Referendum, con il quorum la prima storica sconfitta politica della televisione in Italia

Stampa

Referendum, con il quorum la prima storica sconfitta politica della televisione in Italia

Ma veniamo all’oggi. Cosa è successo tra il 12 e il 13 giugno?

E’ accaduto che la televisione italiana, soprattutto la sua caratteristica di custodire l’agenda della politica ufficiale, ha perso il governo e il controllo di un fenomeno sociale che aveva invece storicamente contribuito a rendere televisivo il potere politico. Si tratta delle celeberrrima, perché fondamentale, capacità della televisione di scatenare la spirale del silenzio. Quest’ultimo concetto, di “proprietà” della stessa Elisabeth Noelle-Neumann che da giovanissima aveva lavorato nello staff di Goebbels, significa che la possibilità che un media ha di promuovere, con successo pieno, i propri contenuti sta soprattutto nella capacità di mettere sotto silenzio coloro che sono contrari proprio a questi contenuti. Secondo la Neumann, che fa originare le proprie analisi dalle considerazioni sulla forza sociale della pressione morale in Rousseau, il messaggio di propaganda è efficace nel momento in cui dà l’impressione agli avversari di essere la voce predominante in campo. Da quel momento negli avversari scatta un dispositivo sociale di ritiro nel silenzio.  Vista alla Neumann: tanto più la comunicazione politica, invece di far scattare il dispositivo della discussione e del dibattito, usa caratteri di propaganda da guerra che escludono nel messaggio parte della società, tanto più quest’ultima tenderà a ritirarsi nel silenzio pensando che la propaganda sia socialmente destinata ad maggioritaria. E’ accaduto per un ventennio di berlusconismo, e del suo sottoprodotto artiginanale cioè il leghismo, e ripensandoci oggi certe affermazioni del tipo “attaccare Berlusconi fa il suo gioco” sono proprio prodotto speculativo della soggezione creata da questa spirale del silenzio. Il pensiero diffuso a sinistra della percezione dell’ egemonia berlusconiana sulla società è stato il prodotto più maturo e permanente di questa spirale. Vittime di una tattica di marketing durata vent’anni? Non tanto, la propaganda, da cui deriva la tattica della spirale del silenzio, è materia più bellica che di mercato. Materia bellica che agisce sulla comunicazione politica come requisito strategico non solo della politica ma anche delle modalità di riconoscimento che una società, tramite l’identificazione o il rigetto del simbolico mediale, ha di sé stessa.

Stavolta però questo dispositivo di governo dei comportamenti, tipico della spirale del silenzio, non è scattato. Eppure, come per altri referendum, la televisione generalista ha giocato in pieno la propria parte di controllore dei contenuti dell’agenda politica e di silenziatore della società. A parte il mainstream che si è collegato con temi e personaggi della rete (Repubblica, Rainews, la 7, Rai 3) la stragrande maggioranza delle piattaforme televisive generaliste (unite a buona parte della stampa, compresi il Corriere e l’Ansa che nella gerarchia di notizie metteva il referendum come quinta notizia dopo la firma di Klose alla Lazio) ha cercato di far scattare la spirale del silenzio. Come era già accaduto per altri referendum e per altri eventi politici. E, nell’imminenza del disastro, si sono giocati anche i mezzi tipici della disperazione. Non solo non si sono fatti dibattiti sull’oggetto del referendum, ma si è disinformato persino “sbagliando” la data della consultazione (è accaduto al tg1 e al tg5), si è giocato a ingigantire la cronaca nera, sull’attualità internazionale quando possibile, su una immaginifica riforma del fisco. Nella bassissima quantità di informazione erogata, per tacere della qualità, è letteralmente scomparso il referendum sul legittimo impedimento. Siccome si trattava del tema principale dell’agenda politica dell’ultimo biennio si capisce che il tentativo, diretto da un debole e confusa catena di comando tra Rai e Mediaset, dei media generalisti egemonizzati dal centrodestra era quello di neutralizzare il più possibile la scadenza del 12-13 giugno.

Tutto per far pensare che l’agenda politica fosse altra e che sulla partecipazione al referendum scattasse la spirale del silenzio. Solo che, rispetto alle origini delle teorie dei media (e anche di molte pratiche attuali),  i network sociali, che sono midollo spinale della società a prescindere dall’esistenza di Facebook, stavolta hanno a disposizione media propri, in grado di far parlare miriadi di differenti nodi collettivi e di evitare così la spirale del silenzio. Non solo, ormai storicamente questi network sono in grado, nonostante i seri problemi di complessità tipici di ogni genere di rete, di processare e far processare informazioni in un modo capillare e approfondito impensabile per la televisione generalista di oggi. E anche di raggiungere chi, fino ad oggi, era raggiunto solo dalla televisione generalista. Chi ha puntato, come se fossimo negli anni ’80 o ’90 (o anche all’inizio degli anni zero), sulla spirale del silenzio non ha capito che proprio il vuoto di informazione delle televisioni generaliste oggi esalta il ruolo informativo e simbolico delle reti di comunicazione dal basso (e delle loro tecnologie di riferimento). Il silenzio dei media generalisti su un argomento genera un protagonismo della rete che diviene media generalista sul tema lasciato scoperto dalla televisione. E’ accaduto a Milano, a Napoli e,  infine su scala nazionale, per i quattro referendum.

Non è corretto sostituire una teoria della società con i processi mediali. Però, attraverso la traccia dell’utilizzo dei media, si capisce quali settori di società cerchino protagonismo attraverso la politica. La crepa, di contenuti come di linguaggi e comportamenti che processano contenuti simbolici e informativi, che si è aperta tra media generalisti e comportamenti a rete ci restituisce una società disposta in modo duale.

Da una parte i media generalisti che, nonostante la secca sconfitta, raccolgono le esigenze di un governo dei comportamenti della popolazione tramite l’informazione tipico delle esigenze dei gruppi sociali che stanno sul punto più alto della verticalizzazione sociale. Dall’altro le reti di comunicazione dal basso (fatte di segmenti sociali molto differenti tra di loro), che coincidono con i nodi di socializzazione anche più evanescenti, che operano per circolazione di contenuti e comportamenti. Il primo è un potere di connessione e di selezione dei contenuti tramite i media generalisti, mentre il  secondo è un potere  di diffusione tramite la differenziazione delle piattaforme mediali e la processabilità dei contenuti e dei messaggi.  E’ evidente che una qualsiasi società è coesa, o comunque non a rischio disfacimento, se possiede entrambi i poteri non se li vede contrapporsi in maniera duale. Ma questa coesione nell’Italia di vent’anni di declino neoliberista non è possibile. Non è possibile in nessuna società non tanto liberista ma proprio liberale dove, in corrispondenza dell’ideologia della libertà proprietaria, si instaura un potere della verticalizzazione sociale che genera immensi conflitti.

Già in queste ore il mainstream generalista sta riproponendo il protagonismo di personaggi che non hanno nulla a che vedere con quanto accaduto in questi giorni. Gli ectoplasmi del terzo polo, del Pd, di parti sociali che sono tali perché appaiono in tv, non hanno alcun rapporto con chi ha avuto capacità di mobilitare. Che altri non è che la rete che, in risposta alla spirale del silenzio, ha attivato per raggiungere il quorum un numero di elettori pari ad un partito che raggiunga il 70 per cento ad una normale elezione politica di questi anni. Questo per dare una proporzione al terremoto politico che, per reazione, ha innescato il tentativo di attivare la spirale del silenzio da parte dei media generalisti.

Di sicuro questa società è già post-berlusconiana. Lo è ancora nel senso che crede grosso modo all’ideologia del merito, dell’impresa, della competitività. Ma non lo è più solo nel senso di pensare che Berlusconi sia sorpassato come vettore comunicativo di questa ideologia. Non lo è più anche nel senso che coniuga i cospicui residui di berlusconismo che trattiene con una visione del mondo antinucleare, per l’acqua pubblica che porta con sé uno strato antropologico in grado di erodere decenni di ideologia e di pratiche di mercato.

E’ evidente che in queste ore si stanno aggirando i nostalgici del monetarismo, del liberismo, del “non c’è altra alternativa al risanamento dei conti pubblici” che intendono mantenere non solo i propri privilegi ma anche anche il letale dispositivo liberista che ha massacrato la società italiana. Repubblica ha mandato avanti, come primo cerimoniere dei risultati del referendum, quel Romano Prodi che spera di coronare la propria carriera di liquidatore dei beni pubblici (si guardino le sue dichiarazioni enfatiche “noi abbiamo fatto le privatizzazioni” quando rispondeva a Berlusconi nei dibattiti pre-elettorali del 2006) come inquilino del Quirinale.

Ci sono molti pericoli che si aggirano su questo paese ma da oggi è chiara una cosa: il potere della televisione di attivare spirali del silenzio, fonte un tempo aurea del potere politico televisivo, ha subito una grave sconfitta. Con lui buona parte del vertice della società italiana. L’ideologia liberista che si riproduce sugli schermi in HD fugge dalla vicenda referendum come l’ambasciatore americano da Saigon nel 1975. Spiccando il volo in tutta fretta mentre la folla sta arrivando per fare giustizia popolare.

E’ un capitolo importante quello scritto collettivamente in questi giorni. Basta saperne fare tesoro e non solo ricorrrenza.

per Senza SosteSenza Soste, nique la police

Potrebbe interessarti

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons

});})(jQuery);