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Non chiamatela emergenza, è esclusione

Da parte di diverse realtà calabresi è stato redatto questo testo in merito alla catastrofe climatica abbattutasi sulla regione. Un importante punto di vista che intreccia la crisi climatica ai decenni di inerzia e di incuria nella gestione dei territori. Il problema è strutturalmente legato alle risorse, agli interessi e al profitto, con un parallelismo al tema dell’esclusione e alla marginalizzazione reale di cui oggi si contano i risultati di un processo di lungo corso.

di COLPO – “Mario Bruno” è uno spazio popolare, aperto e antifascista, Osservatorio Maree, Addunati di Lamezia, No Ponte Calabria, Le Lampare – BJC, movimento civico del Basso Jonio Cosentino.

NON CHIAMATELA EMERGENZA, È ESCLUSIONE

Dopo il nubifragio delle scorse settimane, la Calabria si risveglia nuovamente isolata e frammentata. La mareggiata che continua a minacciare la ferrovia a Paola è l’ennesimo capitolo di una storia scritta da anni, e facciamo fatica a chiamare “emergenza” ciò che è sotto gli occhi di tuttə, ciò con cui conviviamo ormai da più di 40 anni. Già nel novembre 2022, dopo violente mareggiate, il Comune segnalava l’erosione e il pericolo per la linea ferroviaria. In questi anni non è stata fatta nessuna opera di tutela di quel tratto di costa e inevitabilmente dopo 4 anni si è ripresentata la stessa identica situazione: il collegamento è di nuovo a rischio, con interruzioni e rallentamenti che mettono in discussione la mobilità ferroviaria.

Non è sufficiente, oggi, limitarsi all’elenco drammatico dei danni reali e potenziali. Il dato politico più grave è un altro: in una sola notte sono andati in crisi contemporaneamente i collegamenti su gomma e su ferro. Il rischio non è soltanto l’isolamento di singole comunità, ma quello dell’intera Calabria e, con essa, della Sicilia dal resto del Paese.

Quello che è successo non è un incidente: è il sintomo di una esclusione reale, costruita negli anni da infrastrutture insufficienti e fragili. Il problema in Calabria è sistemico: le infrastrutture collegano debolmente la regione al resto del Sud. Gran parte delle linee interne resta ferma a standard infrastrutturali lontani da quelli del resto d’Italia. La rete ferroviaria regionale si estende per circa 852 km, ma meno di un terzo è a doppio binario. La tratta ferroviaria che collega Catanzaro a Cosenza è stata completamente sventrata dalla piena, rendendo impossibile qualsiasi collegamento tra i due capoluoghi. La linea tirrenica rappresenta la dorsale del Sud: quando un solo tratto entra in crisi, l’intero sistema si blocca.

La statale 18, principale arteria costiera, è stata interessata da chiusure e criticità in più punti. L’A2, Autostrada del Mediterraneo e principale asse del Sud, cantiere a cielo scoperto da oltre 20 anni, ha subito limitazioni e interruzioni.

Quando ogni collegamento si ferma nello stesso momento, non siamo davanti a un’emergenza: siamo davanti a un sistema infrastrutturale incapace di garantire collegamenti sicuri e funzionali, tagliando fuori mezza Italia dal diritto alla mobilità, al lavoro e alla continuità territoriale.

Le strade che collegano i paesi dell’interno sono rese impraticabili da frane e smottamenti. A Pedace, Fuscaldo, Decollatura, Maierà, Marzi e in molti altri comuni, interi quartieri restano completamente inaccessibili. Intere comunità risultano isolate, famiglie bloccate senza vie alternative.

C’è qualcosa di assurdo in un sistema che progetta un Ponte sullo Stretto mentre la spina dorsale del territorio cede sotto il peso di una manutenzione ordinaria diventata un lusso irraggiungibile. Si continua a sbandierare il miraggio propagandistico del Ponte sullo Stretto, monumento allo spreco e alla finzione, come fosse la soluzione per ogni male del Mezzogiorno. Non sono solo la pioggia e il mare a sommergerci, ma il cinismo di uno Stato che si traveste da soccorritore dopo aver agito per decenni da carnefice.

Dopo settimane di emergenza e innumerevoli danni nei nostri territori, la domanda è inevitabile: è davvero questa la priorità per i calabresi e i siciliani?

Ministro Salvini, venga in Calabria oggi, non solo in campagna elettorale. Venga a vedere con i suoi occhi l’acqua a pochi centimetri dalle traversine, le strade spezzate, i collegamenti interrotti, i fiumi che divorano le nostre terre e distruggono le poche strade che ci collegano.
Venga a spiegare se la precedenza spetti a un’opera da miliardi o alla messa in sicurezza delle infrastrutture che già esistono e che, ogni inverno, rischiano di saltare.

Mentre il governo regionale invoca la responsabilità individuale, tentando goffamente di colpevolizzare i cittadinə, la realtà è che questa situazione nasce dalle scelte di una classe politica che ha fatto dell’emergenza permanente il proprio metodo, rinunciando alla pianificazione.

Dobbiamo chiederci: chi guadagna da questa situazione? Chi trae vantaggio da territori che rimangono fragili, ricattabili, sempre sull’orlo del disastro? Chi guadagna da commissariamenti, deroghe e fondi straordinari? La prevenzione richiede visione e continuità, non passerelle elettorali post-alluvione.

Esigiamo lo storno totale dei fondi destinati alle grandi opere di facciata verso la cura del territorio, la manutenzione delle strade e la difesa delle nostre coste. Vogliamo una pianificazione strutturale di interventi che sostituisca la propaganda delle grandi opere. Vogliamo che la priorità sia la sicurezza dei nostri territori.

Non permetteremo che il futuro di questa terra venga trascinato via dalla corrente dell’indifferenza. La Calabria non chiede miracoli. Esige che ciò che esiste venga difeso. Esige che la pianificazione sostituisca la propaganda e che la priorità sia la sicurezza.

Soprattutto, esigiamo di essere considerati parte dell’Italia e non abitanti di una terra isolata da depredare e sfruttare.

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