
La grammatica del vuoto
0. Sabato pomeriggio la nostra città è stata ferita.
1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.
2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.
Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.
3. Salim El Koudri. Un trentenne solitario, laureato in economia. Disoccupato, senza lavoro per il quale ha studiato. Che vive ancora con i genitori, lavoratori immigrati da un paese a lui estraneo. Senza amici, senza ragazza, senza legami con qualsiasi comunità. Nessuno gli rivolge la parola, lui non la rivolge a nessuno. Vive isolato da tutti, rabbuiato, in un paesino di provincia di una città di provincia, nel vuoto della pianura. Tormentato da fragilità psichiche importanti, trascurate seppur visibili, peggiorate sempre più. Una vita apparentemente comune che sembra passare, trasparente, inconsistente, come un’ombra sulla terra, sui muri della città. Fino all’esplosione, il sangue, l’orrore sulla strada.
Ci sembra che le origini e la religione, per dare logica a ciò che è successo, qua siano estremamente marginali, svianti, erronee. Se non come fattore che acuisce, ancora di più, il senso di fallimento e anomia che è invece tratto eminentemente generazionale. Comune a tutto l’Occidente capitalistico.
4. Il punto, tagliato con l’accetta. La grammatica che Salim El Koudri ha trovato per decifrare il mondo e farlo finire, con sé, è il frutto di una forma di vita e di società disumana che impoverisce, svuota di ogni senso, di ogni prospettiva di senso. Di pienezza della vita e delle sue possibilità di liberazione dalla miseria in cui il rapporto sociale capitalistico ci costringe. La sperimentiamo ogni giorno. La viviamo quotidianamente. È la nostra, siamo noi. Colpisce la testimonianza di chi ci viveva a fianco o incontrava la sua ombra in paese. Vicini di casa, di condominio, che non ci avevano mai scambiato una parola in vita con lui, e lui a loro. La barista cinese: «Mi chiedeva sempre un caffè, poi si sedeva in un angolo e restava per ore da solo. Non parlava con nessuno e restava lì a smanettare col telefonino». Scrollava il cellulare, in silenzio, da solo, per ore, gli occhi fissi dentro la macchina, vuota. Chi non riconosce questa immagine, moneta comune del vivere oggi, evidentemente mente.
5. È la forma di vita e di società portata dagli immigrati, sì, quelli che vengono dall’altra parte dell’Atlantico. Quelli con le basi sui nostri territori da cui consentiamo che partano le loro di macchine, per macchiare di stragi altre città, dilaniare scuole e ospedali, radere al suolo popolazioni “non elette”, ma che resistono. Abbiamo importato noi dagli Stati Uniti questo tipo di eventi, essendo loro la punta più avanzata in questo processo di spappolamento a cui partecipiamo. Eventi che manifestano da decenni a cadenza quotidiana, in forme e sfumature diverse. Epidemie di Fentanyl, stragi a scuola o in manifestazioni pubbliche, suicidi di adolescenti, femminicidi seriali. Un impazzimento che si declina anche nella politica, interna ed estera, a ben vedere.
6. È la forma di vita dell’individuo-massa, dell’orgia delle merci, dove fuori di sé c’è tutto, ma dentro non rimane niente – se non forse un «residuo irrisolto», come scriveva Alquati. Uno spazio di ambivalente possibilità di rifiuto di tutto quel niente, che non sappiamo che strade potrà prendere: se di auto (e altrui) nichilistica distruzione o di liberazione di capacità soggettive e collettive. Lì occorre cercare, e piegarne la direzione. In quell’ultima ridotta da cui immaginare prospettive e percorsi di fuoriuscita dall’alienazione e dalla violenza della vita capitalisticamente messa a valore. Quanto è ancora irrisolto quel residuo, e quanto è irrisolvibile? «Qui va posta una sfida forse decisiva: come pensare una risoggettivazione dell’individuo» si è scritto di recente, indicando l’avanguardia di un campo di ricerca politica.
7. L’inferno è vuoto. È il vuoto. È l’esperienza incomunicabile del nulla. Il diavolo di Dante non si trova a regnare sulle fiamme, tra le urla dei dannati, ma al centro del niente – un immenso, inesorabile, silenzioso lago ghiacciato, il Cocito. Salim El Koudri è la cartina di tornasole, l’estremo visibile, di un’antropologia di massa, di una forma di produzione sociale che, come il ragazzo, è essa stessa schizofrenica, che produce schizofrenia a livelli industriali – dagli algoritmi che comandano l’economia a quelli dei social che fanno strame delle capacità cognitive umane, fino ai tempi della vita quotidiana, risucchiati e resi disumani, da essi. Produce isolamento dalle persone, dalle relazioni, dalle comunità, ovvero isolamento totale dalla realtà. Fino all’esplosione della violenza orizzontale, insensata, senza prospettiva, pura violenza dei corpi e sui corpi che stanno a fianco ma che sembrano lontanissimi, altri. È puro etimo del massacro: la violenza omicidiaria come unico strumento di contatto (rovesciato e stravolto) con altri corpi. Produrre morte per dare senso alla vita. Dai tredicenni che progettano omicidi dei prof alle scuole medie, filmandone l’accoltellamento, allo squartamento di gruppo di un immigrato in bicicletta, tanto per divertirsi, siamo all’interno della stessa dinamica. Dentro allo stesso vuoto, quello della morte in perpetuo scrolling.
8. L’esplosione della violenza orizzontale è il concreto della guerra generalizzata, fascista, portata sul piano della soggettività – se vogliamo, dell’anima. Le relazioni di senso, umane, positive che si creano nella comunità di base, sul territorio, ovvero attraverso l’esperienza condivisa, fino a quelle che si liberano nel donarsi agli amici, affetti, compagni, nella lotta per una vita radicalmente altra – che si liberano marxianamente nel valore d’uso come movimento e non si alienano nel valore di scambio come forma di vita – sono le prime barriere a questa violenza, e possono diventare argini verticali di senso, e quindi di rottura, con l’esistente.
9. Allora da questo punto di vista la questione delle risorse che l’organizzazione sociale investe per cercare di intervenire, limitare, prevenire, è certamente fondamentale, ma non è risolutiva. Perché nel miglior mondo capitalistico possibile si possono erogare tutte le risorse che si hanno, sia in sicurezza che svuota le strade che in percorsi medici che riempiono i CSM, ma se non si cambia la direzione, il senso dell’organizzazione sociale complessiva, l’esperienza umana che di quel senso si può fare attraverso forme collettive, di comunità organizzate, di condivisione, di lotta, di liberazione, se non si cambiano la qualità dei rapporti sociali, se non si rovescia la forma di vita che questa società produce in possibilità di fuoriuscita da questo modello mortifero, allora siamo certi che questo spappolamento continuerà ad avvitarsi su stesso, sempre più insensato, sempre più violento, sempre più vuoto, con sempre più Salim El Koudri. Fino a farci sprofondare tutti nello stesso Cocito.
10. «Se si intravede il Nulla […] non si possono più guardare le cose come se si trattasse di vederle così come sono. Anche, e soprattutto, se le cose sono gli uomini, e le donne, che si presentano come relazioni tra cose. Non: rendere visibile. Non più. Ma: vedere l’invisibile».
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