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NO! senza mediazioni. Resistenze e contrattacchi sociali alle politiche di austerità del governo dei tecnici

Relazione meeting “Contropotere nella crisi” Bologna 13 – 14 Ottobre

A cura di Csoa Askatasuna

 

Il quadro italiano: miserie soggettive…

Le due relazioni che ci hanno preceduto aprivano spazi di riflessione interessanti, là dove andavano a cogliere le difficoltà strutturali della fase che stiamo attraversando. Di questi interventi cogliamo in particolare alcuni aspetti: giustamente i compagni di Bologna ricordavano la data spartiacque del 2011 come inizio di una nuova fase, a partire dalle insorgenze in nord Africa come prime manifestazioni su larga scala degli effetti della crisi globale (giocare qui una lettura che privilegia l’insurrezione del pane contro l’insurrezione per la dignità non ha senso anche perché, come sempre accade, le due sono interconnesse); un’altra cosa si sottolinenava e che deve essere sempre tenuta presente: la guerra come spettro globale, perenne valvola di sfogo e possibile fuoriuscita dalla crisi attraverso grosse campagne di distruzione di capitali e di vite umane. Dall’intervento dei compagni di InfoFreeFlow sulla balcanizzazione della rete, cogliamo invece soprattutto il discorso sulla «provincializzazione dell’Europa»; il fatto cioè che i grandi equilibri e le grandi questioni nei rapporti di potere mondiali si stanno giocando tra altri macro-poli di accumulazione capitalistica, su un altro livello (ll che non vuol dire, ovviamente, che le lotte non servano, anzi… saranno sempre più determinanti nel curvare traiettorie che altrimenti saranno esclusivamente subordinate al difendere la costruzione di forza di un’Europa come polo geopolitico). Dentro quest’Europa provincializzata c’è anche l’Italia come provincia estrema dell’Europa; l’Italia come anomalia ma in negativo, dentro un quadro di mobilitazioni che invece si stanno esprimendo negli stati meridionali dell’Europa come resistenza alle misure dell’austerity e agli attacchi speculativi del capitale finanziario, emergendo come resistenze dal basso, umane, di corpi e menti che non si danno disponibili ad un ulteriore estrazione di plus-valore (contro il taglio del welfare, la compressione dei salari, i licenziamenti… etc)

Si evidenziano differenze sostanziali nella composizione e nei modi di queste risposte, che comunque esprimono dei livelli di resistenza – e in certi casi di contrattacco – alla crisi che da noi stentano a prodursi. In Grecia come capacità di mobilitazione di ampi strati popolari e di ceto medio (dove ha contato molto la sedimentazione organizzativa – pur in mille rivoli – delle realtà antagoniste, libertarie, comuniste). In Spagna come più avanzato (dal punto di vista capitalistico) livello di scomposizione e individualizzazione dei soggetti colpiti e ora ribellantisi. Qui si muovono soprattutto individui, atomi sociali che si ritrovano nelle piazze per esprimere un rifiuto delle drastiche misure di impoverimento ma anche per ritrovare possibilità di legame sociale (aspetto che emerge in particolare nelle grandi città col 15M). Le differenze vanno prese ovviamente come delle semplificazioni perché in entrambi i casi quel che conta è il prodursi di una risposta sociale e di piazza e la nuova e massiccia presenza di un ceto medio in via di drastica proletarizzazione.

Dovendo ora andare a ragionare sul quadro italiano è necessario assumere – come metodo – le difficoltà che invece incontriamo nel nostro paese. Se andiamo a vedere come stanno le cose in casa nostra, qui un discorso su pratiche di resistenza (figuriamoci di contropotere) sembra impossibile soprattutto se confrontiamo il quadro nazionale con quello che avviene negli altri stati del sud dell’Europa dove le risposte si massa sono rispettivamente resistenze agli attacchi speculativi e alle misure di austerity (mentre in casa nostra il comportamento collettivo sembra piuttosto una rimozione della dimensione speculativa e un’accettazione prona delle misure disciplinanti del governo «tecnico», nella speranza di «non far la fine della Grecia» e l’illusione di massa di poterla scampare).

Questo quadro d’insieme non può certo essere dato come definitivo e irreversibile e val la pena scommettere – contro ogni realismo – sul rifiuto alle politiche in corso come latenza e interpretare quello che stiamo vedendo nel corpo sociale del paese come un desiderio che stenta a prendere corpo e trovare la propria strada (vale forse come metodo riprendere dell’operaismo l’approccio con cui ha saputo guardare nei primi anni 60 alla presunta «passività operaia»). Da qui il richiamo a pratiche di conricerca, da intendersi come atteggiamento, sguardo, capacità di indagare le situazioni che abbiamo intorno e a cui dobbiamo saper porre le giuste domande.

A partire da queste considerazioni preliminari volgiamo ora lo sguardo sul quadro nazionale. Possiamo dare solo alcuni spunti sparsi, non lineari né organici. Quello che sta accadendo, con scadenze ormai quasi settimanali è un vero e proprio processo di spappolamento dei partiti, ben oltre la crisi della rappresentanza; piuttosto un lento ma continuo destrutturarsi di un sistema che ha tenuto fino ad oggi, assicurando la governabilità e che forse inizia ad essere esso stesso “un costo” per le misure di razionalizzazione richieste dalla fase. Fuori da ogni tentazione complottista, non è azzardato ipotizzare un manovrare dall’alto, un po’ come nel ’92 (Tangentopoli) ma senza spinte dal basso (che allora ci furono anche se facilmente recuperabili – mentre oggi la mancata spinta è anche una monca possibilità di governare passaggi dall’alto con il consenso). Quello che sembra essere all’opera è l’annientamento politico del PdL (vedi il precipitoso ritirarsi di Berlusconi) e una messa all’angolo del PD (forse complice esplicito del gioco) con mosse obbligate di future politiche economiche e scarsissime possibilità di manovra. Ora, queste mosse contengono comunque un grosso rischio. Proviamo a dire meglio: per un governo come quello di Monti il problema era legittimarsi come differenza «tecnica», novità che si discostava dai governi precedenti, del berlusconismo; però il sistema effettivo non smetteva di mantenersi in piedi appoggiandosi alla governance locale, le regioni, tutto quello che conosciamo da decenni come «sistema dei partiti». Quanto sta succedendo è interessante perché si vuole garantire un passaggio di fase distruggendo l’impalcatura su cui tutto il sistema si è retto fino ad ora. La paura del Movimento 5 Stelle e della cosiddetta «anti-politica» sta tutta in questo dilemma. Non è dettò che i sarti della transizione in corso non cercheranno di utilizzare questa spinta destrutturante per disfarsi dei vecchi protagonisti usando i nuovi. Ma non è affto scontato che (nel caso) ci riuscirebbero.

C’è dunque la volontà esplicita di mettere alle strette i precedenti protagonisti. Con l’attacco che è stato condotto contro il centro-destra tutti coloro che hanno cara la sopravvivenza di questo sistema stanno ragionando sul monti bis la cui forma sarà probabilmente un governo targato PD ma la sostanza sarà un Monti-bis con la perpetuazione di quelle politiche e misure che hanno messo in campo in questi mesi. Il ruolo della Magistratura in questo processo ci sembra abbastanza evidente e accanto ad esso, quello di Napolitano come vero articolatore e garante di tutti questi passaggi. Napolitano in diversi momenti ha esplicitato che il problema è stare dentro un passaggio di sovranità in direzione di un’Unione Europea più sovrana (quell’UE in perenne provincializzazione). C’è una razionalità che va riconosciuta a gente come Napolitano e pure a Monti (atlantista il primo e uomo del capitale finanziario il secondo ma alla ricerca di un ancoramento europeo che solo la Germania può garantire loro). È ovviamente una logica non nostra ma di un Europa come polo capitalista (che fatica a strutturarsi). Da qui l’accettazione supina di tutte le imposizioni che giungono dalla Merkel e dalla Bce, che si traducono nel concreto in un attacco s-valorizzante all’Italia come sistema complessivo: forza-lavoro, sistema industriale, sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro.

L’attacco che dovranno portare avanti con forza nei prossimi mesi – lo dicono ormai da diversi anni (anche altri esponenti della classe politica dei precedenti governi) – è quello al welfare «che non ci possiamo più permettere nelle condizioni attuali». Un’altra grande botta verrà tentata contro quella che stando alle attuali forme contrattuali resta una «zona privilegiata»: il pubblico impiego, la scuola (da qui l’attacco di Profumo agli insegnanti). Altro intervento di razionalizzazione sarà la stretta agli enti locali e alle Regioni: Sanità (perché sono loro a gestire l’erogazione di questo servizio) e ri-centralizzazione finanziaria atta ad impedire il troppo disinvolto utilizzo clientelare dei flussi di denaro ma anche l’eccessivo indebitamento a mezzo di derivati e finanza «creativa» (sappiamo bene a Torino il ricorso che se n’è fatto dalle Olimpiadi in avanti). Emergerà allora uno scontro tra i governi locali (soprattutto Regioni e aree metropolitane) e il governo dei tecnici perché perché là passavano flussi di soldi, clientele, rapporti produttivi. Questi scontri stanno già avvenendo, li si scorgono nelle dichiarazioni tra il preoccupato e il critico dei sindaci delle grosse città schiacciati tra la necessità sistemica di sostenere questo governo e il successivo e l’impossibilità di gestire la riproduzione complessiva del sistema locale: servizi sanitari, trasporti, rapporti con le imprese, clientele. È a questo livello che il sistema dei partiti si è riprodotto, ha prosperato ma ha anche assicurato la tenuta della governabilità sistemica sul locale. Tagliargli i soldi significherà destrutturarli ulteriormente, più di quanto non facciano già da soli. Questo creerà dei problemi perché i rappresentanti del governo sui territori dovranno gestirsi l’incapacità di assicurare quello che fino ad oggi bene o male ha funzionato. Tutti questi tagli, col corripettivo massacro sociale che ne conseguirà (welfare) li metterà di fronte a problemi enormi, con situazioni potenzialmente esplosive che nei prossimi potrerebbero aprire squarci interessanti…

 

e possibilità latenti

Passiamo ora a fare qualche considerazioni su quello che ci interessa di più, le soggettività che scorgiamo, con difficoltà, embrionali o in potenza, e come potranno a determinate condizioni incidere su questi processi, sulle aperture e gli spazi che in futuro potrebbero determinarsi. Partiamo da alcuni esempi accorsi ultimamente e poi faremo qualche considerazione sulle proteste all’ Ilva e all’Alcoa, dove sono evidenti i limiti ma anche certi nodi interessanti che iniziano ad emergere.

Prendiamo per esempio lo sciopero di qualche settimana fa degli autotrasportatori e le polemiche che sono sorte, in particolare a Milano, di fatto contro lo sciopero stesso. Sono critiche che in qualche modo abbiamo già visto prodursi in altri frangenti. Oggi abbiamo ancora delle professioni, dei comparti della forza-lavoro (pochi) che posseggono un reale potere da giocare contro la loro controparte. Quello che è interessante – in negativo dal nostro punto di vista – sono le polemiche e il linciaggio morale contro i lavoratori per la loro capacità di bloccare la circolazione dei flussi e la città tout court (dimensione non poco orchestrata dal media mainstream). Si notava bene come quello che usciva fuori era il rancore del restante precariato metropolitano milanese trovatosi nella merda.

Qual’è il nodo politico che si pone in una situazione di questo genere? Ci era già capitato di notarla in altri frangenti nei mesi scorsi quando c’erano gli scioperi dei camionisti o quando esplose il movimento dei Forconi (su cui i/le compagn* di Palermo hanno avuto la capacità di intervenire e restituirne una lettura interessante). In diverse città i camionisti (era gennaio) hanno mostrato un livello di forza cui la controparte è dovuta venire a patti (per il potere che hanno con la merce che trasportano). Si vedeva chiaramente che questi arrivavano in 2/3 gg a paralizzare una città; venivano quindi convocati dal Prefetto, partiva una campagna mediatica (“tra 2 gg non c’è latte in polvere per bambini”) e i camionisti, non preparati al livello su cui si gioca la partita, accettano subito di trattare per poche briciole perché scatta il discorso: «siamo responsabili, non vogliamo mica far mancare il latte ai bambini!».

Facciamo questi esempi perché illustrano bene nodi e dificoltà politiche che è facile imaginare emergeranno a più riprese nei tempi a venire. Dove sta l’inghippo, la politicità della questione? Dal nostro punto di vista è giusto che segmenti della forza-lavoro usino tutte le possibilità in loro potere per incidere sulla loro vertenza. L’elemento in più che andrebbe messo in questi contesti è come tu, lavoratore, scioperi, blocchi la produzione/circolazione ma al contempo dai una risposta anche agli altri/e proletari/e. (È un problema che si può porre solo acerte categorie perché la maggior parte non hanno nessun potere e possono solo piangere miseria). Per noi in futuro il problema sarà come costruire forme efficaci di sciopero, blocco, arresto del sistema capitalistico…. iniziando però complementarmente a ragionare sul come «organizzare la vita» senza passare attraverso il capitale, come riprodursi oltre lo Stato e il Capitale. Gli esempi che facevano prima i/le compagn* di Bologna sulla Grecia sono indicativi, danno un abbozzo di risposta: forme di sanità auto-gestita, cooperazione dal basso per supplire alle mancanze di uno Stato che si ritira…etc

Il movimento no tav, per fare un altro esempio, ha un peso e rappresenta una speranza non solo perché è in gardo di contrapporsi ad un progetto strategico di quell’Unione Europea cui lavorano Monti e Napolitrano, ma anche perché, nel suo piccolo, dà un parziale risposta a un nodo che si porrà con sempre più forza, quello della riproduzione nella lotta. Il suo limite è che, purtroppo, oggi è isolato in quel contesto particolare… arriva bloccare una connessione di quel tipo, con una storia lunga e una politicità che cresce nel tempo e si arricchisce di molteplici determinazioni ma è drammaticamente solo! Guardandoci in giro (e dal dentro di questa storia bella cui abbiamo la fortuna di partecipare) ci sembra un caso unico e al contempo avanzatissimo perche ha la capacità di “tenere” contro lo stato, le lobby del Tav, assume la difesa di certi livelli di conflitto e allo stesso tempo arriva a garantirsi una riproduzione possibile, di cura, durata nel tempo. L’esempio di come si riesce a tenere un campeggio per tre mesi, la Libera Repubblica della Maddalena, il blocco autostrada… sono esempi illuminanti e che mostrano il livello cui è giunto questo movimento e che crediamo davvero possa paragonarsi a Occupy, agli indignados e alle varie piazze occupate del nord Africa (con le dovute differenze di grado e di contesto). Perché? Perché, come in quei casi, riesce a collegare questi due momenti: lotta e riproduzione. Guardando avanti, quello che possiamo assumere come terreni d’intervento ipotetici dovrebbe muoversi sui territori e sui piani di smantellamento sempre più violento cui assisteremo nei mesi a venire.

La vicenda Alcoa e Carbosulcis, da questi punti di vista, sono invece dimensioni terribilmente più arretrate perché lì abbiamo una classe operaia residuale, con un concentramento significativo in una zona come la Sardegna, che sostanzialmente va a pregare che rimanga li l’investimento, a qualunque prezzo, invocando il veleno contro lo spettro della disoccupazione. Simile la vicenda dell’Ilva anche se qui, quanto è venuto fuori con l’iniziativa del coordinamento lavoratori e cittadini liberi e pensanti è importante e indicativo perché ha mostrato la possibilità di un discorso che rifiuta il ricatto «nocività o lavoro» in una città come Taranto, così dipendente da que ricatto. È chiaro che di fronte a queste situazioni non è che ci possiamo rapportare in termini brutali, col discorso: “qui bisogna chiudere!”; bisogna andare a valutare tutte le implicazioni, tutte le rivendicazioni dentro scelte di questo tipo… Se noi dovessimo fare un esempio rispetto a quale dovrebbe essere stata la risposta – non ci sono le condizioni soggettive – ma nel caso: quale avrebbe dovuto essere la risposata alle vicende vicenda Ilva, Alcoa, Carbosulcis? Che la fabbrica, la miniera… etc si chiudono e per 20 anni la città riceve un salario/reddito sociale come ricompensa del danno subito! È chiaro che non ci sono ancora le conizioni e le soggettivtà pronte ad avanzare tali proposte ma sono questi i nodi che bisognerà affrontare.

L’ultimo esempio che si può fare riguarda la scuola, a partire da quello che è riuscito a smuovere come immaginario (il 5 ott) una mobilitazione studentesca anche senza numeri enormi ma agendo certi livelli di conflitti in un contesto di immobilismo sociale. Ha lanciato dei segnali che sono stati colti con preoccupazione e hanno obbligato a mostrare il lato politico del governo tecnico (pensiamo alle risposte di un Profumo che nvoca un più generoso uso del bastone…!). Un discorso ipotetico sulla scuola potrebbe essere quello che Profumo sta mettendo in campo come controparte sugli insegnanti: che lavorano poco, della razionalizzazione necessaria che si deve attuar in quel comparto, etc… Se ci sarranno mobilitazioni (se, visto tutto quello che è stato disciplinato negli ultimi venti anni dal sindacato) gli studenti potrebbero non solo andare a dire «vi sosteniamo perché difendiamo la scuola pubblica» – questi sono gli slogan maggioritari più semplici – un soggetto studentesco capace e maturo soggettivamente dovrebbe dire: «noi vi sosteniamo ma a che pro?» mettendo già elementi di discussione su quelle che sono le finalità di una scuola che magari non deve solo ri-produrre forza-lavoro a buon mercato, una scuola non-mertitocratica… etc. Questo esempio si ricollega agli spazi possibili aperti di un welfare che verrà a mancare. Per cui, anche qui: «tu, lavoratore, hai tutti i diritti di bloccare questo sistema ma devi uscire da una visione esclusivamente corporativa!». Lo scontro si giocherà sempre più su questi livelli qua. Per chiudere, è importante tenere a mente il principio per cui le lotte è importante vincerle, ma valgono anche di per sé, per quello ch esedimentano e si lacsiano dietro. Questo sarà particolarmente vero per tutte quelle lotte, che saranno sempre più numerose e centrali, che metteranno in gioco il livello della riproduzione e, su un piano più alto, l‘auto-produzione e l’auto-creazione di sé come soggetto collettivo sganciato dalla riproduzione capitalistica.

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