Fucilate alla testa e pugni in faccia

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Pisa, il duomo e la torre sono a due passi. L’estate non decolla, ancora non fa troppo caldo ma qui l’inizio della stagione è segnato dall’ingrossarsi del fiume dei turisti. Buoni clienti. Ne hanno fatto un mercato di questa piazza in cui solo alcuni possono fare affari. Dentro le mura, sotto la torre, hanno lasciato solo quelli dell’Opera primaziale: i bancarellai volevano espellere i senegalesi dall’area sono poi diventati i negri di turno e ora sono fuori anche loro. Tutti in piazza Manin. Ancora più in là, in via Cammeo, i senegalesi che vendono merce contraffatta: borse, bracciali, accendini. Qualche chincaglieria da “abusivi” perché ormai anche in conceria in Valdarno ti assumono come interinale e d’estate sei a casa oppure gli stipendi sono in arretrato, come l’affitto da pagare… e se l’affitto non lo paghi per quella casa di merda con altri cinque connazionali ti prendi le bastonate in mezzo alla via, come successo qualche settimana fa a Castelfranco di Sotto. A 30 km da Pisa, verso Firenze.

Poi ci sono gli sbirri. Di ogni ordine e grado, i vigili, i finanzieri la polizia di Stato. Si assicurano che le distanze vengano mantenute. I neri il più lontano possibile, poi il resto. Gli autorizzati e quelli abusivi. Se il criterio della legalità non basta a distinguere basta guardare i visi: i secondi sono sempre neri. Non sbaglia, la legge. “È che quelli qui proprio non ci devono stare”. In tutti i sensi. “Esplusioni per i clandestini”… ripete come un disco rotto mister Viminale. Sono sempre clandestini anche se si spaccano la schiena qui da trent’anni con regolare permesso di soggiorno… ma bla bla, la carta è solo carta. È proprio vero, quella è bianca e se ce l’hai non cambia il colore della pelle.

Stavolta è il turno dei carabinieri. Come al solito: sequestro della merce. Serve per le statistiche del questore. C’è rabbia. Qualche mese fa i senegalesi si difesero dai vigili e salvarono la merce. Con questi è diverso. Fanno per andare via, sono già in macchina. Qualcuno protesta, forse batte i pugni sulla macchina. Un carabiniere scende, petto in fuori. Si scaglia su una donna. Parapiglia. Fa per tornare indietro ma un cazzotto gli spacca il naso. Monta in macchina, ingrana la marcia e sfreccia.

Salvini lancia l’hashtag #tolleranzaZero e si riempie la bocca di ripristino della legalità. Il video dell’accaduto diventa virale. È tutto documentato ma nessuno parla della prepotenza del carabiniere che scatena il pugno. È quella la regola, non il pugno. Purtroppo, in un paese dove il nero è usato per fare il tiro a bersaglio: in pasto al discorso pubblico, non parla mai. È oggetto delle parole degli altri, dei loro sfoghi, delle invettive: “bestie”, “animali” “pacchia e stra-pacchia”. Ma che cazzo ne sa questo coglione che hanno fatto ministro della vita che conduce questa gente. È nero e sapere non serve perché a quello che si conosce si deve rispetto. Ma è solo un oggetto da prendere di mira. Fino anche a fargli saltare la testa. A fucilate. Era solo un “furfante abbronzato” come ha scritto FeltriFeltri. Manco i cani.

moustafa picchetto

Prepotenza, umiliazione, denigrazione. È questo che vive la gente nera in questo paese. Proletari o graziati dalla sorte. Non importa. Sono vite che valgono meno. Moustafa può anche farsi quattro anni e otto mesi di galera per aver atterrato un carabiniere a Piacenza. Una piccola cambiale dopo anni di dure lotte in cui i carabinieri parlavano ai picchetti la stessa lingua violenta dei crumiri, dei capi e dei fascisti: quella delle offese e delle bastonate. Ma è un nero, Moustafa. Una condanna spropositata non rovina una vita che già non vale un cazzo anche se con una busta paga sola manteneva una famiglia di cinque persone. Come tutti i proletari. Non importa quanto si facciano il culo. Restano dei negri. Gente che vale meno. Come Balotelli, non più ricco collega di stimati professionisti, come si ama dire di quel mestiere da showbiz in cui hanno trasformato il calcio, ma solo uno che si “diverte dietro al pallone” e che neanche quando parla di sé, della sua gente e del paese in cui nato è degno di essere ascoltato. Restano dei negri per i quali un pugno in faccia sferrato all’ennesimo razzista di merda non sarà mai un rimborso sufficiente.

 

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