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Autonomia differenziata, cioè come fare a pezzi l’ambiente

La legge approvata al Senato “è una bomba per la tutela della natura e del territorio”, scrive il prof. Paolo Pileri. La massiccia delega di funzioni alle Regioni (e ai Comuni) sconvolge infatti un’architettura pubblica locale già lesionata e con enti di controllo in sofferenza. Pensando così di “frammentare” la natura: l’esatto contrario dell’ecologia.

di Paolo Pileri, da Altreconomia

Se c’è una formula sicura per fare a pezzi l’ambiente è quella di smantellare il governo del territorio e fare in modo che le varie parti siano autonome tra loro. È la ricetta che prevede l’articolo 6 del disegno di legge 615 (“Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”) approvato dal Senato il 23 gennaio e che afferma: “Le funzioni amministrative trasferite alla Regione in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione possono essere attribuite, nel rispetto del principio di leale collaborazione, a Comuni, Province e Città metropolitane dalla medesima Regione, in conformità all’articolo 118 della Costituzione, contestualmente alle relative risorse umane, strumentali e finanziarie”.

Traduco per rendere comprensibile a tutti. Il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione regola da tempo il grado di autonomia delle Regioni, consentendo loro di “personalizzare” le deleghe persino in materia ambientale; alcune lo hanno purtroppo già parzialmente fatto: non ne sentiamo il beneficio. Questo articolo della Carta costituzionale richiama l’elenco delle materie trasferibili riportato in quello successivo, il 117. Tra queste, alla lettera “s” figurano la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Quindi, se capisco bene, queste materie andranno dritte dritte nelle tasche di ogni Regione. Ma non finisce qui perché queste ultime potranno trasferirle a loro piacimento ancora più in basso, fino ai Comuni. Quindi non stiamo parlando solo di autonomie regionali, ma addirittura di autonomie municipali. Si aprono di conseguenza tanti punti di discussione, mi limito a tre.

Il primo ha a che fare con la sorveglianza, il controllo e la vigilanza. Se si concede autonomia bisogna pur mantenere degli strumenti di controllo tra il beneficiario e il concedente. Sappiamo però che in Italia la questione “controllo” non ha mai funzionato né sul piano immateriale (quello dei dati, del monitoraggio e degli indicatori) né su quello materiale, quantomeno perché gli enti preposti sono enormemente sottodimensionati. Guardiamo, ad esempio, agli ispettori del lavoro ridotti al lumicino mentre gli incidenti crescono insieme alle irregolarità. E ancora all’ex Corpo forestale sempre più assottigliato, imbavagliato dalla burocrazia e di fatto impossibilitato a fare vigilanza ambientale. Per non parlare poi dell’inconsistenza numerica del personale dei Parchi nazionali e regionali, che ormai timbra solo carte, o della carestia di figure tecniche nei Comuni che li rende sempre più fragili. L’elenco potrebbe continuare, ma già questi quattro esempi ci dicono che questa sciagurata idea di autonomia si poggia su un’architettura pubblica locale lesionata e con enti di controllo in grande sofferenza. Trasferire competenze a soggetti inabili a svolgerle equivale a ingessare tutto, a denudare il Paese facendolo diventare un boccone facile per chi se ne vorrà impossessare per i propri business e capricci.

Veniamo al secondo punto che è pure peggiore per ambiente e natura. Se c’è una cosa che non ha assolutamente bisogno di essere frammentata (perché così facendo la si gestisce solo peggio o non la si gestisce affatto) è la natura, in tutte le sue forme. Nel 1866, Ernst Haekel, biologo e allievo del grande naturalista Alexander von Humboldt, coniò il termine ecologia. Sono passati 158 anni e devo purtroppo constatare che questa parola chiave non entra in testa alla politica italiana e a molti di coloro che si occupano di governo del territorio.

L’ecologia nasce dalla constatazione che in natura tutto è interconnesso e mai autonomo. Che tutte le forze che conosciamo in natura si richiamano tra loro e non ce ne è una sola che funziona in autonomia. Che gli organismi non possono essere compresi se considerati in modo isolato. Quindi, se un legislatore vuole davvero occuparsi di ambiente (e provare a stabilire relazioni eque, durature e sostenibili e non più aspre ed egoiste tra noi e la natura) deve riconoscere alla natura il suo status ecologico dove tutto è connesso a tutto. E deve evitare frammentazioni e autonomie disegnate su confini geografici e politici che nulla c’entrano con le leggi ecologiche.

Decidere invece che il governo dell’ambiente e della natura obbedisca sempre più (e solo) a quei perimetri politici e ai suoi “capi”, dissuadendoli dal guardare oltre i confini, non farà che acuire i difetti del nostro sistema decisionale in materia ambientale. I decisori impareranno sempre meglio a rincorrere il consenso e attirare investimenti (chi paga, può pretendere), mettendo in sordina la voce della natura. Diranno di non aver tempo e fondi per ridurre l’ignoranza ecologica. La fretta dell’incasso accorcerà loro lo sguardo. La scusa della penuria di risorse e di personale sarà usata per cementificare e incassare. Quali pregi dell’autonomia differenziata potranno mai arrestare il degrado del territorio?

Il terzo riguarda il suolo e l’uso (abuso) che se ne fa. Se c’è qualcosa che ha già subito il contraccolpo disastroso di un’autonomia differenziata ante litteram è esattamente il suolo. La liberalizzazione dell’uso degli oneri di urbanizzazione per finanziare in piena autonomia i servizi ai cittadini (che in parte coincidono con i Livelli essenziali delle prestazioni, Lep) è una prassi già enormemente abusata negli ultimi 30-40 anni. Ed è uno dei principali fattori che ha distrutto paesaggi, svenduto territori e trasformato il suolo (ecosistema fragile e fondamentale) in bancomat e cemento.

L’autonomia differenziata finge di non accorgersi di questo disastroso cortocircuito che non solo non fermerà il consumo di suolo, ma addirittura lo incentiverà. Potrei scommetterci: per garantire i Lep si farà man bassa di altro suolo e la delega ai Comuni prevista sarà di nuovo il grimaldello per riuscirci, oltre a creare caos e differenze di qualità urbana insopportabili e buone solo a distruggere l’ambiente e creare nuove sacche di conflitto sociale.

L’autonomia differenziata è solo un inasprimento di ciò che già è un danno conclamato. E lo si vede benissimo dai dati alle stelle sul consumo di suolo che abbiamo raccontato tante volte e che ogni senatore dovrebbe conoscere. Tanta parte della delega dell’uso del suolo fino a oggi concessa alle Regioni e da queste ai Comuni ha favorito solo i furbi e quelli che avevano i soldi, i quali hanno approfittato delle debolezze amministrative, politiche e culturali dei Comuni (e della loro fame di risorse per poter garantire servizi essenziali) per ottenere varianti urbanistiche, concessioni, scorciatoie e fare i loro comodi pur millantando posti di lavoro, innovazione, sviluppo locale. Tutte promesse mai provate e che alla lunga si sono rivelate vuote e dannose perché i Comuni sono più in crisi oggi di trent’anni fa.

L’autonomia differenziata è una bomba per la tutela della natura e del territorio. I discorsi che l’accompagnano sono infarciti di tanta arroganza ed egoismo che sono quanto di più lontano ci possa essere dalla natura la quale non è, come qualcuno dice senza sapere, luogo di sola competizione: semmai è un insieme inseparabile di “collaborazione e competizione” dove quest’ultima si dissolve entro un quadro sempre collaborativo e circolare. Nessuno in natura si arricchisce a dismisura, nessuno accumula a dismisura, nessuno inquina, nessuno è autonomo e alza barriere, semplicemente perché un secondo dopo morirebbe. In natura tutti hanno bisogno degli altri.

In questi decenni abbiamo invece alzato il volume della competizione avvilendo e immiserendo la cultura della collaborazione che, assieme ai concetti di cooperazione, mutualismo e simbiosi dovrebbero oggi essere centrali per affrontare la crisi ecologica e sanitaria. Probabilmente i senatori si sono già dimenticati che ci siamo salvati dalla pandemia da Covid-19 collaborando e non trincerandoci dietro i confini di autonomia di ognuno. La natura -ecco la lezione che non vogliamo ascoltare- non si sognerebbe mai di approvare una legge per far diventare autonome le sue parti perché sa bene che questo equivarrebbe a un ecocidio. Che è quel che sarà il disegno di legge 615. Mi auguro non vedrà mai l’attuazione, anche se, culturalmente parlando, ha già fatto e farà grandi guai in una società come la nostra dove la cultura ecologica è già debole e fragile.

Non posso che consegnare tutte queste preoccupazioni alle poche forze ecologiste che ancora ci sono, in Parlamento e fuori, sia per lanciare l’allarme sia per dire loro di leggere quello che le proposte non scrivono esplicitamente ma preparano con astuzia. Oltre che per chiedere loro di mettere in piedi estese e insistenti campagne informative per spiegare i danni di questa proposta normativa e della sua sciagurata idea di autonomia, culturalmente disgregante.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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