
Electrolux: un caso di delocalizzazione e finanziarizzazione dell’industria italiana in crisi
Electrolux, multinazionale svedese produttrice di elettrodomestici, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di 1700 dipendenti negli stabilimenti italiani.
Il piano si inserisce in una riorganizzazione globale dell’intero assetto produttivo dell’azienda: stabilimenti in Ungheria e negli Stati Uniti sono già stati chiusi negli scorsi mesi, portando al licenziamento di migliaia di dipendenti.
Electrolux è una società multimiliardaria con sede in Svezia, impegnata dall’inizio del secolo scorso nella produzione di elettrodomestici. Dal 1984 ha cominciato a rilevare e aprire stabilimenti e poli produttivi anche in italia, diventando tra le prime aziende produttrici nel settore. Nel corso del nuovo millennio, l’emersione di nuovi produttori prevalentemente cinesi ha ampliato la concorrenza e minato la sua leadership di mercato. La società ha risposto alla crisi a colpi di ristrutturazioni delle catene produttive globali e investimenti di borsa nei mercati azionari. Si tratta di situazioni ormai viste e riviste nel nostro paese e che scaricano gli oneri di cambiamenti e ripianificazioni sempre sulle stesse persone: i lavoratori e le lavoratrici.
I cinque stabilimenti presenti in Italia – Solaro, Porcia, Susegana, Forlì e Cerreto d’Esi – contano in tutto 4500 persone impiegate, con un indotto costruito su filiere produttive che interessano importanti fette del centro-nord. Gli esuberi decisi dall’azienda porteranno a un taglio netto del personale, senza considerare anche gli effetti del deficit produttivo sul territorio. Come accennato, le dinamiche che hanno portato a questa condizione sono molteplici e si iscrivono in un quadro politico-istituzionale tanto europeo quanto italiano che ha direttamente e indirettamente favorito i processi di deindustrializzazione a cui assistiamo da anni. Come spiegato qui da Alessandro Volpi, ad aver influito nella decisione di chiudere i complessi Electrolux della penisola, è stato il trasferimento delle produzioni verso l’Est Europa, in particolare la Polonia (diventata infatti prima produttrice europea di elettrodomestici). La convenienza della delocalizzazione nelle zone dell’ex cortina di ferro – attuata aggirando persino le norme europee – risiede nel minor costo della manodopera, favorita anche da una pressione fiscale inferiore e da incentivi governativi.
Questo caso rappresenta appieno la gestione della produzione industriale italiana delle ultime decine di anni, che propone come unico mezzo di “sopravvivenza” l’offshoring di intere catene produttive. In sostanza, un settore che sprofonda da anni viene accompagnato nella sua caduta, utilizzando come freno alla desertificazione industriale la subordinazione delle ultime attività alle filiere dell’europa centro-settentrionale, spingendo nello specifico i capitali tedeschi.
L’altro dato da prendere in considerazione è poi la proprietà del capitale di Electrolux. La storica holding familiare gestisce infatti solo il 20% delle quote. Il resto è nelle mani di Amf – un importante fondo pensionistico svedese – e di BlackRock, principale fondo d’investimento a livello globale. La finanziarizzazione della società è stata progressiva e ha intrecciato chiusure e delocalizzazioni. Il bisogno di surplus sui rendimenti finanziari degli investitori è infatti perfettamente in linea con le logiche del capitalismo finanziario, fondato sulla valorizzazione dei risparmi. Si tratta di un processo che ridefinisce le gerarchie del capitale globale. La finanziarizzazione del capitale si costruisce infatti sull’acquisto di milioni di quote da parte dei grandi fondi di gestione patrimoniale (in primis le americane BlackRock, State Street e Vanguard), che penetrano la maggior parte degli attori delle economie occidentali, specialmente banche, aziende belliche e delle telecomunicazioni. Le imprese orientate alla valorizzazione nei mercati azionari si allontanano quindi dalle necessità della dimensione produttiva reale, su cui si sostanzia il processo di accumulazione. Il risultato è quello che stiamo vedendo non solo con Electrolux, ma con numerose altre imprese italiane, i cui utili, nonostante la produttività in calo, aumentano esponenzialmente.
Nel panorama si inserisce un altro attore: Midea. Midea è un colosso cinese che produce elettrodomestici, primo produttore nello specifico di microonde e robot industriali. Da qualche anno ha avviato una partnership strategica con Electrolux: gli ultimi avvenimenti prospettano la possibilità che gli stabilimenti italiani vengano rilevati proprio da questa azienda. Sebbene possa sembrare un processo distinto, la cessione sarebbe coerente con la finanziarizzazione di Electrolux. La proprietà di Midea – quotata a Shenzhen e Hong Kong – è distribuita su fondi e shareholder a loro volta gestiti in buona parte dai grandi fondi americani BlackRock e JP Morgan.
L’azienda svedese ha poi ricevuto, negli ultimi dieci anni, aiuti dallo Stato per il valore complessivo di quasi 13 milioni di euro. Aiuti che Electrolux Italia ha speso per rimpinguare le tasche degli investitori e chiudere catene e stabilimenti nelle sue sedi italiane.
Si tratta di un sistema collaudato, già ampiamente sfruttato, per esempio, dal gruppo Stellantis. Le iniezioni pubbliche, volte in teoria a riavviare la produttività, sono state utilmente spese per pagare chiusure progressive, cassa integrazione su larga scala e liquidazioni. Persino l’UE ha fornito investimenti per centinaia di milioni di euro all’azienda, tecnicamente da spendere nell’innovazione tecnologica. È ormai constatato che questa “innovazione”, quando non serve a spremere con più intensità la forza-lavoro, viene invece convertita nella dismissione dei siti, con il dirottamento dei fondi verso lidi più valorizzabili.
Insomma, le manovre di Electrolux non sono un unicum, ma fanno parte di una tendenza che somma la ristrutturazione capitalistica all’incompetenza politica di riuscire anche solo a gestire questo tipo di cambiamento. Non è un caso che le principali partite sindacali degli ultimi anni, a parte le lotte della logistica, siano state avviate proprio per le delocalizzazioni ed i licenziamenti che sostanziano il processo di cui prima. Il caso dell’ILVA è emblematico di come da un lato le conseguenze della deindustrializzazione siano gravi, ma dall’altro ci possano essere emersioni operaie significative, come accaduto a Genova a dicembre.
Sul piatto le possibilità sono molteplici, e si intersecano al destino degli altri siti industriali italiani. Come spiegato qui, la conversione bellica avrebbe potuto rappresentare per Meloni&Co un trampolino per rilanciare la produzione. E invece, in effetti, la subordinazione all’alleato americano significherà, più che una spinta propulsiva per l’arrancante industria italiana, un potenziale definitivo colpo di grazia. La ricetta di tagli e austerità utile ad acquistare armi oltreoceano, metterà in crisi buona parte del tessuto industriale italiano, reso ormai dipendente da sussidi, bonus e agevolazioni fiscali. Soltanto alcuni settori ad alto valore aggiunto potranno prosperare poiché inseriti nella filiera europea ed atlantica.
Nel frattempo sono iniziate le mobilitazioni di lavoratori e sindacati. Già il 12 e il 13 maggio sono stati organizzati scioperi a sorpresa nei vari stabilimenti. Oggi 25 maggio è stato convocato un tavolo con il Ministro D’Urso, i sindacati e l’azienda con i rappresentanti delle Regioni coinvolte.
Sulla vertenza aperta si giocheranno carte importanti per il futuro prossimo del nostro paese, che metteranno in luce tanto le responsabilità del governo e dei sindacati – che con le politiche concertative sono riusciti a dare una mano, attraverso la pacificazione, agli affari del grande capitale italiano -, quanto le opportunità di mettersi di traverso e dare una spinta alla classe dirigente attuale.
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