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Se Poletti cerca di salvare il Jobs Act, frutto più maturo di Renzi e del PD

Che provvedesse a varare il Jobs Act a colpi di fiducia, per poi restare praticamente nella semi-oscurità politica e mediatica del teatrino parlamentare italico lungo i due anni renziani, era un dato forse meno scontato, ma rivelatore di quanto la sua caratura politica sia ed é tuttora legata alla rifoma scellerata varata.
Degrada la condizione lavorativa, formalizza la precarietà, smantella le tutele, calpesta la dignità di lotte operaie pluridecennali e perfino le grandi mobilitazioni dell’ opinione pubblica di massa del decennio scorso…
Ora Poletti torna inevitabilmente alla ribalta nel neonato, ma in realtà rinato, Governo Gentiloni, per portare a casa (la casa delle grandi cooperative e delle multinazionali che “creani posti di lavoro”) quantopiù intatto il suo creato politico, cercando di difenderne le linee programmatiche fino in fondo. Linee che determinano e determineranno gli assetti sociali, e l’inclusione differenziale al consumo dei prossimi decenni, all’interno di un quadro di schiacciamento al ribasso delle possibilità di investimento futuribile di una ampia forbice di classe media.

E’ lo stesso che qualche giorno fa ha dato dei “pistola” (http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/18017-lunico-cervello-in-fuga-%C3%A8-quello-di-poletti) a migliaia di ragazzi e ragazze andate in altri Paesi, e ora lo stesso che gioca la carta di salvataggio di espungere il pagamento tramite voucher dal disciplinamento del lavoro per il 2017: mossa da una parte spendibile come contentino elettorale che ammicca più a chi ha ancora un posto “garantito”, ma che non intaccherebbe la natura di ricattabiltà e sfruttamento dettate dalle discrezioni regolamentizie dei lavori “accessori” (!) e occasionali.

E’ talmente determinato (e ottuso?) il prode emiliano da imprecare contro qualsiasi opzione referendaria che, dopo aver rivelato l’astio anti-renziano e anti-PD che serpeggia nel Paese reale, casserebbe in toto questa riforma epocale, sigillo “di garanzia” per il Governo Renzi al cospetto dei tecnocrati di Bruxelles. E ciò non può non risultare come un ulteriore affronto alla possibilità da parte di milioni di persone di poter incidere su aspetti che riguardano direttamente l’impostazinoe delle proprie esistenze nel quotidiano, dato che implicano flessibilità, remunerazioni, salari, ricattabilità da terzi e via via dicendo.

Poletti ancora una volta, auspicandosi elezioni a breve per far slittare e annacquare ogni decisionalità referendaria sul mostro da lui partorito, agisce la lotta di classe dall’ alto. Ma la agisce in maniera nervosa, agitata, trapelando la mancanza di un disegno programmatico di rilancio del suo partito. Sarebbe forse questo un dato da agire: riprendere parola dal basso sul Jobs Act può voler dire contrastare nel breve termine le capacità di tenuta del PD, e dunque deviare i programmi forzati di “stabilizzazione” politica (leggi: finanziaria) desiderati dall’ Unione Europea che vede in Gentiloni il miglior uomo possibile per questa impresa.

Pertanto, la nervosità di Poletti, se resa ancor più evidente, farebbe probabilmente perdere ancor più potenziale elettorale al Partito Democratico in un avvitamento che da una parte, o gli fa perdere le elezioni seppur anticipate, o comincia a scalfire l’integrità del Jobs Act senza se e senza ma.

La partita è aperta.

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