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SPECIALE BANLIEUE “Sono rivolte, non sommosse”. Intervista ad Abdelaziz Chaambi

Abbiamo intervistato Abdelaziz Chaambi militante di banlieue di lungo corso e fondatore del CRI (Cordinamento contro il Razzismo e l’Islamofobia). Un’intervista molto stimolante, con una prospettiva dall’interno dei quartieri popolari francesi, che ci offre una visione articolata delle premesse che hanno portato alla rivolta, della sua politicità intrinseca, delle relazioni con altri soggetti e delle peculiarità di questo ciclo.

Qui l’introduzione allo Speciale Banlieue

Qui la prima puntata dello speciale con l‘intervista ad Atanasio Bugliari Goggia

Chi ha partecipato alle rivolte degli scorsi giorni in Francia?

La prima cosa da dire è che noi chiamiamo quello che sta succedendo “rivolte” e non “sommosse” (emeutes in francese), perché questo termine è connotato ideologicamente e depoliticizza, in quanto è peggiorativo come definizione, mentre parlare di rivolta caratterizza quanto sta succedendo come qualcosa di politico. Il 2005 e più in là nel tempo l’81, l’83 e gli anni 90 vanno chiamate rivolte. Questo è il primo punto. Partecipano a queste rivolte in primo luogo i figli dell’immigrazione magrebina, africana, tutti i razializzati, tutti coloro che oggi sono trattati in maniera differenziale per il loro colore della pelle, origine etnica o per la loro religione. Tutti coloro che hanno visto i loro genitori, i loro fratelli maggiori, i loro nonni, prendere botte, essere deportati in questi Paesi come forza lavoro, sfruttati nei 30 gloriosi per elevare la qualità di vita dei francesi per poi gettarli via, dicendogli “vi siete guadagnati 10mila franchi e potete tornare da dove siete venuti”. C’era il signor Stoileru che era ministro dell’immigrazione all’epoca e che aveva detto proprio così “vi diamo 10mila franchi e ve ne tornate a casa vostra”, significa 1500 euro, quando la gente aveva lavorato 30-40 anni qua.

Quindi, questi giovani che oggi si rivoltano hanno visto la degradazione dell’immagine, la degradazione simbolica e materiale, fisica dei loro genitori, dei loro fratelli maggiori che in gran numero erano in dispersione scolastica. Nella mia generazione nelle regioni agricole dell’Ardeche, su 800 studenti ce n’è stato uno solo che ha avuto il BAC (diploma scuola superiore). Stiamo parlando del 1984-85-86, questo mostra un’idea del trattamento che è stato somministrato alla mia generazione.

I giovani che oggi si rivoltano si confrontano con delle difficoltà ancora maggiori, perché per noi essere discriminati a scuola ha significato essere orientati verso settori di manovalanza, settori in via di sparizione, verso mestieri degradanti e manuali: loro oggi non hanno nemmeno questa possibilità. Oggi ci sono circa 100-150mila giovani che escono dal sistema scolastico e la maggior parte sono i figli degli immigrati, i nostri figli. Quindi coloro che si stanno rivoltando oggi sono i giovani che hanno visto la criminalizzazione della loro identità, nelle campagne in cui si glissa tra il razzismo antimusulmano e il razzismo antiarabo e ciò viene fatto molto naturalmente, visto il contesto politico e vista la strumentalizzazione di questa problematica da parte di tutto l’arco istituzionale e politico. Il risultato è che i loro genitori, le loro condizioni di vita, i loro quartieri, il loro colore della pelle, la loro religione, sono diventati una statistica di mercato, sono diventate una variabile da giocare in campagna elettorale.

Qual’è la diffusione geografica di queste rivolte?

La ripartizione geografica riguarda tutta la Francia, addirittura anche la Svizzera qua vicino. Noi a Lione siamo vicini alla Svizzera: ci sono dei quartieri a Losanna e Ginevra che hanno iniziato a rivoltarsi. E’ evidente che non ci sono solo persone che hanno coscienza politica in queste rivolte, ma preso collettivamente questo è un processo politico, collettivamente c’è un conflitto che significa “ne abbiamo abbastanza”. Ne abbiamo abbastanza di essere trattati in maniera differenziata dalla giustizia, dalla polizia, dalla scuola, nei quartieri, c’è sempre un trattamento diverso specifico per le persone provenienti da immigrazione magrebina, e oggi per la popolazione musulmana.

Macron ha convocato 220 sindaci per spiegare, ascoltarli e incoraggiarli ecc… dunque significa che siamo a 220 città che sono state coinvolte in Francia, ma ci sono anche città in Svizzera, per ciò che comporta la ripartizione geografica. Persino nei centri delle città perché i giovani sono anche “addicted” al consumo, sono privati in tutta la loro vita della possibilità di accedere a questi beni beni, dunque vanno dove ci sono cose che sono inaccessibili per tutto il resto del tempo. Questo per dire che la dimensione politica è globale, in termini di macrosociologia direi che è un movimento di rivolta di una gioventù che non ha speranze, che non ha riconoscimenti, che non è stata presa in considerazione nella sua identità, nella sua storia e nella sua storia famigliare, nei suoi legami con la sua identità profonda.

Ciò che è una specificità in Francia è che la Repubblica non riconosce la comunità, il gruppo di appartenenza, questa prende l’individuo e lo isola dal suo contesto di riferimento, familiare e sociale, di orgine e appartenenza. Così ha fatto con i contadini francesi delle zone rurali negli anni ’50 portandoli nelle città, distruggendo il nucleo famigliare, l’appartenenza sociale, clanica (è anche per questo che oggi ci si litiga con i Corsi perché i Corsi hanno una cultura forte, vogliono preservare questa identità e non vogliono essere integrati in una Repubblica che distrugge le identità collettive). Ecco, questi giovani hanno vissuto tutto questo. Quindi le premesse per questa esplosione sono le modalità di trattamento nei quartieri, nelle periferie, dei giovani, di coloro che sono stati colonizzati e che sono venuti in Francia pensando di poter beneficiare un’equità di trattamento di cui i loro nonni non hanno potuto beneficiare, quando la Francia era in Algeria. Ha applicato la nazionalità, ma non per i musulmani, solamente per gli ebrei…

Cosa è cambiato dal 2005 per quanto riguarda le forme ed i contenuti delle rivolte?

Le reti sociali mediate dai canali social, è qualcosa di straordinario, perché possiamo da un lato criticare l’uso dei social dato che richiude su una forma individualista, di rottura con il gruppo, di isolamento ognuno sui propri telefoni, ma qui troviamo anche una forma collettiva di organizzazione, e di mobilitazione ed è ciò che è servito a mobilitare, a dare nuove idee a incitare nuove città a scendere in strada, e avere il coraggio di farlo per fare come gli altri di cui hanno visto filmati su Tiktok, Instagram, Snapshot… ed è anche per questo che Elon Musk è stato sollecitato dalla Francia a censurare i Tweet: infatti ci sono state restrizioni su tweet per impedire che questi circolino, una domanda ufficiale questa voluta dalla Francia per evitare di favorire gli scambi attraverso i social.

Per ciò che riguarda le forme e i contenuti delle rivolte… Fino ad ora ci sono stati collettivi che si organizzavano intorno alla questione delle “bavures” (“sbavature”, temine evocativo di come vengano minimizzate le violenze poliziesche in Francia ndr) della polizia, intorno ai mezzi repressivi e dententivi, intorno alle questioni di trattamento differenziato contro discriminazioni e razzismo, contro l’islamofobia. Questo negli ultimi anni recenti è “partito in live” (un po’ a caso ndr) come dicono i giovani, perché da nessuna parte c’è stata soluzione a queste rivendicazioni. Anche la nostra associazione, il Cordinamento contro il razzismo e l’islamofobia, è stata dissolta, come è successo un anno dopo al CCIF (Collectif contre l’islamophobie en France, organizzazione creata nel 2003 e dissolta nel 2020) e un anno dopo ancora a Barakacity (associazione umanitaria creata nel 2008 per sostenere popolazioni discriminate). Ci sono state centinaia di scuole, associazioni, negozi che sono stati chiusi, migliaia controllati, degli Imam espulsi, dei militanti espulsi. Ad esempio Hasan Iquioussen, un giovane della nostra generazione… diciamo, giovane di 65 anni ormai, ha fatto per molti anni un lavoro nelle banlieues sull’insegnamento dell’Islam, ed è stato espulso nonostante abbia figli, famiglia qui, abbia da sempre vissuto in Francia. C’è un altro militante che è stato nei Gilet Jeunes, Abdel Zairi, che ha fatto parte nell’NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste, partito di estrema sinistra ndr), delle associazioni di quartiere, per la Palestina, lo conosco bene, abbiamo militato insieme e fatto manifestazioni insieme a Avignon: è stato espulso in Marocco. C’è una volontà di sciogliere tutto ciò che può permettere un’organizzazione collettiva, una volontà politica di eliminare tutte le figure che si presume possano essere da modello per dei giovani in Francia, per poter vivere come hanno voglia di vivere, che significa con la loro identità. C’è stato il caso Tariq Ramadan, di lui potrei parlare lungamente perché l’abbiamo inserito noi negli anni 90 nelle lotte contro il razzismo, e ci siamo resi conto che al di là dei suoi affari di merda, c’è stata la volontà di distruggere un simbolo. E lui era un simbolo perché diceva «Possiamo essere musulmani pur essendo francesi e possiamo essere francesi pur essendo musulmani». Possiamo essere europei, possiamo essere in tutti gli spazi di dialogo con intellettuali, politici, ecc, e parlare dei problemi della società e non accontentarci, come vorrebbe la Francia, di confinarci a parlare soltanto del foulard, delle moschee, ecc. Quindi c’è questa politica, e io la vedo in controluce, di distruggere tutto ciò che può essere simbolico (ndr. Che possa costruire un immaginario collettivo) e tutto ciò che può essere organizzazione collettiva. L’ultimo caso in questo senso è quello che riguarda il Comitato per Adama Traoré, in questo caso hanno criminalizzato tutta la famiglia Traoré: Assa Traoré (la sorella di Adama) è stata criminalizzata, e la manifestazione alla quale abbiamo partecipato a Parigi dove c’erano più di 100mila persone, organizzata in maniera magistrale, beh l’hanno sabotata, hanno bloccato tutto e impedito che la manifestazione si svolgesse.

Nel 2019 c’è stata una manifestazione contro l’islamofobia, che è stata una grande manifestazione in cui vi erano sia musulmani che non musulmani, la classe politica di sinistra, di estrema sinistra, c’erano i sindacati… Quella per noi è stata un’iniziativa un po’ ambigua e per questo non abbiamo partecipato, perché abbiamo posto delle condizioni che non sono state accettate, ma comunque sono stati due grandi eventi in termini di partecipazione politica in piazza, ma sono stati gli ultimi che abbiamo visto emergere. Quindi tutto questo ha creato della frustrazione, e la pentola bolle e così quando esplode parte in tutte le direzioni.. Oggi esplode con dei giovani che hanno visto tutte queste cose, che hanno visto un’associazione che si occupa di 2 milioni di persone nel mondo, Barakacity, che fa un lavoro enorme umanitario (non è il mio terreno l’umanitario perchè per me tutto è politico, ma bisogna riconoscere il lavoro che faceva), ebbene i giovani ci vedevano qualcosa di buono, nonostante ciò è stata sciolta, il CCIF è stato distrutto, il CRI è stato distrutto. C’è stata un po’ di speranza quando abbiamo visto le elezioni con Melanchon, la France Insoumise, abbiamo creduto per un momento che potesse essere uno spazio, una speranza, abbiamo partecipato. Abbiamo creato un collettivo che si chiama On s’en MELE (gioco di parole tra «ci mischiamo/ci uniamo» e MELEnchon), per chiamare i giovani, tutte le persone provenienti da percorsi migratori a votare, e anche in quel caso ci siamo resi conto che ancora una volta ci siamo fatti prendere in giro.

Che comportamento sta tenendo la sinistra istituzionale e non nei confronti delle rivolte?

Questa domanda è in stretto collegamento con quella precedente, il comportamento della sinistra istituzionale, davanti a queste rivolte. La sinistra isituzionale non ci ha mai creduto in realtà, è lei che ci ha fatto più del male, è lei che ci ha più di tutti resi esterni, alienati. Per esempio è stato ai tempi di Francois Hollande quando è stata votata la legge, mi pare nel 2007, che permetteva ai poliziotti di sparare praticamente a vista, in nome della legittima difesa e tutto il resto. Ecco, il giovane Naehl è stato ucciso nel quadro di questa copertura giuridica e politica che è stata messa in campo dalla sinistra. Quindi ora abbiamo visto dopo le elezioni, i Verdi che hanno iniziato a prendere le distanze, che hanno iniziato a dire di venire criminalizzati, che sono soli, quando noi siamo criminalizzati da 40 anni, e non siamo mai stati ascoltati. Ci sono associazioni che vengono sciolte nell’ambito della politica di Darmanin, come ad esempio i Soulèvement de la terre, o gli ecologisti in genere, c’è una criminalizzazione da parte del governo e dei politici di una frangia degli ecologisti radicali. Hanno iniziato a parlare degli islamo-gauchiste e degli eco-terroristi e hanno iniziato a colpire alcune organizzazioni ecologiste radicali. Così queste hanno iniziato a dire: “cominciamo a essere demonizzati, criminalizzati, è la prima volta che vediamo questa cosa”, quindi significa che hanno bypassato tutte le nostre lotte e tutte le nostre vite (degli abitanti delle banlieue, ndr).

Noi non esistiamo per la sinistra istituzionale, esistiamo soltanto durante le elezioni: vengono per raccogliere voti o per raccogliere i fratelli più grandi o le sorelle per metterli in certe posizioni, candidature per inserire persone provenienti da comunità arabe, maghrebine, musulmane ecc… Dunque della sinistra isituzionale non ce ne facciamo niente, è lei che ci ha tradito nel 1984, arriviamo ai 40 anni dalla Marcia, io ho partecipato alla Marcia per l’uguaglianza, i diritti e contro il razzismo, e non ha mai smesso di peggiorare la situazione da allora. Per quanto ci fosse stata una speranza nell’81, una speranza per il diritto di voto. Se avessimo visto realizzate le promesse di Mitterand all’epoca non avremmo mai avuto la vittoria del Front National, non avremmo visto la diffusione dell’estrema destra, non ci sarebbe stata la fascistizzazione di questo Paese, che oggi ci colpisce e permette a un criminale che ha ucciso un ragazzino di 17 anni di guadagnare 1 milione di euro (e non è finita qua la raccolta fondi per il poliziotto) per incoraggiarlo a continuare a fare ciò che ha fatto fino ad ora. Vuol dire che in Francia uccidi e ti finanziano. È una roba da matti! E quindi la sinistra isituzionale non serve, anche se ha detto “non condanniamo la rivolta ecc, capiamo che i giovani sono stufi ecc..”, c’è stato un crimine da parte della polizia e non è il primo, ma ci sono più di 700 morti uccisi dalla polizia francese! Non è una roba da niente, è un genocidio. In Inghilterra in 10 anni c’è stato un solo sparo per «resistenza a pubblico ufficiale», ecco.

Secondo te che ruolo hanno avuto, se lo hanno avuto, i cicli di mobilitazione che si sono susseguiti in questi anni, come i Gilet Jeunes e e la lotta contro la riforma delle pensioni rispetto a queste rivolte?

Ci siamo resi conto che la società francese è stata così tanto in debito di razzismo, di islamofobia, di negrofobia, di trattamento discriminatorio delle minoranze, che ora anche la gente ha integrato questi atteggiamenti. Abbiamo visto all’inizio dei GJ dei gruppi di estrema destra, più che altro dei militanti di estrema destra, che cominciavano a emergere e iniziavano a selezionare, a fare selezione nei presidi alle rotonde, ai blocchi, per poter avere degli obiettivi razzisti, per esempio sulle donne che portavano il velo, o a parlare male ai maghrebini presenti, poi dopo questa cosa è cambiata, si è mescolata. Ma ci siamo resi conto che nei fatti molti dei loro leader erano nell’estrema destra, perchè iniziavano anche a dire ma perché le banlieues non vengono, a criminalizzare insomma. I giovani non partecipano perche non sono mai stati sostenuti, non ci si è mai preoccupati di dargli gli strumenti per comprendere la società, per politicizzarsi, e li abbiamo lasciati prendersi delle batoste per 30 anni. Mentre noi ci facevamo massacrare dalla polizia, arrestare, distruggere dai tribunali, dai CRS e dall’esercito, ci sono state le ronde, sono scesi in campo i militari non abbiamo visto nessuno sostenerci. Noi, le persone più politicizzate eravamo dell’idea che i giovani partecipassero al movimento dei Gilet Jaunes, io per esempio sono responsabile del CRI (Coordination Contre le Racisme et l’Islamophobie – sciolta nel 2021) e so che delle persone del CRI stavano investendo nei GJ perchè per noi era importante uscire dall’isolamento delle lotte, e che la nostra lotta si iscrivesse in una più generale, quindi per la giustizia sociale, per il benessere, per il potere d’acquisto, per il vivere comune ecc… Non è andata così, Abdel si è beccato 4 mesi di carcere: A. si era fatto massacrare dai CRS, era già stato individuato come GJ, ma prima ancora come militante per la Palestina e altro, e così quando l’hanno visto tra i GJ si sono detti «bene ora ci occupiamo di te». Così durante una manifestazione è stato arrestato e messo in carcere con una condanna a 8 mesi, di cui 4 di carcere. Oltre a una multa. Mentre, Abdel Zairi di Avignon, l’hanno individuato in una manifestazione e l’hanno espulso. Quindi i GJ sono stati un fenomeno bianco, di francesi alla base, e abbiamo visto come il potere in carica ha utilizzato polizia, esercito, gendarmeria, le forze del disordine diciamo, per massacrare la gente, hanno accecato delle persone, mutilato, usato LBD. Noi capiamo la posizione della gente che scende in strada, che dicono guardate qual è il trattamento che usano nei confronti dei francesi, dei bianchi, come trattano Jacqueline e Berbard che hanno 60 anni e che vogliono la pensione e chiedono soltanto un po’ più di potere d’acquisto, gli sbirri li hanno massacrati, gasati, hanno impedito di manifestare, hanno arrestato una marea di gente, condannato la gente a multe incredibili, quindi il giovane maghrebino si domanda anche: “ma che cazzo mi succede a me se vado là in mezzo”. !uesto per ciò che riguarda i GJ: c’è una separazione di fatto, c’è una rottura politica di fatto, che è stata creata e messa in campo da queste politiche di repressione del potere in carica. Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, è stata la stessa cosa: i giovani non si sono sentiti coinvolti dalla riforma perchè sono giovani, i loro genitori ovviamente subiscono delle ingiustizie, oggi escono leggi che dicono anche “non avete diritto a prendere la pensione a casa vostra (nel paese di origine) «les chibanis» (ndr. In arabo « capelli bianchi, anziano » i vecchi emigrati in Francia) perché dovreste venire in Francia per prendere i soldi”, quando una persona magari ha finito la sua vita lavorativa, ha una piccola casa «au bled» (nel paese d’origine), ha la famiglia a casa, ha voglia di stare lì. Quindi c’è una separazione, una distinzione ermetica tra le mobilitazioni classiche, bianche e le esplosioni e le rivolte che riguardano le ingiustizie nei confronti delle minoranze nelle banlieue.

Come stai leggendo la risposta che ha messo in campo lo Stato?

È uguale a sé stesso. Le nostre problematiche, le banlieues sono sempre state trattate in maniera «securitaria» e ormai anche militare. I fatti recenti fanno vedere che c’è un generale, fratello di quell’altro di estrema destra, generale di Villiers, che è stato spinto dalla popolazione a presentarsi alle elezioni presidenziali, e oggi ancora lo si interpella per chiedere «ma quindi l’esercito non ha un ruolo da giocare in questo frangente…», è pieno di gente che auspica intervento dell’esercito, che venga messo il coprifuoco, altri che parlano di sparare a vista.. è molto grave! Quindi la risposta dello Stato per me è doppia, neocoloniale perchè continua a trattare i giovani discendenti maghrebini nonostante la cittadinanza francese come dei cittadini di serie B (in alcuni casi ha anche deciso di far decadere la nazionalità francese, come nel caso degli espulsi dalla Francia). Abbiamo lasciato fare una campagna elettorale che diceva bisogna respingere 5 milioni di musulmani e rimandarli nel loro paese, abbiamo visto una propaganda di estrema destra che ha fatto sì che molti di destra passassero all’estrema destra, dei deputati, e poi abbiamo visto riprendere i temi dell’estrema destra da Darmanin e Macron. Quindi c’è una continuità nella messa in campo di una società della sicurezza, un totalitarismo rampante e di un fascismo che non dice il suo nome. Stiamo scivolando verso una società in cui lo Stato può fare uso della forza armata per poter contenere la rivolta popolare. Oggi lo abbiamo visto, c’è stata gente che è scesa in strada per saccheggiare per prendere del cibo, ti rendi conto? La gente ha fame! Hanno preso cibo! Io se scendo in strada per spaccare tutto, saccheggerei una gioielleria o una banca..! Invece no, qui la gente è scesa in strada per prendere del cibo. Quindi lo Stato sta andando verso la radicalità poliziesca, militare e giudiziaria, ma al tempo stesso è schiacciato nella sua stessa trappola perché vuol dire che per proteggersi (lo abbiamo visto anche con i GJ si sono dovuti difendere) si sono chiusi nei loro palazzi, e quindi anche la polizia ha capito che il suo ruolo era preponderante nel difendere questa gente. Dunque la polizia ha iniziato a pretendere sempre di più. Per esempio, la storia delle videocamere che dovrebbero portare, non le usano, la storia del loro badge, il nome e numero di matricola sull’uniforme non lo mettono, per non essere riconosciuti durante le manifestazioni quando picchiano un giovane, un vecchio o un manifestante. Non lo puoi riconoscere perché porta il casco, non portano il numero di matricola anche se c’è stata una interpellanza al Consiglio di Stato su questo, ma lo stesso Darmanin ha detto «ma sì, ma sì, vederemo cosa dirà il consiglio di stato», perché vuol dire che di fatto è contro. C’è stato uno sciopero della polizia, sono andati davanti al ministero degli interni la notte e hanno lanciato le loro manette per terra dicendo “non vogliamo più lavorare”, questo era successo durante il Covid, che significa vi minacciamo di lasciarvi nella merda e cavatevela da soli con i cortei No Green Pass con i GJ con le banlieue ecc. Quindi lo Stato è preso in trappola nel suo stesso gioco e significa che la polizia lo ha compreso e la polizia vota per il 70 % Front National. Lo Stato stesso è sotto ricatto: se non cede e concede qualcosa alla polizia, questa lo abbandona, e se lo lascia il governo cade. Quindi preso nella sua stessa trappola.

Aggiungo una riflessione: chi sono gli obiettivi della repressione oggi? In particolare sono giovani, bambini, perché minorenni la maggior parte, 380 persone che sono state messe in carcere, condannate alla prigione, ci sono 3600 gav (garde à vue, stato di fermo), quindi sono cifre enormi, ci sono persone che hanno assistito a dei processi nei tribunali, anche persone che non hanno rubato niente, non hanno preso niente, sono state messe in prigione, condannate a 4 mesi di carcere. Quindi niente, è tutto arbitrario, completamente.

Come queste rivolte influenzeranno il panorama politico e sociale?

Si manifesta una distanza, una polarizzazione sempre più forte. Le due raccolte fondi che sono state fatte sui social sono una dimostrazione pratica: quella per la famiglia di Naehl ha raccolto più o meno 60 mila euro, quella per lo sbirro che l’ha ucciso sta aumentando di giorno in giorno, rischia di fare il record mondiale, il che significa che uno sbirro che uccide un giovane maghrebino guadagna un botto di soldi. Questo vuol dire che per gli sbirri se uno si dice “Ora uccido un giovane maghrebino”, beh tanto non importa a nessuno. Se poi tanto guadagno un milione di euro, la mia famiglia starà bene, si arricchisce, io mi faccio uno o due mesi di condanna con la condizionale, magari ho una penalità o perdo il mio lavoro, ma chissenefrega, tanto avrò fatto jackpot! Sarò milionario, meglio che giocare all’enalotto. Quindi il paesaggio politico e sociale si polarizza sempre di più. O la sinistra entra in un processo rivoluzionario con l’obbiettivo di dire “non ne vogliamo sapere dell’estrema destra che oggi scende nelle strade armata, sostenuta dalla polizia, fa le ronde, si permette di arrestare i giovani, di massacrarli ecc”, e si pone il problema di ciò che è capace di fare la polizia oggi come test e quindi di cosa potrà fare domani, che significa gestire la repressione nella società, oppure gli scenari sono tetri. Se gli umanisti, i democratici, la sinistra in generale non radicalizza la sua posizione, per dire che non ne vuole sapere di un fascismo che sta arrivando e concretizza i suoi atti nelle strade, andremo verso qualcosa di molto grave, verso una guerra civile. Non lo so, ma anche i giovani ormai sono armati, lo vediamo nei regolamenti di conti a Marsiglia i giovani si prendono a colpi di kalashnikov, i giovani si ammazzano tra di loro, dunque, non è facile… e in più c’è gente che fa di tutto per alimentare questa situazione. C’è stato il caso di una macchina durante le rivolte che è stata aperta, era piena di armi e i giovani le hanno prese, roba pesante, mitragliette, kalashnikov, ciò significa che c’è gente che ha interesse a alimentare questa situazione per poter dire domani, facciamo il colpo di stato. Quindi c’è qualcosa che serpeggia che è molto pericoloso… e allora, la domanda è possiamo parlare di rivolta di classe? Sì, certo, solo che la classe popolare, le classi sottoproletarie, perché non parliamo di proletariato oggi, non hanno capito che avrebbero tutto l’interesse a stare insieme. E i media, una vera arma di guerra, hanno fatto di tutto per dividere la gente sulla questione della razza. E così in questi ultimi anni il problema sono i maghrebini, i musulmani, quando guardi i social network te ne rendi conto: sono intrisi di un razzismo e di una islamofobia straordinari. Li abbiamo tenuti occupati con la questione del velo, del burkini, delle moschee, o altro, per distrarli dai veri problemi, e quindi al posto di fare capire che il prolema è il capitale, la finanza, Macron, i dirigenti, la globalizzazione, è il capitalismo barbaro globale che sta dilapidando le ultime risorse che ci sono in Africa ecc… Ciò non è stato compreso e quindi ci si rivolge verso il vicino, il nero, l’arabo, il maghrebino, il musulmano e quindi non c’è coscienza di classe purtroppo. Tra i «nostri» possiamo trovarla più facilmente perché sono al fondo della scala, mi viene da dire. Noi abbiamo gli stessi problemi, abbiamo delle prossimità nella miseria, nel trattamento, di invisibilizzazione, di «primato» davanti al capitale, alla giustizia, davanti alle istituzioni, davanti alla scuola, alla sanità. I giovani non si possono curare, perchè se non hai soldi non ti puoi curare, non puoi comprarti una macchina, non puoi neanche girare in città perché poi ci sono gli ecologisti alla cazzo, che vogliono vietare i veicoli di più di dieci anni, io ho una macchina che ha più di vent’anni, è pieno di gente che ha auto di merda perché non può comprarne una nuova…
queste domande mi hanno toccato in profondità, quindi niente, potrei parlarne per ore.

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