Essere giovani d'oggi | Giovani incompatibili, volontà di disciplinamento, spazi che si creano

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Cosa significa essere giovani oggi?

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In questo mondo funestato dalla pandemia, dalla crisi climatica ed economica e dalle guerre, in un paese come il nostro che è abituato ad ignorare ed al limite criminalizzare i bisogni e le esigenze dei più giovani quali esperienze maturano?

Chi oggi vive la condizione giovanile si misura con un'insopportabile compressione degli spazi di libertà, della possibilità di realizzazione, del vivere insieme o anche semplicemente di farsi sentire.

Eppure in questo contesto emerge un'incompatibilità di fondo delle nuove generazioni nei confronti del modello di società che gli è stato consegnato. Tra i movimenti contro il cambiamento climatico, le lotte degli studenti e delle studentesse contro l'alternanza scuola - lavoro, l'emergere di nuove sensibilità e conflitti sulle questioni di genere e del razzismo strutturale e il presentarsi di fenomeni di irregolarità di massa contraddittori e ambivalenti pare evidente che qualcosa, ancora in forme embrionali, si sta muovendo.

Abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica del sito per raccogliere inchieste, spunti, testimonianze, visioni e sfoghi per indagare insieme queste tendenze.

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Di seguito apriamo le danze con una riflessione su alcuni nodi di riflessione rispetto all'esperienza giovanile a Torino, dove recentemente l'arresto in carcere di tre ragazzi impegnati nelle lotte contro l'alternanza scuola-lavoro ha fatto emergere la necessità di un dibattito serio sulla città e su come viene affrontata al suo interno la questione giovanile.

Giovani incompatibili, volontà di disciplinamento, spazi che si creano.

Condividiamo alcuni spunti di riflessione a partire dagli eventi degli ultimi tempi e che pensiamo indichino in controluce un disegno inquietante nei confronti della parte sana della società, i giovani e le giovani che si battono per una vita più giusta.

Senza voler immaginare livelli di realtà che non sono verificabili partiamo da alcuni dati. Muoiono dei ragazzi in stage PCTO, migliaia di giovani scendono in piazza, occupano le scuole, portano richieste chiare, vengono da un lato colpiti violentemente e dall’altro completamente inascoltati. Arriva una sola risposta, a Torino 11 giovani vengono arrestati, a Milano e Roma si susseguono giorni di perquisizioni e denunce per le mobilitazioni di qualche mese prima. Un ragazzo in stage a Merano subisce un’ustione gravissima durante l’alternanza scuola-lavoro, di cui ad oggi non si sa più nulla. I daspo urbani chiamati Willy (nome di dubbio gusto, strumentale, si riferisce a Willy Monteiro, ragazzo ucciso dalle botte di due uomini) vengono distribuiti come caramelle, la percentuale di giovani tra i 19 e i 24 anni in carcere aumenta secondo la relazione annuale della garante dei detenuti e, a Torino, rappresenta il 13% della popolazione carceraria.

Parallelamente da quando il sindaco Lo Russo si è insediato la città di Torino non ha pace, tra eventi e carrozzoni, è chiaro l’obiettivo: ridipingere la città come giovane e dinamica, come vivibile e in espansione. La realtà, Torino è una città in crisi, si sta spopolando, la disoccupazione giovanile tocca cifre del 30%, il mantra delle “periferie” da riqualificare e su cui investire è morto insieme al fallimento grillino, Torino è la città che sta tentando di ricostruire un tessuto industriale e un campo di profitto nell’ambito degli armamenti, altro che soddisfare le necessità dei giovani. Ma, tant’è. Da un lato i giovani sono strumentalizzati e vengono organizzati per loro eventi che non sono altro che specchietti per le allodole e dall’altro lato sono picchiati, ammazzati, sfruttati, arrestati.

Questo quadro solleva alcuni nodi che marcano un cambio di segno.

Primo fra tutti la bassezza di chi ci amministra e governa in maniera più generale. Ricordiamo infatti come la ministra degli Interni si sia espressa a seguito delle manifestazioni per Lorenzo e Giuseppe, quindi è chiaro come il livello dello scontro si collochi abbastanza in alto. È chiaro che Torino si riconfermi come anomalia, con le sue specificità, e come capofila nell’applicare le tendenze governative. Un laboratorio che tenta di imbonirsi una parte di pubblico giovanile, emblematico l’esperimento dell’Eurovillage, provando a guadagnare consensi giocando sull’inesistenza di possibilità su tutti i fronti. Un paradigma che si fonda sulla retorica delle ricadute economiche che ha effettività su una parte ben specifica e ristretta della cittadinanza (i privati, grandi proprietari immobiliari, le banche, le fondazioni), guadagnando sulle risorse che andrebbero investite per risanare il debito.

Per tutto il resto, il cambio di segno si riassume nel colpire l’incompatibilità, senza nemmeno più alcuna ambiguità. Da un lato è un paradigma subdolo, dall’altro invece è indice di voler fare selezione. L’obiettivo perseguito è tagliare le gambe a chi si espone in maniera più esplicita per fare in modo che tutta l’agitazione che anima la composizione giovanile sappia qual è il trattamento che gli spetta. Giocare sulla paura, sull’indecisione, sulle condizioni materiali che progressivamente peggiorano, sul pugno duro per chi prova a dire qualcosa di diverso da ciò che è considerato accettabile.

In questo scenario sorge un ulteriore dato. Non esiste indignazione, viene normalizzato anche il fatto che tre adolescenti siano in carcere preventivamente perché potrebbero reiterare il reato, sul quale ancora nessun giudice si è espresso perché non c’è stato nessun processo. Il fatto che un evento del genere implichi dei costi umani e sociali enormi non viene nemmeno nominato. Si tratta di traumi, di soldi per il sostegno psicologico, di vite stravolte perché invece di andare a scuola bisogna occuparsi di sostenere gli amici detenuti, di aprire ferite non marginabili e che sicuramente avranno un effetto opposto a quello sperato dalla controparte.

Una cosa è certa, l’unica opzione possibile e praticabile si manifesta nella costruzione di autonomia e nella scelta di non permettere che il capitale prosciughi le proprie competenze e risorse. La consapevolezza che non ci sia un pianeta B, che non ci sia un piano B, che non ci sia possibilità di realizzazione in questo sistema, è qualcosa che non può essere cancellato, né dal carcere né dalle botte, anzi. È un mondo che obbliga a crescere troppo in fretta, non tutto rimane sotto controllo. La violenza strutturale del sistema in cui viviamo fa sì che i desideri nichilisti di alcuni giovani assumano caratteri abusanti, la risposta è quella sbagliata, la reazione pure, ma alla radice c’è la stessa imposizione. Lo sfruttamento che viene rifiutato dai giovani delle scuole è un dato e questo si traduce in una possibilità, ossia che quella disponibilità allo sfruttamento in quanto persone impiegabili non sia più da dare così per scontata. Chi non vuole produrre profitto, chi è convinto che il sistema di produzione attuale sia la causa della distruzione del pianeta, chi cerca di strappare dei pezzi di ricchezza, non ha e non deve avere alcuno spazio oggi in questa società. Una società che si basa su fondamenta sempre più fragili e dunque questa consapevolezza impaurisce.

La riappropriazione del proprio tempo, il bisogno di costruire relazioni nel rifiuto, l’evidente forza che anche solo uno di questi giovani esprime per il fatto stesso di sapere di avere ragione, vale più di ogni gesto speso per far tacere. È questo che si vuol colpire: la lucidità e l’intelligenza nel delineare i colpevoli e di non cedere ai ricatti, la volontà di costruirsi itinerari di vita contrari a quello che la società propone.

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