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Il compimento della storia e il Comunismo nelle parole di un Ministro

Gli economisti e gli ideologi del trionfante liberalismo democratico – glorificato nel 1991 da Fukuyama per aver compiuto il fine della storia quando crolló il muro di Berlino e la fine del Comunismo in Europa – hanno in questi tempi una fifa tremenda. E si ricorre ad un umile professore universitario, ora Ministro della Istruzione e Merito del neo governo Meloni, per farsi coraggio.

Di Noi non abbiamo patria

Una crisi inarrestabile di un modo di produzione storico esce fuori dai pori della vita plasmata dal capitalismo reale. Diviene palpabile che lo stesso modo di produzione fa della sua crisi una merce e la vende come valore di scambio a chi ha come bisogno reale quello di esorcizzare la paura per un mondo che vacilla e si sgretola nelle sue relazioni reali. Perchè l’accumulazione è una bestia dis-umana ed anche la propria malattia storica puó fruttare guadagno e profitto, laddove guardare in faccia alla propria fine diviene un bisogno sociale.
Basterebbe guardare il Triangolo della Tristezza al cinema (Triangle of Sadness) nel quale il miraggio del miglior mondo possibile cola a picco con tutti i suoi valori, le sue luccicanti merci per il consumo di massa ed il conseguente capovolgimento delle relazioni di potere nel gruppo sociale sopravvissuto. L’epilogo del film descrive un Comunismo possibile? No il film descrive una crisi generale inevitabile che si vuole esorcizzare.

Ha poca importanza sul piano della critica storica scientifica discernere se il Comunismo non vide mai luce o non potè venire alla luce o fu un “disastro dell’utopia”. Caro signor Ministro, avete da festeggiare solo le vostre macerie passate, presenti e future.

Se dopo 31 anni dal trionfo del liberalismo democratico contro il “comunismo reale” o contro ogni tentativo di sviluppare lo stesso modo di produzione unitario in maniera “alternativa” al liberalismo – per necessità di quelle nazioni arrivate in ritardo a svilupparlo -, si rispolvera l’odio sostanziale contro il comunismo è perchè qui hic rodus, hic salta. Il modo di produzione capitalistico annaspa e il declino impaurito dell’Occidente e dell’Europa ne sono il volano.

L’Ottobre e Lenin sono odiati perchè tradirono la guerra, consegnarono la terra ai contadini, ma quando questi voltarono le spalle ai bolscevichi (perchè sui contadini valeva l’avvertimento di Rosa), quelli abolirono il parlamentarismo e misero al centro di tutto la forza dei soviet, nella illusione storicamente determinata dalle contraddizioni reali che la leva del potere politico potesse piegare il movimento di un modo di produzione determinato in direzione del comunismo e della rivoluzione internazionale e non in quello avvolto dal moto unitario del mercato mondiale.

Ossia si odia il Comunismo perchè ostinatamente il bolscevismo voleva anticipare un tempo nella prospettiva storica a venire. Altrimenti la storia capitalistica gli avrebbe riservato il giudizio dato nei confronti di Robespierre, che in Vandea dichiaró guerra alla campagna per ingrassare la città borghese, il privilegio di classe ed il saccheggio coloniale razzista, mentre Lenin ed il bolscevismo vollero sviluppare le forze produttive capitalistiche contro le borghesie ed il capitale finanziario internazionale realizzando il collegamento con l’insorgenza dei popoli di colore e dell’Oriente contro l’imperialismo.

Non si contrasta e si odia il bolscevismo per essersi illuso, bensì per averci provato in un preciso solco delle contraddizioni della storia.

È inevitabile che oggi il comunismo faccia più paura di 122 anni fa, mentre i nuovi storici chiariscono che lo spettro del bolscevismo nel dopo 1917 non avesse grandi chances all’epoca per potersi realizzare nel mondo delle democrazie occidentali ingrassate dalla continua rapina coloniale.
Ogni crisi successiva al 1917 fu il risultato catastrofico della estensione in profondità del mercato mondiale e della produzione del valore in una catena mondiale senza vincoli, pienamente interdipendente. In sostanza furono passaggi che segnarono la produzione della merce come unica risposta ai bisogni umani ed il successo di quelli che con la violenza storica si assicurarono il controllo delle capacità produttive migliori.

Il mondo reale della produzione di merci e basato sul suo valore di scambio non trova dove realizzarsi accarttocciandosi in un movimento distruttivo nel tempo del coronavirus.
Di fronte alla realtà della crisi di un modo di produzione si grida sguaiati “ce la faremo” perchè “possediamo i mezzi tecnici e scientifici” per risolvere qualsiasi crisi.

Ma se anche Credit Suisse arriva a dichiarare che i QE delle Banche Centrali (della FED o della BCE), stampare carta moneta, applicare delle politiche monetarie non dà da mangiare nè possibilità di riscaldarsi, questo sistema unitario o guarda verso uno svolto reazionario a sua conservazione (multipolarismo), oppure si culla nella utopia di trovare nuova linfa per il mercato mondiale e la produzione del valore nel cosmo, su marte e nella crescita infinita in fuga reale dal pianeta terra.

Quale è l’utopia che volge in tragedia se non la conservazione disperata di un modo di produzione che distrugge la vita?

Un nuovo mostro proletario uscirà dal guano nel quale il processo di produzione immediato del valore capitalistico e della accumulazione tende a vincolarlo. Saranno i passaggi della crisi storica che lo solleveranno costringendolo ad affrontare un nuovo assetto dei rapporti generali delle attività umane liberate dal giogo della produzione del valore e della merce.

Ma alcuni che conosciamo fanno il pesce nel barile pensando che salvare la barca che affonda sia anche nell’interesse proletario e dell’intera umanità, cercando un modo di risollevare il processo di produzione immediato sovrano dalla crisi della catena generale.

Nondimeno siamo in una fase di stravolgimento epocale e di rivoluzione.

P.S: per motivi familiari pensavamo di prendere una seconda auto, una roba piccola e che consumi poco. Una FIAT 500 modello base potrebbe essere disponibile non prima di 7 mesi, così mi dice il venditore concessionario.
C’è da rimanere a piedi contenti e soddisfatti, perchè una massa sempre crescente non puó consumare o non ha intenzione di consumare, e chi potrebbe farlo non trova la merce che risponde alle proprie necessità. Quando un esempio utilmente descrive il grado di inutilità raggiunto (oltre a quello di violenza e di ingiustizia propria) da un modo di produzione. OTTIMO.

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pubblicato il in Contributidi redazioneTag correlati:

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