
Su mondiali, razzismo, remigrazione e identità. Il contributo di Immigrital.
Questi giorni, come ogni competizione internazionale, si intensificano i tentativi di dirci chi siamo e dove dovremmo stare. A partire dall’essenzialismo razzista che sta provando a normalizzare l’idea della remigrazione in tutto il mondo.
Così, da un lato, si sostiene che la Francia, o qualsiasi altro paese ad alta immigrazione con giocatori di origine migrante, non rappresenti i “veri” francesi. Perché non ci possono essere italiani, francesi, inglesi o tedeschi se non di sangue. Dall’altro, quando le comunità festeggiano le proprie nazionali in Italia, devono farlo “a casa loro”. Queste due facce hanno la stessa matrice: un binarismo che vuole negare il nostro radicamento in ogni sua forma.
Ed è il peggior fascismo. Non puoi tifare o rappresentare l’Italia: puoi appartenere solo al tuo “vero” paese. E se sostieni quel paese vivendo in Italia, allora non puoi farlo nello spazio pubblico: devi farlo a casa tua. Da un lato si schiuma di rabbia davanti a famiglie che festeggiano il Marocco o qualsiasi altra nazionale. Si invoca la remigrazione. Dall’altro, però, sono gli stessi meccanismi politici e sociali che continuano a marginalizzare e segregare quelle stesse comunità nei lavori più sfruttati, nei quartieri popolari e nelle periferie. Prima producono esclusione, poi pretendono anche che sia l’unico orizzonte.
È l’ennesimo e costante tentativo di determinarci e definirci dall’esterno, con un’identità attribuita esteriormente come un unico blocco monolitico e cristallizzato. Ed è proprio in queste occasioni che crolla anche la patina di rispettabilità attraverso cui si tenta di normalizzare il razzismo essenzialista. Assimilazione o esclusione. Criminalità o integrazione. Sono tutte false dicotomie.
La verità è che puoi anche essere il miglior calciatore del mondo, ma non rappresenterai mai davvero l’Italia. Puoi essere un’onesta famiglia, ma non puoi gioire nello spazio pubblico per il Marocco, la Bosnia, l’Egitto, la Colombia o qualsiasi altro paese. Puoi perfino protestare contro un governo corrotto del tuo paese d’origine, ma devi farlo “a casa tua”. Talenti intrappolati nella miseria e se germogliano nonostante l’esclusione non sono comunque legittimi. Classe operaia multietnica sfruttata ma da relegare e nascondere, produrre e non avere nemmeno diritto allo spazio pubblico.
Allo stesso tempo, in reazione a queste posture fasciste, c’è chi da trent’anni continua a ripeterci: “Ma sì, siete italiani. Italiani e basta”. Anche qui ci viene imposta un’identità, negando le origini e imponendo una cesura con esse. Dall’altro lato c’è invece chi, attraverso presunti filtri decoloniali, sostiene che si sia semplicemente il “prodotto” di dinamiche geopolitiche e coloniali.
Così, ad esempio, un francese di seconda o terza generazione non potrebbe scegliere di rappresentare la Francia. Anche qui la logica è la stessa: essenzialismo e sangue da una parte, determinazione esteriore dall’altra. In entrambi i casi, l’autonomia scompare.
Noi, invece, abbiamo sempre rivendicato la necessità di costruire identità non solo fluide, ma anche multiple. Ognuno, faticosamente, dentro contesti razzisti e classisti, costruisce la propria dimensione. Mai cristallizzata, sempre in evoluzione. E siamo stati costretti a farlo, in questi contesti ostili e violenti. Per questo fa ridere quando rivendichiamo origini e appartenenza e ci chiamano
“identitari”, quando un identitarismo sociale e politico di chi detiene potere ci attribuisce stigmi e negatività. E legittimo sentirsi italiani di origine senegalese, albanesi d’Italia, somali e basta, italiani e stop. Ma siamo noi a deciderlo, nonostante e oltre i rapporti di potere, il razzismo, la classe sociale e i media. Le identità multiple spezzano, per loro natura, il binarismo e ogni concezione monolitica dell’appartenenza.
Per questo rivendichiamo l’autonomia come unico filtro analitico, modello teorico e pratica politica realmente perseguibile per un’autodeterminazione personale e, soprattutto, collettiva: quindi multietnica e comunitaria, di classe e genere. Si può scegliere di scendere in strada per il Marocco e sognare di giocare un giorno con la maglia dell’Italia.
Supportare la Bosnia così come ammirare altre nazionali. Giocare per la Francia grazie al proprio talento, ma anche grazie ai conflitti sociali che hanno aperto quegli spazi, continuando al tempo stesso a sostenere le proprie comunità e le proprie origini.
Per questo l’unico punto politico, sociale, culturale ed economico è costruire le condizioni affinché ciascuno possa scegliere liberamente il proprio destino. Senza dover rinunciare ai propri tratti di classe, di etnia, alle proprie appartenenze.
Perchè, nel caso sportivo, se uno non può giocare per l’Italia è a causa sia di leggi e istituzioni che di costi ed esclusione economica. Perché se oggi siamo esclusi è proprio a causa di chi siamo e da dove veniamo. Ma nessuno è più disposto a vendere parti di sé e della propria gente in cambio di una falsa integrazione.
L’unica emancipazione possibile passa dall’abbattere la segregazione: quella nei quartieri, nel lavoro, nella scuola, nelle istituzioni e nello spazio pubblico. Significa contrastare il razzismo sistemico, istituzionale e interpersonale e costruire una società in cui l’autodeterminazione non sia un privilegio, ma una possibilità reale per tutti.
da Immigrital
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