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Porti di Resistenza: Bloccare la Macchina da Guerra e l’Economia del Genocidio

La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.

Immagine di copertina: Una protesta in solidarietà con i lavoratori portuali di Genova e la loro opposizione alle spedizioni di armi verso Israele. (Foto: via USB)

Di Michael Leonardi – 21 giugno 2026

Mentre la campagna genocida di Israele continua, con oltre 70.000 palestinesi Massacrati a Gaza e la sua aggressione che ora si estende al Libano, un nuovo e potente Fronte di Resistenza sta emergendo nei porti del mondo. Lavoratori portuali, camionisti e attivisti solidali si rifiutano di essere complici della Macchina di Morte, bloccando fisicamente le spedizioni di armi e smascherando le catene di approvvigionamento globali che alimentano guerre senza fine e traggono profitto dai Massacri di Massa.

Queste azioni non sono gesti simbolici. Stanno elaborando una strategia per soffocare la Macchina da Guerra e smantellare l’Economia del Genocidio nei suoi anelli più deboli. Ma per avere successo, devono evolversi in uno sforzo internazionale sostenuto e coordinato. Blocchi isolati possono sensibilizzare l’opinione pubblica; solo un’azione sincronizzata e transfrontaliera può davvero affamare la bestia.

I porti della resistenza in Italia

I lavoratori portuali italiani sono stati in prima linea. Sindacati come l’Unione Sindacale di Base (USB) e il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova (CALP) hanno ripetutamente bloccato le attività per impedire che armi e componenti militari raggiungessero Israele.

Nel settembre 2025, i lavoratori portuali di Genova e Livorno hanno bloccato i porti durante uno sciopero generale nazionale che ha portato milioni di persone in piazza. A Ravenna, i lavoratori hanno impedito l’accesso ai camion che trasportavano esplosivi diretti ad Haifa. Azioni simili hanno preso di mira navi collegate alla ZIM e ad altri vettori.

La Resistenza si è estesa anche a Sud. In Calabria, nello strategico porto di Gioia Tauro, attivisti e lavoratori portuali si sono mobilitati contro sospetti carichi a duplice uso e merci militari destinate a Israele. La Grecia si unisce alla lotta

L’ondata di proteste si sta diffondendo in tutto il Mediterraneo. In Grecia, i lavoratori portuali del principale porto del Pireo hanno intrapreso azioni coraggiose, bloccando le spedizioni di acciaio e munizioni destinate a Israele. Centinaia di lavoratori e attivisti si sono mobilitati per fermare le operazioni di carico e scarico di questo carico letale, dichiarando che non saranno complici del Genocidio in corso.

Il New Jersey e il fronte americano

Dall’altra parte dell’Atlantico, il porto di Elizabeth, nel New Jersey, è diventato un campo di battaglia cruciale. Essendo il terzo porto più grande degli Stati Uniti e il principale esportatore commerciale di armi verso Israele al di fuori delle basi militari, movimenta circa 1.000 tonnellate di armi e componenti militari a settimana.

Il 22 maggio 2026, oltre 30 attivisti hanno bloccato i terminale di Maher alle 4:30 del mattino, prendendo di mira le navi ZIM Virginia e Maersk che trasportavano munizioni destinate a Israele. I manifestanti si sono incatenati a un camper e a un camion con una barca, bloccando l’ingresso del terminale con striscioni che recitavano “ZIM e Maersk trasportano Genocidio ed Ecocidio”, “Blocchiamo le bombe” e “Stop al Genocidio, all’Ecocidio e alle deportazioni”. Dieci attivisti sono stati arrestati e ora rischiano accuse penali.

Danny Creamer, uno degli arrestati, ha dichiarato: “Non si può permettere a società produttrici di armi come Zim e Maersk di perpetuare e trarre profitto dalla violenza e dal Genocidio commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Credo che ogni singola persona abbia la responsabilità di resistere alle azioni del nostro governo e di queste multinazionali, a prescindere dalle conseguenze”.

Mark Colville ha aggiunto: “Abbiamo bloccato il terminale per impedire al governo statunitense di violare le proprie leggi inviando armi a Israele per commettere Crimini di Guerra e Genocidio”.

L’organizzazione Port Workers for Palestine (Lavoratori Portuali per la Palestina) ha condotto un’intensa attività di sensibilizzazione a Elizabeth, evidenziando il ruolo del porto come arteria fondamentale nella Macchina Bellica israelo-americana. Mentre l’International Longshoremen’s Association (Associazione Internazionale degli Scaricatori Portuali – ILA) è rimasta in gran parte inerte, i camionisti non sindacalizzati hanno mostrato molta più solidarietà. Poiché i canali sindacali ufficiali non sono intervenuti, sono intervenuti gli attivisti di base.

Verso uno sforzo internazionale coordinato

Questi blocchi fanno parte di un crescente risveglio globale. Un recente incontro internazionale di lavoratori portuali in Turchia ha riunito rappresentanti di almeno 34 sindacati di 34 porti. L’incontro ha gettato le basi per azioni coordinate previste per questo autunno, tra fine settembre e ottobre, volte ad aumentare la pressione sull’Economia di Guerra attraverso scioperi e blocchi sincronizzati.

Da Gioia Tauro al Pireo, da Genova a Elisabetta, il messaggio è chiaro: i porti devono diventare barriere alla guerra, non corridoi per la consegna di armi. La solidarietà internazionale non è un’opzione, è essenziale. Le azioni isolate accrescono la consapevolezza, ma solo una campagna coordinata e transfrontaliera può infliggere colpi decisivi all’Economia del Genocidio.

La visione va oltre la sola Palestina. I porti rappresentano una proprietà collettiva e un potere di influenza collettivo. Il Conglomerato Militare-Industriale estrae enormi risorse dalle comunità lavoratrici prima ancora che queste possano vedere i benefici del loro lavoro. In media, ogni americano contribuisce con oltre 5.000 dollari (4.356 euro) all’anno al militarismo statunitense, una cifra che è ulteriormente aumentata sotto l’amministrazione Trump. In quanto lavoratori, abbiamo un profondo obbligo morale di difendere non solo noi stessi, ma anche la comunità internazionale: rifiutare il flusso di armi che porta tanta sofferenza in Palestina, in Libano e altrove.

Governi e aziende denunciano questi sforzi come “dirompenti”. Ma il vero elemento dirompente è il quotidiano afflusso di bombe che radono al suolo ospedali, scuole e intere famiglie. I lavoratori e i cittadini che rifiutano la complicità stanno esercitando la più alta forma di solidarietà: usare la propria forza lavoro e la propria presenza collettiva per fermare le uccisioni.

La strada da percorrere è urgente. I lavoratori portuali, i sindacati, gli autotrasportatori e i movimenti di solidarietà devono ampliare queste azioni, coordinandosi oltre i confini, prendendo di mira punti strategici come Elisabetta, Gioia Tauro e il Pireo, e mantenendo una pressione costante fino a quando il flusso di armi non cesserà. Le azioni coordinate autunnali scaturite dall’incontro in Turchia rappresentano un passo fondamentale in questa direzione.

La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.

I porti si stanno ribellando. La Resistenza è internazionale. La Macchina da Guerra e l’Economia del Genocidio possono, e devono, essere fermate.

Da Invicta palestina Fonte: English version

–Michael Leonardi è un giornalista residente in Italia, è vicepresidente della Treewater Initiative, un’organizzazione no-profit che da oltre un decennio si dedica alla costruzione della sostenibilità in una Palestina libera.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
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pubblicato il in Sfruttamentodi redazioneTag correlati:

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