anticapitalista della piazza, la sinistra per 12 anni è stata molto divisa, da quando Rafael Correa arrivò al potere, con un governo che si diceva di sinistra e che riuscì a capitalizzare la protesta degli anni ‘90 e del primo decennio del nuovo secolo, e in questi anni molti dei personaggi e dei protagonisti di quel ciclo di lotte sono arrivati al governo. In questi anni ci sono state molte persone che credevano nel progetto di Correa, ma a un certo punto si sono rese conto che la direzione di quel progetto era profondamente capitalista. Questa situazione ha impedito a lungo che ci fosse una vera unità nella sinistra. In questo contesto non si può dire che ci sia stato un processo di crescita, di progressiva articolazione dei movimenti sociali fino ad arrivare a questo momento di esplosione. Piuttosto, negli ultimi anni si sono verificati più episodi di malcontento sociale, ma non c’è stato un chiaro percorso radicale di organizzazione rivoluzionaria e comunitaria. È come se il movimento sociale stesse dormendo, e improvvisamente, da un giorno all’altro, per via del “paquetazo”, si sia improvvisamente risvegliato, come se avesse avuto un improvviso momento di unione, e questo ha permesso la radicalizzazione della lotta. Ci sono stati molti blocchi nei quartieri, negli ingressi alle città, nei villaggi, e questo ha permesso che si verificassero questi otto giorni di mobilitazione generalizzata.

 L’8 ottobre, migliaia di indigeni hanno marciato verso la capitale Quito e hanno occupato l’edificio del Parlamento. Come è avvenuta questa mobilitazione indigena in città durante quel giorno? Quale agenda di lotta e quali azioni stanno organizzando?

Gli indigeni sono arrivati lunedì 7, e c’è stata una dura battaglia nella città di Quito che è durata 5 o 6 ore ed è stata condotta principalmente da studenti, movimenti sociali e cittadini di Quito che cercavano di tenere occupata la polizia per consentire l’ingresso degli indigeni che arrivavano dalle campagne. Ricordo che viviamo in uno Stato d’eccezione, quindi i militari sono nelle strade e in quel momento i militari avevano bloccato gli ingressi principali di Quito, gli ingressi nord e sud, per impedire l’entrata degli indigeni da altre province. Ma quelli erano così ben organizzati che non c’era intelligence militare che potesse fermare la loro determinazione. E il fatto che ci fosse in corso questa lotta campale nel centro della città ha aperto delle crepe nella gestione militare, permettendo agli indigeni di raggiungere il centro storico.

Proprio quando abbiamo fatto retrocedere la polizia, abbiamo visto arrivare i camion affollati e le moto che accompagnavano la carovana indigena: è stato un momento molto emozionante. Gli indigeni sono andati direttamente al parco El Arbolito, vicino all’Università Salesiana, dove è stato organizzato il supporto logistico per il movimento. Il giorno seguente è stata chiamata una concentrazione al parco El Arbolito e si è deciso di andare al Parlamento. Arrivati lì, è entrata una prima delegazione, e poco a poco molte altre persone sono entrate, mentre c’erano ancora migliaia di persone alla porta del Parlamento che volevano entrare. La polizia ha lanciato bombe lacrimogene contro la gente, il che ha creato una situazione di panico, con il forte rischio di avere persone calpestate a morte poiché molti, non riusendo a respirare, correvano all’impazzata in varie direzioni. E la polizia continuava a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti. Poi è iniziata una grande repressione poiché il Parlamento è ubicato strategicamente, come un piccolo forte su una collina: la polizia, proteggendo l’edificio, era più alta dei manifestanti e poteva colpirli come fossero cecchini. Ci sono stati molti feriti e alcuni sono stati uccisi, poiché la polizia era in una posizione strategica per reprimere.

L’idea di andare al Parlamento era una delle azioni che il movimento indigeno aveva deciso di intraprendere in questi giorni a Quito. Fino a ieri (mercoledì 9/10) c’era molta paura, perché non esisteva una strategia chiara, mentre il governo non stava facendo un passo indietro e stava aumentando la repressione. Anche il fatto che la polizia avesse sparato bombe lacrimogene all’interno dei centri di pace e degli spazi di accoglienza che erano l’Università Salesiana e l’Università Cattolica ha suscitato molta indignazione. E in un certo senso ha complicato le cose per il governo, perché le notizie circolavano, nonostante l’assedio mediatico che i media mainstream e il governo hanno cercato di mantenere.

Stamattina (giovedì, 10/10), 8 agenti di polizia sono stati “detenuti” dal movimento e portati nella grande assemblea popolare e indigena nella Casa della Cultura, dove c’erano circa 10 o 15.000 persone. Proprio per via della presenza dei poliziotti arrestati, i giornalisti dei media mainstream hanno trasmesso l’assemblea dal vivo, anche se non lo hanno fatto nel migliore dei modi, però questo in qualche modo ha rotto l’assedio dei media.

Si è potuto divulgare, ad esempio, il fatto che un altro capo indigeno di Cotopaxi, Inocencio Tucumbi, è stato ucciso: è svenuto dopo aver inalato un sacco di gas lacrimogeni e poi è stato calpestato da un cavallo della polizia. E quel fatto non era stato raccontato dai media mainstream fino ad allora. Improvvisamente i morti sono apparsi sui grandi canali televisivi, e stava diventando evidente al grande pubblico che sì, il governo sta uccidendo e sta creando un livello molto alto di repressione.

Quindi la strategia di oggi ha avuto successo. Come ho detto, ieri non esisteva ancora una strategia molto precisa, ma oggi eravamo più organizzati. C’è stata una messa, e un corridoio umano di 1 km è organizzato dalla Casa da Cultura all’Ospedale per poter portare il feretro del nostro compagno, molte persone hanno applaudito, è stato un momento di enorme emozione. Lo abbiamo salutato con grandi onori, perché era un grande compagno di lotta, e in quel momento gli è stato anche promesso che in sua memoria la lotta sarebbe continuata. Era anche il momento di unire le forze, riposare, pensare alla strategia da seguire nei prossimi giorni e condividere questo dolore generale pensando a coloro che sono caduti, a coloro che sono feriti, e anche darci il coraggio di continuare a lottare.

La richiesta della CONAIE è stata quindi chiara: avevano detto che se il governo avesse radicalizzato la violenza, ovviamente la protesta si sarebbe radicalizzata.

Quando è venuta la notte, i poliziotti in mano al movimento sono stati rilasciati e consegnati di fronte al Parlamento, nel mezzo di una grande manifestazione. Poiché il Parlamento e la Casa della Cultura sono relativamente vicini tra loro, tutta la zona è stata teatro di manifestazioni permanenti. Stasera c’erano ancora circa 30.000 persone nella zona…

I poliziotti sono stati quindi consegnati e gli indigeni hanno chiarito che erano stati arrestati per essere entrati in un’area che era stata dichiarata zona di pace. Erano stati quindi detenuti, ma venivano consegnati sani e salvi. A differenza del modus operandi della polizia, perché il giorno in cui è stato preso d’assalto il Parlamento sono stati fatti circa 80 arresti, e quasi tutti sono stati rilasciati ieri feriti e con segni di violenza sul corpo.

I popoli indigeni hanno dichiarato il proprio “Stato d’Eccezione” nei loro territori minacciando e incarcerando agenti statali che hanno osato entrare in quelle regioni. Come funziona questa autonomia e organizzazione territoriale dei popoli? E di che etnie e nazioni indigene si tratta?

A proposito dello Stato d’Eccezione decretato nei territori indigeni, questo spiega anche l’intero episodio che vi ho appena raccontato. Per ora la Casa della Cultura, e l’intera zona circostante, è considerata territorio indigeno, quindi sono stati arrestati i poliziotti che hanno violato la sovranità delle popolazioni indigene. Ciò è accaduto anche in altri territori indigeni questa settimana, dove i militari che hanno violato questi territori sono stati arrestati, mentre autobus militari e veicoli militari corazzati sono stati dirottati. Questo in virtù di una lunga tradizione di lotta dei popoli indigeni, che hanno rivendicato a lungo l’autonomia nei propri territori e hanno anche una propria legge indigena. Quindi, quando si verifica un problema in questi territori, per esempio qualcuno ruba o causa problemi, il caso viene risolto dalla giustizia indigena senza passare attraverso la giustizia dello Stato.

Quindi, dal momento in cui il governo ha decretato lo Stato d’Eccezione, in risposta gli indigeni hanno decretato il loro proprio Stato d’Eccezione nei loro territori come un modo di ridurre il livello repressivo e anche per esercitare pressione sui militari e sulla polizia, in modo che questi sappiano che se vengono per reprimere corrono il rischio di essere arrestati loro stessi, come è successo. Come vi ho detto, in diversi territori, militari e polizia sono stati arrestati, disarmati e dopo alcuni giorni sono stati rilasciati, dopo essere stati giudicati dalla giustizia indigena.

Quest’ultima funziona in questo modo: si mostra pubblicamente all’imputato tutto ciò che ha fatto, a seconda del reato commesso, e in relazione a ciò viene decisa in maniera comune la punizione che il prigioniero dovrà subire.

Per quanto riguarda i gruppi etnici, diciamo che CONAIE è presente tra tutti i popoli indigeni, e altri popoli tra cui i colos (meticci) e le comunità afrodiscendenti; ci sono gli indigeni della costa, i popoli della Sierra settentrionale e centrale, e meridionale, e quelli orientali, dell’Amazzonia, e tutti si articolano nella Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador.

 I media mainstream legati al governo hanno fatto circolare la voce che la CONAIE stia trattando con il governo, e sembra che quest’ultimo stia cercando di dividere il movimento in buoni e cattivi. Nelle ultime ore (10/10), tuttavia, ci sono state notizie secondo le quali non vi è accordo tra CONAIE e governo. Quante possibilità di successo hanno questi tentativi di cooptazione? Quanto sarebbe disposta la CONAIE a radicalizzare il movimento e quanto invece a negoziare? E quale influenza o rappresentanza effettiva ha CONAIE sui popoli indigeni dell’Ecuador?

Certo, ci sono state voci, menzogne e falsità, diffuse dal governo e dai media, che ovviamente cercano di dividere la lotta popolare che in questi giorni si sta dando nelle strade di Quito e in tutto l’Ecuador. Va detto che queste grandi organizzazioni, come la CONAIE e il FUT (che è il più grande sindacato di lavoratori del paese), storicamente hanno anche avuto momenti in cui hanno negoziato, in periodi di debolezza, e tali negoziati non hanno portato mai a nulla… E poiché sono grandi organizzazioni, si trovano anche in un panorama super politico, quindi a volte i movimenti stessi le vedono come strutture politiche ambigue. Ma questo è normale; al di là di questo dobbiamo vedere la capacità organizzativa che hanno, in questo caso soprattutto CONAIE, con il suo ruolo storico, poiché in passato è stata in grado di far cadere diversi presidenti. In questi giorni abbiamo visto anche la forza delle corporazioni di camionisti e gli autisti di autobus o taxi, che hanno paralizzato la città, e degli studenti, che sono scesi in strada. La verità è che gli autisti hanno sempre avuto un ruolo molto meschino in Ecuador, e hanno deciso di terminare lo sciopero non appena sono riusciti ad ottenere l’aumento del prezzo dei biglietti, mentre il popolo e soprattutto gli studenti hanno saputo continuare a lottare per le strade, e gli indigeni si sono immediatamente uniti, e sia il movimento urbano che il movimento indigeno sono presto riusciti a decentrare l’attenzione mediatica che inizialmente era esclusivamente su camionisti e autisti.

Sì, c’erano queste voci, ma oggi anche il fatto che c’era attenzione mediatica per via della polizia arrestata, con i giornalisti che si sono recati all’assemblea popolare, i leader di ogni gruppo indigeno e lo stesso presidente della CONAIE, il signor Vargas, hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero negoziato con il governo, che non si poteva negoziare sul sangue dei morti, e che per avviare qualunque dialogo ponevano come condizione l’eliminazione del decreto 883 (il “paquetazo“), l’uscita dell’FMI dal Paese, e le dimissioni della ministra degli Interni María Paula Romo e del ministro della Difesa, Oswaldo Jarrín, considerati responsabili della morte dei compagni caduti nelle manifestazioni.

Ovviamente c’è una grande pressione dalla base. Nei giorni precedenti ci sono stati pochi incontri, e quelli che ci sono stati erano principalmente tra leader e quadri delle organizzazioni politiche, ma oggi (10/10) si è deciso di fare questa assemblea popolare che è durata molte ore, e tutte le decisioni da prendere sono state approvate dalla popolazione che era lì, che come dicevo erano circa 15.000 persone, tutto è stato deciso collettivamente. Possiamo anche dire che la pressione della base sta permettendo alla leadership di prendere anche decisioni radicali, e di non cedere alla tentazione di vendersi, per disperazione, o per paura di essere arrestati, o per soldi passati sottobanco dal governo.

La CONAIE, in generale, ha un’enorme rappresentatività. In Ecuador, se pensi ai popoli indigeni, pensi alla CONAIE. È un’organizzazione molto grande, con un’incredibile struttura politica e anche comunicativa, strategica. Oggi l’abbiamo visto molto bene, come sono riusciti a “girare la tortilla” e mettere in difficoltà il governo.

Il governo accusa Correa di essere dietro alle manifestazioni. Ma, vedendo un po’ queste ultime, non sembra che lui stia avendo un ruolo da protagonista. Qual è il ruolo di Correa nell’attuale fase, sia nello svolgimento delle manifestazioni sia per la possibilità di soluzione “pacifica” ed elettorale al conflitto?

Naturalmente il governo ha accusato Correa, ha accusato Maduro, ha affermato che Correa aveva viaggiato in Venezuela e che da lì aveva elaborato un piano per destabilizzare il governo. Ora dicono anche che dietro i tumulti nelle strade ci siano il Latinquín, che è una “pandilla” (banda criminale), e le FARC, cioè quest’uomo non sa più cosa dire… Ovviamente incolpare Correa è una cosa a cui è abituato, é da due anni che incolpano Correa per tutto. A parte il fatto che Correa è indubbiamente un corrotto, e che deve pagare per tutti i crimini contro l’umanità, per la repressione verificatasi durante i suoi governi, per i casi di corruzione, non si può con questa scusa incolparlo di tutto ciò che è responsabilità dell’attuale governo, che governa da più due anni. Quindi sì, c’è questa accusa generale da parte di tutta la destra, che in questo momento appoggia Lenin Moreno, e questa abitudine di incolpare Correa ogni volta che c’è una crisi: se mancano i soldi è perché Correa li ha portati via, se ci sono criminali è perché Correa ha fatto leggi che hanno rilasciato criminali, se ci sono molti migranti è a causa della legge sulla mobilità, viene sempre incolpato il governo precedente.

Detto questo, negli ultimi mesi, nell’ultimo anno, le mobilitazioni e i cortei che sono stati fatti contro il governo -e che erano molto più piccoli di quelli di oggi, poiché ora si tratta di una vera e propria rivolta-, i correisti erano sempre presenti, e questo creava problemi per alcuni movimenti sociali, che non volevano condividere con loro le piazze. Questo ci ha fatto pensare che sarebbero stati presenti anche nelle manifestazioni di questi giorni, dal momento che sono anche un gruppo molto nutrito. In effetti il primo giorno i correisti sono scesi in piazza, e sono stati repressi; il secondo giorno pure sono apparsi, ma stavano nelle ultime file del corteo e si sono messi in evidenza per aver bruciato due pneumatici fuori dalla Banca Centrale, mentre alla testa del corteo gli studenti cercavano di entrare nel centro storico e si scontravano con la polizia. Dopo quel giorno i correisti praticamente sono scomparsi, la gente non gli ha dato spazio. Proprio oggi (10/10) stavamo facendo interviste con alcuni colleghi auto-organizzati e abbiamo posto loro questa domanda: e Correa? E tutti hanno risposto molto chiaramente: non sono correista, non sono qui per Correa, Correa non ci paga. E questo è evidente: i correisti non stanno nelle piazze, cioè a titolo personale sicuramente ce ne sono vari, ma non stanno scendendo in piazza in maniera organizzata.

Due giorni fa, il giorno dell’assemblea, il sacerdote Tuárez, che era presidente del Consiglio di partecipazione dei cittadini, ed è stato licenziato per essere un fanatico religioso, ha affermato che Dio gli aveva detto che Correa era il Salvatore e che doveva tornare, cose di questo tipo… Ha anche provato a infiltrarsi nelle mobilitazioni e lo hanno cacciato a calci. Cioè, questa possibilità non esiste, questa è anche la cosa interessante, il fatto che né i partiti politici né i politici tradizionali sono stati in grado di appropriarsi di ciò che sta accadendo, mentre le uniche autorità considerate più “politiche” ad avere legittimità e che in questo momento guidano le mobilitazioni sono i quadri del sindacato FUT e della CONAIE. In realtà è l’intera città che è per le strade, e questo è fa molta paura alla destra, alla borghesia, ai banchieri, ai “proprietari” del paese, perché la piazza non accetta nessuno dei leader politici, quindi la soluzione potrebbe essere che il “paquetazo” venga ritirato e che si punti al ritorno alla calma, ma ovviamente questo potrà durare a lungo; oppure può darsi che Lenin Moreno si dimetta ma il “paquetazo” rimanga, e lo farebbero un po’ per distrarre la gente, per calmarla, e concentrare l’attenzione sul fatto che Moreno se ne sia andato; oppure c’è la possibilità che davvero si possa formare un governo popolare, un governo nato dalle piazze, e questa è una voce che sta già circolando. Quindi immagina cosa può pensare la destra, la borghesia ecuadoriana, che non possono assolutamente permettere alla piazza di vincere, perché significherebbe che dopo 12-13 anni alle persone viene mostrato qualcosa che nella percezione comune non esisteva più, cioè che scendere in piazza per le strade funziona, che se ti organizzi, se resisti, se perseveri, raggiungerai il tuo obiettivo. Questa sarebbe una reazione a catena che consentirebbe di nuovo alle persone di credere nelle loro possibilità. Lo sanno ed è per questo che sono tutti uniti per impedirlo.

Come sta affrontando le manifestazioni il blocco al potere? Ci sono possibili divisioni (tra partiti, nelle Forze Armate …)?

Il blocco al potere è tutto unito. I più grandi leader politici (Lenin Moreno, Guillermo Lasso, Jaime Nebot, Álvaro Noboa) sono tutti uniti. Correa ovviamente non dice nulla, perché ciò che vuole fare è capitalizzare le proteste in vista delle prossime elezioni. Sa bene che non è conveniente per lui parlare molto, perché il governo sta già dicendo che è colpa sua, e strategicamente non è conveniente per lui essere troppo protagonista, è sufficiente che la gente pensi “era meglio quando c’era lui”, e nelle prossime elezioni è molto probabile che possa vincere. Il presidente è ora a Guayaquil, che è il rifugio dei social-cristiani, il partito di destra, che tutti temevano che avrebbe vinto alle prossime elezioni, ma ora non sembra possibile, perché sicuramente il voto della regione andina, di città come Quito, Ambato, Riobamba, delle comunità indigene, non lo avranno. Quindi sono tutti uniti, cercando di usare tutti i loro mezzi possibili per criminalizzare la protesta.

Per quanto riguarda le Forze Armate, ora abbiamo un ministro della Difesa che è stato addestrato in Israele, dal Mossad, e dalla Scuola delle Americhe, un fascista, un pazzo militare. Quattro giorni fa il governo ha fatto un annuncio nella televisione nazionale di un’ora, in cui questo pazzo ha parlato per metà del tempo, minacciando, dicendo che le Forze Armate sapranno difendersi, che non devono essere provocate, che la gente deve rimanere calma perché sennò la repressione sarà feroce, come se fossimo in dittatura. Ciò ha portato la gente a indignarsi ancora di più. Per ora non si sa, non ci sono dati precisi sulle defezioni all’interno dell’esercito o della polizia. Ciò che è certo è che il ruolo storico dell’esercito è sempre stato quello di reprimere il popolo e ad un certo punto, quando il malcontento popolare diventa troppo evidente, cercare di attuare una strategia per prevenire l’esistenza di un governo popolare e presentarsi come mediatori per creare un nuovo governo, ma che di solito finisce per essere peggio del precedente. Quindi è possibile che a un certo punto le Forze Armate inizino a creare rotture all’interno dell’organizzazione popolare e anche a togliere il sostegno del presidente.

 In che modo il movimento ha trasformato la vita quotidiana nella città di Quito? E come è organizzata la giornata negli spazi occupati dai manifestanti?

È sorprendente il livello di solidarietà che si è stabilito qui in città, che alcuni hanno ribattezzato Comune di Quito, proprio perché non sono solo indigeni, non solo studenti, e non solo manifestazioni. Ci sono blocchi fatti nei quartieri, ci sono quartieri organizzati. I quartieri del centro storico, come il quartiere di San Juan, sono auto-organizzati. Quando la manifestazione arriva nel quartiere, ti danno cibo, acqua. Ieri, quando la tensione si è spostata alla periferia del barrio San Juan, nella parte alta del centro storico, c’erano diversi residenti del quartiere che portavano pietre, persone che dalle finestre delle case davano ai manifestanti materiale da bruciare o per proteggersi dai gas. Alla porta delle case c’erano persone che ci davano acqua.

All’interno delle case c’erano persone che ricevevano e aiutavano i feriti, fornendo uno spazio ai medici volontari per occuparsi di loro, poiché le ambulanze non potevano arrivarci. Ci sono molti medici volontari, molti dei quali studenti di medicina, di infermieristica, che stanno aiutando nelle strade, fornendo assistenza d’emergenza ai feriti per impedire che muoiano o che le ferite si aggravino. Abbiamo un apparato medico incredibile, molto organizzato.

Abbiamo posti per la raccolta cibo, faccio parte di uno di questi gruppi su Whatsapp perché il luogo in cui lavoro funziona come punto di raccolta dei prodotti. E in tutto il centro, in tutte le università, ci sono luoghi che funzionano come mense popolari, come spazi accoglienti per le persone che vengono da fuori e che sono venuti a Quito per lottare. Questi posti sono pieni di donazioni, e talvolta non sanno nemmeno dove mettere tutti questi viveri che ricevono. Ci sono cucine comunitarie, dove le persone vengono come volontari per preparare da mangiare. Ieri stavo parlando con persone della cucina comunitaria, nel parco El Arbolito, e c’era un signore che era rimasto ferito mentre la polizia attaccava il parco, perché nonostante l’attacco la cucina resisteva, e continuava ad aiutare le persone. Era la popolazione di un quartiere di Quito che allestiva la cucina, organizzata attraverso una chiesa evangelica, c’erano il pastore e le sue tre pentole giganti. Mi è stato detto che avevano nutrito 700 persone solo quel giorno. Ho anche incontrato una signora molto umile del sud di Quito che aveva un piccolo negozio, e che è arrivata nel pomeriggio con un piccolo van, insieme a suo figlio, passando attraverso il parco distribuendo caffè e pane alla gente. Quindi davvero, il cibo non manca, c’è cibo dappertutto, oggi per esempio ho mangiato quattro volte, ovunque ci sono persone che ti chiamano per mangiare qualcosa, e a volte si offendono se rifiuti perché è una forma di donazione.

Ci sono persone organizzate per spegnere i lacrimogeni, o per prendersi cura dei manifestanti colpiti dai gas. C’è qualsiasi tipo di organizzazione, ci sono persone che si prendono cura dei bambini. (Tosse forte, “È l’effetto del gas sui polmoni”) Ci sono persone che organizzano giochi per bambini. Ci sono persone che passano la giornata cantando, suonando musica. È davvero molto, molto interessante quello che sta succedendo qui. Per questo motivo, alcuni parlano qui della Comune di Quito, alcuni sostengono che in qualche modo abbiamo già guadagnato da questo punto di vista a livello di auto-organizzazione spontanea. Ma ci sono state molte assemblee per arrivare a organizzare ciò che sta accadendo ora… E penso che questa sia la vittoria più grande, e speriamo che possa continuare, questo spirito di auto-organizzazione. Ciò dimostra che insieme possiamo resistere per otto giorni e paralizzare un paese per otto giorni, per dire che i nostri diritti devono essere rispettati.

Come sta pensado di organizzarsi il movimento a partire da domani?

Oggi tutto il giorno (10/10) si è svolto un presidio-manifestazione, con la consegna dei poliziotti che erano stati “trattenuti” dal movimento e con la chiamata a continuare la lotta, e gli indigeni sono ancora qui a Quito. Oggi è stata una giornata di tranquillità, pace, lutto. Infatti la CONAIE ha annunciato tre giorni di lutto, non so se questo significhi se nei prossimi tre giorni ci saranno solo cortei pacifici. Ma penso che strategicamente possa anche servire un po’, ad esempio oggi è stata una giornata “pacifica”, ma sono stati raggiunti molti risultati, abbiamo catturato l’attenzione dei media, il muro mediatico è stato rotto, nonostante il fatto che hanno interrotto il segnale del nostro cellulare e internet, e ciò ha reso difficile la documentazione da parte di media indipendenti e dei singoli dal proprio cellulare. Quindi penso che ci stiamo tutti preparando per una lunga resistenza, se all’inizio pensavamo che potesse risolversi rapidamente, dopo quello che abbiamo visto in questi giorni sappiamo, e abbiamo la sensazione, che questa lotta durerà molto più a lungo, ed è per questo che dobbiamo organizzare strategicamente i momenti di lotta e non bruciarli immediatamente. È importante cercare di accumulare consenso nell’opinione pubblica, rompere l’assedio mediatico, creare nuove strategie di lotta, oltre alle manifestazioni, ai momenti di riot, ai momenti di scontro con la polizia. Questo non significa che una cosa sia giusta e un’altra sbagliata, ma che dobbiamo usare tutti gli strumenti possibili per ottenere la vittoria.

 

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