
Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles
La pira non fuma più. Si sentono però ancora le zaffate di carne, plastica e metalli combusti, intorno al rogo di Amendolara. Tutto ha ripreso a scorrere, a pochi passi dalla cenere. Sfrecciano furgoncini imbottiti di braccia umane sottocosto, s’innalzano nuvolette di erbicidi nei pescheti, agli incroci sostano gruppi di ragazzi col turbante, in attesa che qualcuno li prelevi e li porti sui campi di lavoro.
Sulla SS 106, gli “ossi di seppia” del “travaglio usato” si alternano a schiave della prostituzione, svendute all’utenza del sesso. Di quest’umanità invisibile facevano parte il pachistano Waseem e gli afghani pashtun Amin, Ullah e Safi, di età comprese tra i 19 e i 29 anni, arsi vivi in una macchina, lunedì scorso, in un distributore di benzina nei pressi di Amendolara. Abitavano a Villapiana lido, al confine con la piana di Cerchiara, dove nei periodi non balneari una casa per i lavoratori migranti costa 500 euro d’affitto al mese e ne accoglie fino a 10. Ad ucciderli, due pakistani. Tra gli anziani villapianesi, guai a chiamarli “caporali”: negli anni sessanta del ‘900 esistevano già, ma mica tutti delinquenti erano. Più che altro, fungevano da capi-cantiere, direttori dei lavori, si direbbe oggi. Questi odierni, invece, sono coyote, come li chiamano in Messico: intermediari, trafficanti di esseri umani, che si muovono nell’ombra. Verrebbe voglia di definirli “scafisti di terra”, se non si corresse il rischio di scatenare qualche altra improbabile crociata sul globo terracqueo.
Nelle Calabrie storcono il muso in tanti pure quando si legge in giro l’espressione “mafia pakistana”: pare inverosimile ne esista una, straniera e indipendente, nelle terre controllate dalle ‘ndrine. Allora non ci vogliono trattati di sociologia per capire chi siano gli assassini. Ogni comunità migrante ha avuto i propri “fixer”. Lo sanno bene i calabresi catapultati nelle Americhe, che quando sopravvivevano al viaggio transoceanico e al “Cipierre” di Ellis Island, si recavano dai compatrioti “facilitatori”. Tra di loro c’era la persona disinteressata e quella che da Virgilio poteva trasformarsi in Cerbero.
Ricordano bene tutto, gli anziani villapianesi, mentre osservano con gli occhi lucidi la casa che ospitava i quattro “poveri disgraziati” del rogo di Amendolara. Si immedesimano e commuovono pensando a quei ragazzi che chiedevano solo di essere pagati dopo aver lavorato nei campi. Qui i migranti sono sempre stati accolti, sul serio. Qualcuno si chiede se l’idillio continuerà, dopo che due settimane fa ha vinto una sindaca leghista con l’appoggio del PD. Sono le stesse elezioni che hanno portato 41 voti a Zhairi Said, proveniente dal Marocco. Ci si chiede per chi abbiano votato gli altri 60 cittadini di origini marocchine, aventi diritto. Sono tanti i nordafricani da queste parti. I pakistani, invece, si concentrano a Sibari. Le quattro vittime della strage raccoglievano fragole tra Metaponto e Scanzano, in Basilicata. “Avevano il volto triste. Noi ci accorgiamo subito se qualcuno li sfrutta”, spiegano gli imprenditori agricoli della zona. Tengono a precisare che loro con gli aguzzini non hanno nulla a che fare. In effetti, molti di questi datori di lavoro e proprietari terrieri li trovi già alle 5 del mattino nei campi, con gli scarponi infangati, che lavorano insieme ai loro “jurnaturi”. Tra arance, clementine, pesche, riso, olive e altri prodotti della terra, qui si lavora davvero. Quasi 5mila sono le imprese agricole, 108 delle quali impegnate negli agrumi. Non tutti virtuosi, i padroni di terreni, macchine e capannoni. C’è chi non tratta con i “coyote” globalizzati, ma in tanti si rendono complici di questi mascalzoni. Funziona così: i commercianti si accordano con i produttori di agrumi e comprano da loro arance o mandarini a un prezzo che varia in base all’annata e alla pezzatura. Poi, per la raccolta, si servono di una manodopera pescata tra i 12mila braccianti stagionali della piana di Sibari e dintorni, che a differenza di quelli accatastati a Gioia Tauro perlopiù qui non vivono in tendopoli, bensì in magazzini, vecchi appartamenti e ruderi di masserie. Ogni anno, alla porta dell’azienda si presenta il coyote che offre la propria “squadra” di raccoglitori. L’unità di misura è il Bins, un contenitore in plastica che contiene circa due quintali di frutta. Di solito, ci si accorda per circa 23 euro a Bins. Già non sarebbe legale, perché la normativa prevede contratti di prestazione a ore. Il coyote propone inoltre pagamento in contanti. L’imprenditore onesto non accetta, richiede i documenti e l’Iban di ciascun bracciante. Tutt’al più propone un pagamento con assegni circolari. Rivenderà il prodotto alla grande distribuzione o all’estero, soprattutto in Ungheria e Polonia. Prima della guerra, si esportava anche in Bielorussia e Ucraina. L’avvoltoio invece si accorda col coyote e si butta insieme a lui sulle prede più deboli, i lavoratori e le lavoratrici migranti, che sebbene siano entrati regolarmente col decreto flussi (70mila solo nel 2025), scaduto il contratto a tempo determinato, sono vivi in senso biologico, ma deceduti sul piano giuridico. Ecco perché chiunque li può ricattare, schiavizzare, uccidere. Per lo Stato, non esistono. Tutto ciò avviene sotto l’ombrellone del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, in nome della spietata e laica “religione” del neoliberismo. I fondi erogati dalla Regione Calabria nei cosiddetti “investimenti produttivi”, a quanto pare, stentano a costruire una “civiltà d’impresa”. Invece di pavoneggiarsi, sarebbe meglio che i politici andassero a vedere da vicino cosa fanno, con quei soldi pubblici, i destinatari dei finanziamenti.
Waseem, Amin, Ullah e Safi sono morti ammazzati per un mucchietto di euro, meno di quanto spende una famiglia italiana di tre persone per una serata in pizzeria.
Claudio Dionesalvi
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