InfoAut
Immagine di copertina per il post

Le contraddizioni dell’inchiesta. Neanche Israele è sicuro delle “prove”: il teorema contro Hannoun nasce dalla guerra

Materiale di intelligence non verificato, raccolto in un conflitto armato, viene usato per criminalizzare la solidarietà con la Palestina. Un precedente gravissimo per i diritti e la democrazia

da osservatoriorepressione

Non è possibile determinare con certezza l’accuratezza delle informazioni che attribuirebbero presunti finanziamenti ad Hamas all’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese riconducibile a Mohammed Hannoun, arrestato a fine dicembre insieme ad altre otto persone con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. A dirlo, nero su bianco, sono le stesse autorità israeliane.

In quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno e trasmesse alla Procura di Genova a inizio luglio, è contenuto un elenco di 266 cosiddette “battlefield evidence”, prove raccolte sul campo di battaglia che dovrebbero attestare legami tra l’associazione italiana e Hamas. A firmare le note allegate è “Avi”, capo della divisione ricerca e valutazione del National Bureau for Counter Terrorist Financing (Nbctf), che ammette come in diversi casi non sia stato possibile stabilire né il luogo né la data di acquisizione dei documenti. Un limite che, secondo l’ufficiale israeliano, non comprometterebbe l’identificazione dei beneficiari dei fondi: a Gaza, sostiene, controlla tutto Hamas e ogni relazione con chi opera nella Striscia equivarrebbe, dopo il 7 ottobre 2023, a fiancheggiamento del terrorismo.

Una logica che prescinde dalla verifica giudiziaria. Lo stesso “Mr Avi” spiega che molte informazioni non possono essere condivise neppure con l’autorità giudiziaria italiana per ragioni di sicurezza militare. Nonostante ciò, afferma che la sua conoscenza diretta dei luoghi di sequestro sarebbe sufficiente. Le descrizioni delle circostanze di acquisizione dei materiali, raccolti durante l’operazione “Sword of Iron” tra il 2023 e il 2024, risultano però spesso vaghe: un laptop sequestrato il 22 novembre 2023 conterrebbe “varie informazioni” su organizzazioni attive a Gaza con un collegamento ad Hamas “molto probabile”; documenti requisiti il 16 novembre apparterrebbero a “un’entità di Hamas indefinibile”; un hard disk dell’8 dicembre conterrebbe file “molto probabilmente” riconducibili a un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar.

È su questo impianto che le difese dei nove arrestati hanno depositato una memoria durissima, sostenendo l’assoluta inutilizzabilità dei materiali perché affetti da “un cumulo insanabile di deficit” che ne esclude qualsiasi valenza probatoria. Le “prove dal campo” sarebbero prive di una catena di custodia conforme agli standard dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa: mancano l’identificazione di chi ha materialmente raccolto i dati, metadati verificabili e ogni possibilità di controllo indipendente.

In un comunicato diffuso nelle ultime ore, i quattordici avvocati del collegio difensivo ribadiscono che “l’aula di giustizia non è un campo di battaglia” e che materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali. Una posizione che richiama un precedente non secondario: nel 2010 la stessa Procura di Genova, allora rappresentata dalla pm Francesca Nanni, chiese e ottenne l’archiviazione di un’indagine per terrorismo pressoché identica, sempre a carico di Hannoun.

Secondo i legali, l’inchiesta in corso non riguarda condotte penalmente accertate, ma la circolazione di informazioni prodotte in uno scenario di guerra e da apparati di sicurezza stranieri. Nessun giudice israeliano, sottolineano, ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate, che restano appannaggio dei servizi di sicurezza, operanti sotto il controllo diretto dell’esecutivo e dentro una logica dichiaratamente bellica. Importare questi materiali in un processo penale significa, a loro avviso, abbattere una distinzione essenziale in democrazia: quella tra guerra e giustizia.

Il contesto internazionale rafforza il nodo politico-giuridico. Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alla giurisdizione della Corte penale internazionale, anche di fronte a ipotesi documentate di crimini internazionali. È dunque, sostengono i difensori, inaccettabile che lo stesso Stato pretenda di esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali attraverso canali di cooperazione giudiziaria, spesso fornendo documentazione “spontaneamente”, senza neppure una richiesta formale.

Su questa indagine pesa anche una gestione mediatica e politica particolarmente esposta. Oggi pomeriggio alla Camera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferirà sull’inchiesta che, a suo dire, avrebbe “svelato il vero volto dei pro pal”. Dichiarazioni che, secondo i legali, contribuiscono a creare un clima colpevolista incompatibile con la presunzione di innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione.

Venerdì 16 gennaio il Tribunale del Riesame di Genova dovrà decidere se confermare o meno la custodia cautelare di Hannoun e degli altri otto indagati, trasferiti nel frattempo in carceri speciali perché accusati di terrorismo. Lo stesso giorno, a L’Aquila, è attesa la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, anche loro imputati sulla base di testimonianze raccolte in Israele per fatti non commessi sul territorio italiano.

Per i difensori, l’uso di informazioni di intelligence – per di più straniere – come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un “diritto penale del nemico”, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali. Una deriva che, avvertono, non riguarda un caso isolato ma rischia di diventare un precedente.

L’esito del Riesame dirà se questa impostazione reggerà al vaglio dei giudici. Ma la domanda resta aperta, e inquietante: come definire un sistema in cui prove di guerra diventano atti giudiziari e il confine tra conflitto armato e Stato di diritto si fa sempre più sottile?

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Divise & Poteredi redazioneTag correlati:

corte penale internazionalemohammed hannounpalestinarepressionesolidarietà gaza

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Italiani veri

Contro il carovita, contro il caro carburante e quindi anche contro la guerra. Piazze di molte città d’Italia in questo 17 ottobre si sono riempite in aperta opposizione al governo Meloni, causa della crisi sociale dilagante. Piazze piene anche oggi quindi, dopo una giornata di mobilitazione studentesca significativa per tutto il Paese.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

A Massa Carrara maxi-corteo: 15mila in piazza contro l’ondata di denunce, “si cerca di limitare il dissenso impedendo le manifestazioni”

Almeno 15mila persone hanno sfilato per le strade di Massa Carrara nella giornata di mercoledì 15 ottobre, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la prima udienza a carico dei manifestanti colpiti dall’andata repressiva contro il movimento per la Palestina.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Contro gli investimenti israeliani nelle energie rinnovabili: presidi in Toscana per la Palestina

Anche i comitati territoriali contro la speculazione energetica da grandi rinnovabili si mobilitano per la Palestina.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

L’Italia scende in piazza per la Palestina

Sabato 10 ottobre tante piazze italiane si sono riempite dei colori della bandiera palestinese dando uno slancio a questo inizio di autunno di lotta.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Askatasuna vuol dire libertà: operazione di polizia a seguito della manifestazione del 31 gennaio 2026

Riprendiamo il comunicato pubblicato dal Network Antagonista Torinese, solidarietà a tutti e tutte le compagne e i compagni inquisiti!

Immagine di copertina per il post
Contributi

La fine del genocidio è la fine del sionismo

Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza, dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese da parte di gran parte dei media main stream.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Resoconto dell’udienza di sorveglianza speciale a Stefano

Mercoledì 30 settembre si è tenuta una delle ultime udienze della fase dibattimentale riguardo alla richiesta di sorveglianza speciale a carico del nostro compagno Stefano.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

No alla sorveglianza speciale per Stefano e Sara: 30 settembre udienza al tribunale di Torino

Condividiamo l’appello del Network Antagonista e del coordinamento Torino per Gaza per portare solidarietà in aula alla prossima udienza per la sorveglianza speciale nei confronti di Stefano.

Appuntamento Mercoledì 30 settembre ore 12 in Aula 7 Tribunale di Torino.

Immagine di copertina per il post
Culture

NAZA, la guerra di Israele contro i testimoni e la complicità dei media

A Washington, la violazione dell’accesso alla stampa americana da parte di Donald Trump ha suscitato indignazione e sfida; a Tel Aviv, il divieto generalizzato imposto da Benjamin Netanyahu agli stessi media, con pretesti falsi, ottiene solo obbedienza e silenzio.

Immagine di copertina per il post
Culture

“Palestina 36”, ridare voce al popolo che manca

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio (2025), della regista palestinese Anne-Marie Jasir, dispiega uno sguardo cinematografico che diviene esso stesso strumento di lotta. I territori della Palestina, oggi sottoposti a un terribile genocidio, sembrano riappropriarsi di una loro voce propria nel momento in cui iniziano ad essere esposti allo sguardo colonizzatore e colonialista dell’Occidente.