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Ex Ilva: il riarmo divora la politica industriale (e la transizione ecologica)

Tutti i nodi vengono al pettine. Il governo sovranista con la sua manovrina accantona risorse per acquistare armi e manda alle ortiche quasiasi politica industriale.

Per anni la destra ha mestato le acque giocando sulla presunta contraddizione tra ambiente e lavoro. Ora che è al governo non vengono garantiti né l’uno, né l’altro. Il caso dell’ex Ilva è indicativo di una tendenza più generale in cui il riarmo, l’economia di guerra, divorano risorse a scapito delle politiche industriali e della transizione ecologica.

Partiamo dall’inizio: negli scorsi giorni è stato annunciato il nuovo piano del governo Meloni sull’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. Il piano prevede di fermare l’arrivo dei rotoli d’acciaio prodotti a Taranto e destinati alla trasformazione negli impianti del nord. I rotoli verrebbero venduti direttamente sul mercato. Ciò secondo i sindacati significherebbe “la morte” del comparto siderurgico italiano. Infatti con tale mossa l’unica produzione italiana di banda stagnata, materiale strategico per la filiera alimentare e dell’imballaggio, verrebbe bloccata mandando con le gambe all’aria gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. A Taranto la situazione non è migliore, infatti qui è stata annunciata la chiusura delle cocherie, che viene interpretata dai lavoratori come il prodromo allo stop degli altoforni. Attualmente a Taranto ve ne è solo uno attivo che produce un milione di tonnellate di acciaio, contro una capacità teorica di otto milioni di tonnellate.

L’annuncio è stata una doccia fredda per le migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia dato che il governo aveva presentato alcune settimane fa un piano industriale totalmente diverso atto, in linea teorica, a riportare a regime la produzione di acciaio e diminuire l’impatto ecologico degli impianti: si parlava di tre forni elettrici a Taranto ed uno a Genova. Poi il piano è stato accantonato per quello “temporaneo” di cui sopra che sembra essere l’anticamera per la chiusura.

Immediatamente sono scoppiate le proteste degli operai di Acciaierie d’Italia che hanno occupato gli stabilimenti di Taranto e Genova, hanno bloccato le strade e sono entrati in sciopero in tutte le fabbriche (Novi Ligure, Racconigi, Salerno, Milano, Paderno Dugnano, Marghera e Legnaro).

Il governo ora sta tentando di gestire il progetto di dismissione di fronte all’opinione pubblica, annaquando i tempi e tentando di dividere la vertenza. Le risposte che ha dato alle proteste dei lavoratori rendono evidente che l’obiettivo finale è probabilmente la chiusura, più che il rilancio. Ieri è stato portato in Consiglio dei Ministri un “decreto urgente” che prevede l’utilizzo da parte di Acciaierie d’Italia dei “108 milioni residui del finanziamento ponte fino a febbraio 2026”, data in cui teoricamente dovrebbe concludersi la procedura di gara per l’acquisto degli impianti, ammesso che si presentino degli acquirenti. Vengono poi messi 20 milioni sulla cassa integrazione, che quindi per il 75% del trattamento sarà a carico dello stato e non più di Adi. Previsti anche fondi per la formazione di 1.550 operai, che il ministro per le Imprese Urso intendeva usare come dispositivo per nascondere la cig che riguarderà alla fine 6mila lavoratori. Ancora non è chiaro, come fanno notare i sindacati, a quale scopo verrà effettuata, se per smantellare la produzione o riattivarla. La Fiom di Taranto ha calcolato, sulla base delle 96mila ore di formazione comunicate al tavolo, che si tratterà in realtà di meno di 8 giorni a testa.

Inoltre Urso sta tentando di dividere la vertenza in due tronconi, uno sugli stabilimenti del sud e uno su quelli del nord convocando tavoli separati. I sindacati hanno annunciato che non saranno presenti per non legittimare questo tentativo.

Questa la cronaca. Ma se si allarga lo sguardo la vicenda è sintomatica di una tendenza più complessiva. Diversi esponenti nel governo negli scorsi mesi ci hanno raccontato che l’industria bellica avrebbe potuto essere un volano per il rilancio industriale del paese. Crosetto, Tajani e compagnia bella non perdono un giorno senza fare melodrammatiche dichiarazioni su presunti pericoli alle porte. Tempi d’oro per l’acciaio “Made in Italy” si potrebbe pensare, no?

Proprio no, a quanto pare. In diversi avevano avvertito che l’economia di guerra e la riconversione bellica non avrebbero assorbito le croniche fallacie della politica industriale del nostro paese, noi ne avevamo scritto qui. Si inizia a concretizzare quanto previsto: una “cura” di austerità volta ad accantonare risorse per acquistare armi dagli “alleati” statunitensi. Licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, tagli orizzontali ai servizi ed al welfare per alimentare la macchina della morte. Solo alcuni settori ad alto valore aggiunto inseriti nella filiera delle armi potranno prosperare sperando che qualche briciola cada dal tavolo del banchetto. Il resto del tessuto industriale italiano andrà inevitabilmente incontro ad una contrazione, essendo in gran parte “drogato” da stimoli pubblici, bonus ecc… che il governo non si può più permettere di distribuire nella logica dell’austerità per il riarmo.

Dunque bisogna seguire l’esempio degli operai di Genova e Taranto, bloccare tutto, adesso, per impedire che questo governo continui la sua opera di devastazione sociale ed economica del paese in nome della difesa di un “Occidente” che rappresenta solo gli interessi dei potenti.

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