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Migrar no es delito! Espulsioni e discriminazioni a Buenos Aires: i migranti sfilano contro la politica di criminalizzazione del governo Macri

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Riceviamo e pubblichiamo l’articolo di una compagna che si trova a Buenos Aires e che ha partecipato alla marcia “Migrar no es delito!” contro le politiche sull’immigrazione del Presidente Mauricio Macrì. 

Abajo al DN 70/2017, Devuelven a Vanesa ya, Basta de xenofobia: questi gli slogan scanditi il 13 marzo al corteo che, da sotto la sede centrale della Direzione nazionale per l’immigrazione di Buenos Aires, ha sfilato fino a Plaza de Mayo, concludendosi davanti alla Casa Rosada, sede del potere esecutivo.

“Ci concentriamo sotto la Direzione per l’immigrazione perché qui è dove le persone affrontano ostacoli sempre maggiori per rinnovare i permessi, ed è qui che arrivano le richieste di espulsione”, afferma Doris Quispe, una delle referenti della campagna nazionale Migrar no es delito, formata nel 2017 da diverse associazioni sociali e collettivi con l’obiettivo di denunciare la politica del governo Macri in tema di immigrazione.

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“Il Decreto de necesidad y urgencia 70, emesso nel gennaio 2017, modifica la normativa nazionale 25.871 del 2003, ed è un vero e proprio attacco alle cittadine e ai cittadini immigrati presenti in Argentina”: così Carla, membro della campagna. Del resto, la Camera Contencioso Administrativo Federal già un anno fa aveva dichiarato il DNU incostituzionale, in ragione dell’assenza di una “situazione critica” per la quale sarebbe stata necessaria l’adozione di “misure urgenti”. Contro questo giudizio, il governo ha presentato ricorso e, fino a quando non si esprimerà la Corte Suprema, il decreto resta in vigore. Nello specifico, il DNU 70/2017 da una parte rende più difficile la permanenza nel paese, aumentando le tasse per i rinnovi dei documenti, e dall’altra accelera le espulsioni, non garantendo il diritto alla difesa visto che concede solo tre giorni per produrre le prove utili per un ricorso. Tutto questo si riversa concretamente sulla vita delle persone: la campagna denuncia un aumento dei casi di discriminazione, in particolare nei luoghi di frontiera, un incremento della xenofobia nella società argentina, e anche casi di espulsioni illegittime. E’ quanto successo a Vanesa Gomez, trentatrenne peruviana e madre di due figli minorenni. Dopo 16 anni vissuti in Argentina, lo scorso 4 febbraio Vanesa è stata espulsa, insieme al figlio di due anni, di nazionalità argentina, mentre l’altro figlio, di 14 anni, è rimasto nel paese, in aperto contrasto con la tutela del nucleo familiare e in violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “Sei anni fa la donna è stata condannata per un reato legato alla normativa sulle sostanze stupefacenti. Ora quella condanna è chiusa, ma lei è stata espulsa. Il figlio di 14 anni non parla più da quando è stato separato dalla madre”, denunciano i membri della campagna Migrar no es delito, secondo cui il caso di Vanesa è emblematico del clima che si respira nel paese.

“Questo decreto permette di espellere forzatamente chiunque venga condannato, anche per reati legati a manifestazioni di protesta in difesa dei propri diritti. Inoltre, si prevede l’annullamento della residenza della o dell’immigrato che viene condannato, anche in maniera non definitiva. E’ evidente il clima di criminalizzazione che si vuole ottenere, e i cui risultati si stanno purtroppo già vedendo” affermano i membri di Migrar no es delito, che denunciano un aumento di xenofobia e discriminazioni, diretta conseguenza della campagna di stigmatizzazione che, dal 2017, il governo Cambiemos presieduto da Macri sta portando avanti, spalleggiato dai mass media: “Un processo di divisione della popolazione tra cittadini argentini e non, e di forte criminalizzazione della componente immigrata del paese”, specificano. La campagna Migrar no es delito nasce con l’obiettivo di contrastare questa narrazione e la politica che ad essa si lega: “Da anni il governo sta cercando di mettere la popolazione argentina contro la componente immigrata, indicando quest’ultima come la maggiore responsabile della criminalità presente nel paese, in particolare con riferimento al narcotraffico. Ma questo discorso non si basa su dati reali: secondo il sistema penitenziario federale argentino, solo il 5, 4% della popolazione carceraria è composta da immigrati, mentre per quanto riguarda il tema specifico del narcotraffico esiste già una legge dedicata. Legare la questione della sicurezza con quella dell’immigrazione è pura propaganda che non ha nulla a che vedere con la situazione reale”. Inoltre, secondo quanto denunciato dalle associazioni, il governo fa leva sulla crisi economica per diffondere l’idea che gli immigrati sottraggano servizi agli argentini.

ba5“E’ vero, noi utilizziamo i servizi argentini. E lo facciamo mentre, allo stesso tempo, partecipiamo attivamente alla società: nel tessile, rappresentiamo circa il 7,7% della forza lavoro; il 21,7% nel commercio, il 18,6% nel settore edile, il 20,9% nel lavoro domestico e di cura. E queste sono le cifre ufficiali, che non tengono in considerazione il lavoro nero”. Ma i membri della campagna Migrar no es delito mettono in luce anche altro: “Non siamo parte attiva solo dal punto di vista economico, ma anche sociale. Nei nostri paesi di origine i servizi non sono tutelati: il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro. Noi lottiamo affinché anche nei nostri paesi questi diritti siano garantiti, e lottiamo perché non vengano ristretti qui in Argentina, il paese in cui abbiamo scelto di vivere. Il governo incolpa gli immigrati di rubare i servizi agli argentini, quando la verità è che la politica guarda solo ai propri interessi e non al miglioramento della società, e si schiera contro le fasce più deboli della popolazione. Non si investe in cultura, in sanità, in istruzione: questo, e non la presenza degli immigrati, riduce i servizi. Dobbiamo lottare affinché il governo non trovi capri espiatori, ma si faccia carico delle proprie responsabilità. E’ una battaglia che riguarda tutti, non solo la componente immigrata”.

S.C.

 

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