InfoAut
Immagine di copertina per il post

Terminal Showdown

 

Un aeroporto è una cosa curiosa, una sorta di non-luogo che però dà accesso ad altri luoghi. Ma, negli ultimi decenni, la sua natura originaria è terribilmente mutata. Infatti se da un lato il fascino e la speranza del prendere il volo per un viaggio o una vita nuova restano immagini legate ai terminal, dall’altro l’aeroporto è diventato un hub per la circolazione quotidiana di beni a livello globale.

Questo è diventato ancor più vero sin dagli anni ’70 con il regresso, a livello globale, dell’industria manifatturiera. Nell’Aprile del 1973, la Federal Express consegnava il suo primo pacco; quattro decenni dopo la FedEx dispone della quarta maggiore flotta aerea esistente. Per quanto riguarda il trasporto merci, si tratta della maggiore compagnia aerea del mondo. All’Oakland International, il mio aeroporto, l’hangar e l’hub logistico della FedEx, separati dai due più modesti terminal dei passeggeri, si dispiegano come un colosso dalla gravità di un pianeta. È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando. Questa trasformazione è avvenuta nella totale incoscienza e molto aldilà della nostra lettura della situazione politica. […]

Stretta tra alta produttività e bassa redditività, la capacità di impiegare il lavoro nei settori economici non è più quella di una volta. Ciò ci riporta al tema FedEx e rifugiati e alla loro relazione. L’ascesa della FedEx è legata al declino della produzione e dell’industria nei settori economici trainanti; l’indebolimento (economico) crescente degli anni sessanta precipita definitivamente nel 1973. Il Capitale sposta il proprio obiettivo di profitto sempre più nel settore della circolazione, della finanza e dei trasporti. I lavoratori si spostano laddove riescano a trovare un qualche appiglio nella nuova economia. Si assiste ad una crescente produzione di non-produzione, un surplus di capacità e di persone, incapaci di comporsi e di essere impiegate produttivamente. Se, da una parte, il rendimento del capitale dipende sempre più da un ambito globale e dalla velocità di circolazione, dall’altra sempre più persone sono dipendenti dal mercato senza la benché misera possibilità di poter contare su di uno stipendio. Così anche queste persone vengono scaraventate nella circolazione.
Questo è più o meno ciò su cui si basa lo schema di “
Riot.Strike.Riot” (Clover, Versobooks 2016): i riot, ma più propriamente l’ascesa delle lotte nella circolazione e nella logistica. Sono queste le diverse forme di conflitto sociale che si manifestano nel momento in cui le lotte di fabbrica, predominanti nell’epoca del movimento operaio, tramontano. La potenza dello sciopero tradizionale che nega al padrone i suoi profitti è stata, in linea di massima, un prodotto del capitalismo espansivo. Quando l’economia è a crescita-zero o inizia a contrarsi, la pressione si sposta altrove ed è altrove che si manifesta il conflitto sociale.

I lavoratori non hanno smesso di lottare per sé stessi né di unirsi ad altre lotte, ma le riconfigurazioni del mercato del lavoro hanno modificato il loro aspetto. Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l’aspetto di lotte nella circolazione, riversandosi nel settore dei trasporti, dispiegandosi nelle strade anziché nella fabbrica, spesso in collaborazione con i disoccupati. La partecipazione alle proteste dell’altra sera del Taxi Workers Alliance a New York ne è la riprova. Quest’ultimo è un sindacato significativo e rilevante, ma al tempo stesso fa parte del settore della circolazione, concettualmente e letteralmente. I taxi sono gestiti in maniera indipendente dagli autisti che sostengono costi e imposte e percepiscono una parte delle entrate come stipendio anziché ricevere un salario da un proprietario, la loro produttività dipende dunque dal numero delle loro corse. Se hanno scioperato l’altra sera, ebbene, era uno sciopero contro se stessi. O piuttosto era mirato ai consumatori e non ai produttori. Al mercato, per essere tecnici. Se era contro una grande macchina, era contro quella della città, contro le banali operazioni di spostare le cose da un posto all’altro. A dire il vero, è stato qualcosa di più di un riot. E ha coinciso con una serie di blocchi degli aeroporti, non solo in linea teorica, ma anche praticamente.

Ciò non significa che tutti si sveglino la mattina pensando: “oggi è il giorno giusto per una lotta sulla circolazione!”. Vuol dire, invece, che la ristrutturazione dei corpi, delle economie e delle strutture politiche spinge necessariamente il conflitto verso determinati luoghi e situazioni e non altri. È quasi superfluo raccontare di coloro che nel 2014 da un lato all’altro degli Stati Uniti hanno bloccato le autostrade contro una politica di stato basata su arresti e omicidi degli afroamericani; una modalità di gestione di una popolazione già discriminata e resa eccedente dalla deindustrializzazione. È evidente l’assonanza con il Messico il mese scorso, quando la privatizzazione del petrolio nazionale e il conseguente aumento dei prezzi ha scatenato el Gasolinazo, un movimento basato su blocchi diffusi delle strade. Ma l’invenzione di questa tattica non si deve a nessuno di questi episodi, essendo già molto diffusa nel medioevo e nella prima fase dell’epoca moderna con il divenire globale del mercato. È un revenant, senza dubbio. Non è un caso che in Indiana, la scorsa settimana, lo State Bill 285 (un provvedimento legislativo) proponeva che fosse richiesto ai pubblici ufficiali di “inviare tutti i funzionari di polizia disponibili… con il mandato di usare qualunque mezzo necessario per sgomberare le strade dalle persone che illegalmente ostruiscono il traffico”. […]

La circolazione globale dei beni va di pari passo con il flusso dei corpi. La questione delle frontiere appare sempre più come una contraddizione tra il libero flusso di capitali e le brutali restrizioni sulle persone. I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea ad esempio. Così come le frontiere, le stazioni degli autobus e dei treni, i porti, gli aeroporti. […]

Indubbiamente continueranno a essere queste le ragioni del crescente antagonismo. L’evento più sensazionale di Occupy negli Stati Uniti è stato il blocco del porto di Oakland, che contò più di 25000 partecipanti. Due mesi più tardi, nell’organizzare un’altra manifestazione, si propose di bloccare l’aeroporto di Oakland. Il polo della FedEx era al centro delle discussioni. La maggioranza, sia all’interno che all’esterno del movimento, ha ritenuto questa proposta un suicidio. Infatti si pensava che nessuno sarebbe stato solidale e che i poliziotti del Dipartimento di Sicurezza Interna avrebbero sparato per uccidere se si fosse presa come obiettivo l’infrastruttura fondamentale della circolazione. Come mi ricordava un amico, proprio ieri è stato il quinto anniversario di quel corteo. E invece proprio gli aeroporti sono adesso luoghi di scontro aperto, uno sviluppo peraltro annunciato per altro da una manifestazione di Black Lives Matter dell’anno scorso all’aeroporto di Londra. Gli orizzonti delle lotte stanno mutando. Del resto, le idee per sferrare un contrattacco si sviluppano di pari passo con le trasformazioni del mondo. […] 

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“Per coloro che soddisfano le condizioni”, Una nuova pagina della mai realizzata abolizione dell’hukou

Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere […]

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dalla discarica al clic

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Intelligenza artificiale e guerra

Proponiamo i due approfondimenti realizzati dalla trasmissione universitaria I Saperi Maledetti in onda gli ultimi due lunedì del mese sulle libere frequenze di Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria – Tre domande a Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Scacco matto in Iran. Washington non può invertire o controllare le conseguenze della perdita di questa guerra – di Robert Kagan

“L’aggiustamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante dell’America nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime”.

Da Acta Media

Immagine di copertina per il post
Bisogni

La guerra tra poveri non è una soluzione. E’ una scelta politica

Mentre procede lo sgombero di Scordovillo, c’è chi prova ancora una volta a costruire il racconto più semplice: mettere gli ultimi contro gli ultimi.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

“Non morite per i prossimi cinque anni che dobbiamo riportare il nucleare in Italia”: da Fermi a Torino, come riscrivere la storia del nucleare.

Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di ideologia tutti coloro contrari al nucleare.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa

Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Albania continuano le proteste

Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La lunga frattura: presentazione del libro al campeggio di lotta a Venaus

La storia corre veloce. “Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio”.

Facciamo il punto su questo lungo processo di trasformazione e ristrutturazione del capitalismo in una fase di crisi della messa a valore del capitale che ha portato a un’accelerazione globale in chiave bellica. La transizione egemonica alla quale stiamo assistendo mostra i suoi sintomi più evidenti ma non è né compiuta né scontata. Qual è il nostro compito oggi se non approfondire questa crisi?

La crisi dei valori dell’imperialismo può essere una leva per immaginare nuovi cicli di lotta? Quali sono i punti di forza del nostro agire per alimentare processi conflittuali capace di ambire a dimensioni di contropotere effettivo nella società?

Qualcosa bolle in pentola, l’Occidente è sprovvisto di idee-forza capaci di mobilitare le masse. Chi si immagina il popolo italiano pronto a prendere le armi per difendere la patria? Forse solo gli illusi e gli approfittatori che speculano su una propaganda vuota. Allora noi cosa abbiamo da proporre? La Palestina ci ha mostrato la possibilità di adesione di massa a un orizzonte di emancipazione collettivo. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

No Tav: estate di mobilitazione in Val Susa, dal campeggio di lotta all’Alta Felicità

Sarà un’estate di mobilitazione del movimento No Tav in Val di Susa con una serie di appuntamenti che accompagneranno le prossime settimane. Si parte dal 17 al 19 luglio con il tradizionale Campeggio di lotta a Venaus, tre giorni di iniziative, dibattiti e momenti di presidio nei luoghi simbolo.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Tre giorni in Basilicata a Luglio su energia, territori e resistenze

Riceviamo e pubblichiamo un invito a partecipare a tre giorni in Basilicata a Luglio: “Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”

Immagine di copertina per il post
Confluenza

I Sud si organizzano

Lo scorso 20 giugno, a Taranto, si è tenuta la terza tappa, dopo Messina e Cosenza,  dell’assemblea terrona “I Sud si organizzano”.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Intervista a Dina, libera dalle carceri libiche

Dina e Domenico sono i due attivisti italiani che hanno preso parte al Land Convoy verso Gaza, la missione via terra nel quadro della campagna di solidarietà internazionale alla Palestina della Global Sumud Flottilla, e poi sono stati fermati e sequestrati in Libia, nella zona controllata da Haftar. 

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Israele spara a Marwan Barghouti in carcere: ferito il “Mandela palestinese”

Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale.