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USA: Minneapolis sotto tiro. L’ICE spara ancora e uccide

Un altro morto a Minneapolis: nuovo omicidio da parte degli agenti dell’ICE. Bambini arrestati e piazze sotto attacco

da Osservatorio Repressione

Minneapolis è di nuovo una scena del crimine. Oggi, sabato 24 gennaio, nel primo pomeriggio, agenti federali dell’ICE hanno aperto il fuoco nel quartiere di Eat Street, a sud della città. Un uomo è stato colpito a pochi metri di distanza, davanti a un locale all’angolo tra Nicollet Avenue e 26th Street. È morto. È la terza sparatoria che coinvolge agenti federali a Minneapolis in poche settimane. La terza. Non un incidente, non una “tragica fatalità”: una sequenza.

I video circolati mostrano una dinamica agghiacciante: più colpi sparati, l’agente praticamente faccia a faccia con la vittima, un’esecuzione in pieno giorno. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, come da copione, tace sulle circostanze. Nessuna spiegazione, nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzio armato.

Sul posto, la rabbia è esplosa immediatamente. Decine di persone hanno circondato l’area urlando contro la polizia di Minneapolis, accusata di proteggere gli agenti federali: «State difendendo degli assassini». Non è uno slogan. È una constatazione politica.

Il governatore del Minnesota Tim Walz ha parlato di una situazione “ripugnante” e ha chiesto il ritiro immediato degli agenti federali dallo Stato. Ma mentre arrivano dichiarazioni indignate, sul terreno resta una realtà brutale: l’ICE agisce come una forza di occupazione, spara, arresta, deporta. E lo fa con una crescente sensazione di impunità.

Solo nelle ultime ore, mentre la città era paralizzata da uno sciopero generale sociale contro i raid federali, è emerso un altro episodio che definire mostruoso è poco: una bambina di due anni è stata fermata insieme al padre mentre tornavano a casa dopo aver fatto la spesa. Nonostante un ordine di un giudice federale che imponeva il rilascio immediato della minore, gli agenti hanno caricato padre e figlia su un aereo diretto in Texas, verso un centro di detenzione per immigrati. Solo dopo, sotto la pressione legale, la bambina è stata riportata in Minnesota e consegnata alla madre. Il padre resta detenuto. Questa non è “sicurezza”. È sequestro di persona istituzionalizzato.

Nel frattempo, circa cento membri del clero — pastori, preti, leader religiosi — sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis–St. Paul. Si erano inginocchiati cantando inni e recitando il Padre Nostro, denunciando le deportazioni in corso. Li hanno ammanettati uno a uno, con temperature polari. La repressione non distingue: colpisce migranti, bambini, attivisti, religiosi. Chiunque osi mettere in discussione l’operato federale diventa un bersaglio.

E mentre l’ICE spara e arresta, la Casa Bianca gioca con la propaganda. Una foto dell’attivista per i diritti civili Nekima Levy Armstrong — arrestata durante una protesta in una chiesa — è stata ritoccata e rilanciata in versione manipolata: lei, afroamericana, appare più scura di pelle e in lacrime. Alla denuncia pubblica, la risposta ufficiale è stata cinica e rivelatrice: «L’applicazione della legge continuerà. I meme continueranno». È il linguaggio del potere quando ha smesso di fingere.

Intanto trapelano documenti interni che autorizzerebbero gli agenti federali a entrare nelle abitazioni senza mandato giudiziario. Una violazione frontale del Quarto Emendamento della Costituzione statunitense. Non un eccesso isolato, ma una scelta strategica: trasformare lo Stato di diritto in un optional, sostituirlo con il terrore amministrativo.

Il Minnesota oggi è attraversato da uno sciopero generale sociale: attività chiuse, scuole vuote, lavoro sospeso, consumi bloccati. È la risposta di una comunità che ha capito una cosa semplice: non si tratta più solo di immigrazione. Si tratta di che tipo di società si vuole vivere. Una società in cui un’agenzia federale può sparare per strada, deportare bambini, arrestare chi prega, manipolare immagini e violare la Costituzione senza conseguenze.

L’ICE non sta “applicando la legge”. Sta producendo violenza politica. Sta testando i limiti di ciò che può fare uno Stato quando decide che alcune vite valgono meno di altre. Minneapolis resiste, sciopera, si solleva. Perché quando lo Stato spara e rapisce bambini, non restare neutrali non è una scelta ideologica: è una necessità morale e politica.

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