Paraguay, dove la terra semina saccheggio e morte

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Paraguay, dove la terra semina saccheggio e morte

Con l’arrivo del Partito Colorado, che era già stato 61anni al potere, aumentano le espulsioni di popolazione contadina e la repressione.

“Ciò che noi volevamo di più era un pezzo di terra un poco più grande. Volevamo piantare canna dolce in quantità sufficiente, volevamo piantare manioca, mais …”. Era ciò che chiedevano ma hanno ricevuto morte, espulsioni e criminalizzazione. Come aggiunta, il rovesciamento di Fernando Lugo alla guida del Governo del Paraguay, con un giudizio politico espresso tacciato come colpo di stato parlamentare.

Il massacro di Curuguaty, nel quale morirono nel giugno del 2012 undici contadini e sei poliziotti dopo un violento sgombero di alcune terre occupate dagli agricoltori, ha significato l’apertura totale del paese sudamericano alle monocolture, ai pesticidi e alla persecuzione della classe contadina. Un anno e mezzo dopo i fatti che hanno cambiato duramente la storia paraguayana, la domanda su ciò che avvenne a Curuguaty continua ad essere ripetuta senza risposta. Né è stata individuata la proprietà del terreno. Chiarire questi enigmi presuppone analizzare la realtà del paese che ha una delle maggiori concentrazioni di terre al mondo: l’ 85 per cento del territorio è nelle mani del 2,6 per cento di proprietari, molti dei quali stranieri.

Limitato nel cuore dell’America del Sud tra due giganti come Argentina e Brasile, quasi il 20 per cento del territorio paraguayano, in concreto circa 7,7 milioni di ettari o il 32 per cento delle terre coltivabili, è controllato da stranieri. Sono soprattutto brasiliani, che controllano circa 4,8 milioni di ettari. Nel frattempo, 300.000 famiglie di contadini su più di sei milioni di abitanti sono prive di terre. “Il Paraguay è un paese non industrializzato nel quale l’esportazione delle materie prime agricole è l’unica fonte di creazione di ricchezza. Da qui il fatto che le lotte sulla proprietà della terra, che nel caso dei latifondi ha molti chiaroscuri in termini legali, sono una questione strategica su cui passa la distribuzione del potere economico e politico. Parlare della terra è parlare della democrazia”, spiega l’avvocato paraguayano Hugo Valiente.

Terra e democrazia. Due parole che nella repubblica guaranì hanno molteplici letture e interpretazioni. La terra e il territorio sono il filo regolatore del lavoro e della vita nel mondo rurale, tanto per le popolazioni contadine come per gli indigeni di questo paese agrario e latifondista. Terra e lavoro, lavoro e terra permettono di “abbordare problematiche come il diritto al lavoro, il contributo all’economia dei paesi e della regione, la gestione delle risorse naturali, l’identità, il governo locale, l’approccio di genere, la sicurezza alimentare e la cultura, tra gli altri”, rammenta il rapporto “La terra in Paraguay: dalla disuguaglianza all’esercizio dei diritti”.

La violenta uscita di Lugo dall’Esecutivo ha rispolverato zavorre come la disputa per l’accesso alla terra, l’esistenza di terreni di origine spuria, le lotte politiche e le carenze del sistema giudiziario. “Uno dei debiti che abbiamo nella transizione democratica è che non è stata portata avanti una politica di recupero delle terre ‘ottenute male’. Una delle grandi eredità della dittatura è che, dei dodici milioni di ettari che la dittatura doveva destinare alla riforma agraria, quasi otto milioni furono destinati a persone che non erano beneficiarie di questa riforma”, spiega il segretario esecutivo del Coordinamento per i Diritti Umani del Paraguay (CODEHUPY), Enrique Gauto.

Le terre del massacro, reclamate da un impresario colorado

Per sapere ciò che avvenne a Curuguaty, paese situato nel dipartimento di Canindeyú e precisamente uno di quelli che concentra il maggior numero di proprietari stranieri, bisogna intendere la situazione della proprietà della terra e in concreto quella dei terreni su cui avvenne la tragedia: teoricamente per lo stato, i campi di Marine Kue sono richiesti dalla Campo Morobi, impresa del recentemente defunto impresario Blas N. Riquelme, che è arrivato a presiedere il Partito Colorato, la formazione che è stata per 61 anni al potere, tra i quali i 35 della dittatura.

“Il caso della terra ‘ottenuta male’ di Marina Kue riflette un conflitto storico per la spoliazione delle famiglie contadine del loro principale mezzo di produzione, la terra”, riprende il rapporto della Missione Internazionale di Osservazione sulla Situazione dei Diritti Umani in Paraguay, che si è recata nel paese mesi dopo la catastrofe. Enrique Guato continua la spiegazione: “L’alta concentrazione delle terre facilita la continuità e l’approfondimento di un modello escludente, fortemente basato sulla monocoltura e sull’allevamento. La soia installata nel nostro paese, senza regole e con zero controllo da parte dello stato, fa sì che lo schema economico escludente si approfondisca”.

Agli inizi del secolo questa pianta occupava in Paraguay un milione di ettari, quarto esportatore mondiale di questa pianta di cui circa il 60 per cento è inviata in Europa per alimentare il bestiame e produrre biocombustibili. Ora se ne contano tre milioni e l’obiettivo è giungere a sei.

Come se si trattasse di una partita a domino, l’uscita di Lugo ha provocato l’arrivo al potere di colui che fino ad allora era il suo vicepresidente, Federico Franco, del Partito Liberale, formazione con la quale governava in coalizione. Le tessere sono continuate a cadere dopo le elezioni di aprile 2013 che hanno restituito il paese alla legalità internazionale e alle assemblee del Mercosur e dell’Unasur, quando si insediava al potere il candidato del Partito Colorado, Horacio Cartes, l’impresario più ricco del paese, messo in relazione con il narcotraffico e il lavaggio di denaro. Il circolo si chiudeva di nuovo. “Il Paraguay, insieme all’Honduras, è l’unico paese dell’America Latina dove continua a governare il medesimo schema bipartito di elite oligarchiche del XIX secolo”, aggiunge Valiente.

E il fatto è che nel paese guaraní tutto ‘quadra’. Cristina Coronel, del Servizio Pace e Giustizia, ricorda che “Cartes ha voluto proporre come ambasciatore all’ONU Alfredo ‘Goli’ Stroessner, un nipote del dittatore che ha anteposto il cognome materno per avere lo stesso nome di suo nonno e che ha pubblicamente difeso la dittatura. ‘Goli’ è stato un mediocre senatore il cui unico apporto è stato di cercare di riportare il cadavere di suo nonno con gli onori, iniziativa che è stata bloccata mediante le mobilitazioni”.

Piano sistematico di esecuzioni e sparizioni

L’arrivo al potere di Federico Franco ha comportato la quasi automatica legalizzazione dell’uso di semi transgenici (delle nuove varietà di cotone, mais e soia che sono oggi utilizzate, otto di queste sono state approvate dal 2012), processo che Lugo aveva bloccato. “L’obiettivo del colpo di stato era di frenare l’aumento della lotta popolare nel paese, dove le occupazioni di terra di Ñacunday e di Marina Kue sono state alcuni dei punti più forti, e insediare di nuovo un governo servile agli interessi dell’imperialismo nordamericano e brasiliano, aumentando la dipendenza”, considera Cecilia Vuyk, del Movimento 15 Giugno.

Curuguaty non è un fatto isolato. Dalla caduta della dittatura fino ad oggi, Hugo Valiente ha registrato 114 casi di esecuzioni e scomparse forzate di dirigenti e militanti di organizzazioni contadine. “C’è un piano sistematico di attacco dispiegato su una parte significativa della popolazione contadina con l’obiettivo di imporre il suo allontanamento per appropriarsi dei suoi territori, attraverso l’uso generalizzato dei metodi del terrorismo di stato che godono dell’impunità giudiziaria”, aggiunge l’avvocato.

“Le misure di Franco, con il Governo di Cartes, stanno acuendosi”, afferma il segretario della CODEHUPY. Il fatto è che, appena dieci giorni dopo aver assunto la presidenza, i coloradi hanno promulgato un decreto per militarizzare i dipartimenti di Amambay, San Pedro e Concepción. Anche il senatore liberale Luis Alberto Wagner critica, di fronte a Giornalismo Umano, che la situazione “sia notevolmente peggiorata, soprattutto perché i latifondisti contano sull’appoggio dei poteri dello stato, giudiziario ed esecutivo, mentre coloro che praticano l’agricoltura familiare contadina sono perseguitati senza misericordia”.

Aníbal Alegre, contadino di 68 anni, ha finito con il perdere un occhio vittima di un pallino di gomma quando cercava di impedire la fumigazione di una piantagione di soia di una brasiliana protetta da militari. “Andammo a chiedere che rispettassero i nostri diritti, principalmente alla vita, giacché le fumigazioni fanno unicamente danno, principalmente ai bambini e agli anziani come me. I pesticidi distruggono i nostri raccolti di autoconsumo”, ha spiegato alla stampa paraguayana il ferito. “Che pena che la brama smisurata di arricchimento illimitato di pochi danneggi tanta buona gente come don Aníbal Alegre”, ha scritto nelle reti sociali Wagner, che lavora alla denuncia dei casi di fumigazione.

Arresti di contadini

La militarizzazione del paese, la durezza repressiva in ogni tipo di protesta e l’aumento delle fumigazioni nascondono la scommessa su un’economia agro-esportatrice, sostenuta su una diseguale ripartizione della terra. Le notizie sugli sgomberi di contadini, sulle fumigazioni, sugli incendi di case e sugli scontri occupano ogni giorno più spazio nei media nazionali e nelle reti sociali. Wagner è uno di quelli che alimenta il dibattito: “L’agro-negozio di semi, principalmente e quasi esclusivamente la soia, dà dei vantaggi solo a coloro che hanno di più; l’espansione delle grandi coltivazioni distrugge i piccoli produttori, coloro che praticano l’agricoltura familiare contadina usando i semi nativi”.

Il presidente della Federazione Nazionale Contadina, Marcial Gómez, spiega che “c’è una chiara persecuzione della classe contadina in generale e delle organizzazioni contadine in particolare; in questi ultimi tre mesi abbiamo più di cento compagni e compagne imputati, con ordine di cattura, otto agli arresti domiciliari, due in carcere solo per aver lottato contro la fumigazione di campi di soia e contro il modello di produzione imprenditoriale”

Oltre alla riforma della Legge della Difesa Nazionale e della Sicurezza Interna, con la quale il potere esecutivo ha maggiori attribuzioni nell’utilizzo delle Forze Armate in compiti che sono di sicurezza interna del paese, Cartes ha promulgato altre due norme che hanno suscitato controversie e inquietudini. “La legge di Responsabilità Fiscale, che concede più facoltà al potere esecutivo riguardo la limitazione e la definizione del limite di utilizzo delle risorse nel bilancio nazionale; e la Legge dell’Alleanza Pubblico-Privata, che dà ampie facoltà all’Esecutivo di definire l’assegnazione privata di determinati servizi che dovrebbero essere nelle mani dello stato”, precisa Enrique Gauto.

Tutto questo in sei mesi. Nei primi passi di un Governo che “ha cinque anni per realizzare la vendita e l’affitto del paese. Punta a disfarsi dello stato così come è ora, privatizzando ciò che c’è e ciò che non c’è, specialmente ciò che non c’è: sistemi “moderni” di vie, porti, aeroporti, trasporto interno, ferrovie e opere pubbliche in generale. In politica interna tende a risolvere tutto attraverso la repressione”, vaticina Pelao Carvallo, del gruppo “Che è avvenuto a Curuguaty?”.

Il maggior tasso di deforestazione del mondo

La classe contadina non è l’unico gruppo di popolazione che subisce le spinte del modello di sviluppo agro-esportatore. Anche le popolazioni indigene subiscono la deforestazione dei propri territori ancestrali. Secondo quanto denuncia l’organizzazione dei diritti umani Survival, il Paraguay ha concesso agli allevatori una licenza per il disboscamento di una riserva della biosfera dell’Unesco e dell’ultimo rifugio di indigeni non contattati ayorero. D’altra parte, uno studio dell’Università del Maryland avverte che il bosco di arbusti del Chaco paraguayano “sta sperimentando una rapida deforestazione per lo sviluppo delle aziende di allevamento. Il risultato è che registra il tasso più elevato di deforestazione del mondo”.

Lo scenario è grafico e visivo. Le statistiche completano la realtà del sesto peggiore paese di tutto il continente americano riguardo l’Indice di Sviluppo Umano del PNUD (occupa il posto 111 su 180 stati); e il peggiore situato dell’America del Sud. L’agro-negozio genera il 28 per cento del PIL, ma contribuisce solo al due per cento delle entrate fiscali del paese, rivela il quotidiano paraguayano E’a. La pressione tributaria si aggira intorno al 13 per cento. “Difficilmente possiamo crescere con la pressione tributaria se non si effettua una riforma, perché quei settori con più entrate e profitti sono quelli che meno pagano le tasse, quelli che producono soia e quelli che producono bestiame”, spiega Enrique Gauto.

Il modello agro-esportatore avanza attraverso il capitale transnazionale, come denuncia Fabricio Arnella, dell’Organizzazione Curuguaty. E non si basa solo sulle monocolture, ma anche sull’allevamento, che occupa più del 57 per cento delle terre. Il rapporto “La terra nel Paraguay: dalla disuguaglianza all’esercizio dei diritti”, uno degli ultimi pubblicati al riguardo, sottolinea che “la relazione dà una cifra di 1,75 ettari di terra per ciascun animale. Per contrasto, le famiglie con piccole terre –fino a cinque ettari– e quelle che ne sono prive assommano ad un totale approssimativo di 420.000 famiglie. Questo controsenso nella distribuzione e nell’utilizzo della terra è la principale causa dei numerosi conflitti della terra”.

L’avvocato Hugo Valiente termina ricordando che “Curuguaty è il canto del cigno della lotta contadina in Paraguay. È lo sbattere la porta che l’elite proprietaria terriera dà a una qualsiasi possibilità di discutere la distribuzione della terra. E avviene con un castigo di una brutalità esemplare, per seminare e riprodurre un terrore che paralizza”. Marine Kue non è una eccezione, anche se è il caso con maggiori ripercussioni, non solo per i morti e gli arrestati, ma anche per il punto di cambiamento nella politica paraguayana.

Di Jairo Marcos/Mª Ángeles Fernández per Comitato Carlos FonsecaComitato Carlos Fonseca

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