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Nei quartieri si vota la classe

Come sempre, i risultati del primo turno elettorale hanno dato luogo a molteplici analisi e sono diventati la posta in palio di discussioni politiche e strategiche. Per coloro che vivono o lavorano nei quartieri popolari, tre elementi emergono dal voto: il risultato del Front National, l’eliminazione del PS e della destra da parte di Macron e il risultato di Jean-Luc Mélenchon.

Il primo punto da non sottovalutare è l’importanza del voto al Front National. L’FN ha portato a casa 7,64 milioni di voti, contro i 6,42 milioni del 2012. Fin dal primo turno, Marine Le Pen ha quindi superato il risultato ottenuto da suo padre al secondo turno dell’elezione presidenziale del 2002, quando Jean-Marie Le Pen aveva raggiunto 5,5 milioni di suffragi. Cosa che dovrebbe imporre un po’ di modestia a coloro che brandiscono ancora il fronte repubblicano come barriera anti FN. Il FN – pur non avendo ottenuto i risultati annunciati dai sondaggi – batte ad ogni modo il record di voti delle regionali del dicembre 2015 (6,82 milioni di voti). Chiaramente, tale sequenza non rappresenta un freno alla sua ascesa elettorale. Bisogna essere degli idioti per non comprendere che se si continua su tale strada politica per la quale i governi che si susseguono conducono tutti, le medesime politiche capitaliste e xenofobe, l’arrivo del FN al potere via le urne è una questione di tempo.

Tale constatazione deve essere messa in relazione con il secondo dato emerso dal primo turno elettorale: il voto a Macron. Lungi dall’essere egemonico nei quartieri popolari, ha tuttavia segnato questa tornata. Il voto a Macron è un privilegio delle persone che stanno bene o che sognano di far parte dei fortunati vincitori della globalizzazione capitalista. Nelle classi popolari, il voto Macron corrisponde a una volontà di estrarsi dalla propria classe di origine. Il suo programma, i suoi discorsi, appaiono come delle soluzioni a portata di mano per coloro che sono attirati dalla riuscita individuale. Lo scacco del modello Uber et le guerre tra tassisti e “ubermen” – che prefigurano tuttavia ciò che sarà la Francia di Macron – non hanno intaccato la speranza di coloro che credono che per cavarsela sia sufficiente volerlo ed essere più scaltri degli altri. Nelle classi popolari vi è sempre stata una frazione dei nostri che ha votato a destra. A lungo il razzismo strutturale della destra francese ha impedito a numerosi soggetti razzializzati delle classi popolari di correre apertamente e senza rischi verso la destra e i suoi valori di riuscita individuale. Il voto a Macron permette ai razzializzati di questa frazione delle classi popolari di votare per un candidato liberale, dunque di destra, ma senza vergogna. Rispetto a LR e all’UDI, Macron ha il vantaggio di un discorso d’apertura verso le popolazioni con un percorso migratorio, imperniato attorno alla riuscita individuale. Discorso che, tuttavia, si è subito scontrato con il caso concreto di Mohamed Saou, il quale non ha ancora scoraggiato i razzializzati mussulmani desiderosi di arricchirsi e di riuscire in questo basso mondo a discapito dei 9/10 dell’umanità che crepa a causa delle politiche capitaliste imperialiste.

Il secondo turno delle elezioni si giocherà dunque tra questi due candidati, i quali riassumono perfettamente l’articolazione punitiva classe/razza per i quartieri popolari.

La questione del secondo turno tra questi due candidati fornisce allora un punto di frizione tra pericolo di classe e pericolo di razza all’interno del quale s’impantanano molte discussioni.

È tuttavia facile riconoscere che le classi popolari razzializzate non si trovano nella stessa posizione – oggettiva – delle loro omologhe “bianche” di fronte a Le Pen. Non si può prescindere dal differenziale del costo politico per i razzializzati qualora si prendessero il rischio di una Le Pen presidente pur di non appoggiare le politiche liberali di Macron e di un fronte repubblicano ipocrita – i quali, è bene ricordarlo, forniscono del carburante per il FN. Nessuno può contestare il fatto che, tra le varie cose, grazie a questa meravigliosa tattica elettorale il FN ha incrementato il suo bacino elettorale con oltre 2 milioni di voti tra 2002 e 2017. Ci si può tranquillamente accordare su tale punto e ciò dovrebbe costituire la base di ogni discussione per sapere cosa fare qui e ora.

L’elezione di Macron non favorirà l’uguaglianza sociale e razziale e fornirà quindi del carburante per il FN. L’elezione di Macron nel migliore dei casi è dunque una tregua per le classi popolari bianche e razzializzate condannate allo sfruttamento o alla morte da parte del sistema capitalista e razzista. Per quanto l’elezione di Marine Le Pen rimanga improbabile, la sua presenza al secondo turno rappresenta un passo ulteriore nel baratro che è il sistema nel quale viviamo. Chiunque può quindi capire come in molti non rifiuteranno tale tregua. Ciononostante, la logica e la coerenza vorrebbero che questa tregua fosse utile per sfuggire dalla situazione drammatica nella quale ci troviamo. Ed è proprio qui che si pone il problema, in quanto in molti invocano il rischio di una presa del potere di Marine Le Pen, ma tra costoro non tutti hanno veramente voglia di vederci uscire dal nostro baratro. A tal riguardo, la storia ci insegna che persino in seno ai razzializzati, primi bersagli del FN, la tregua del 2002 non è stata metabolizzata per davvero. Al contrario, molti razzializzati hanno continuato tranquillamente per la loro strada, mentre altri invece, ancora più numerosi, si sono mostrati indifferenti o peggio hanno disprezzato ogni tentativo di coloro che hanno tentato di uscire dal baratro. È veramente necessario ricordare tutte le collaborazioni dei razzializzati alle politiche di Chirac, Sarkozy e Hollande dal 2002 al 2017? O rifare la genesi dello scacco di FSQP e del ruolo giocato da taluni? In tale congiuntura, tutti quanti possono comprendere come per molti di noi sia insopportabile ricevere lezioni di morale da parte di chi si è accomodato negli arcani del potere di destra e di sinistra da quindici anni o da chi è stato indifferente o ha sabotato i tentativi di costruire un rapporto di forze autonomo, come con il FSQP.

Insomma, qualunque sia la scelta tattica individuale al secondo turno, ciò che conta è la coerenza che si mostrerà l’indomani del voto. In tal senso, vi sono tante anime belle che dovrebbero fare un bel bagno di umiltà rispetto a come hanno reagito a quanto avvenuto nel 2002.

Con o senza “condizionale” liberale, l’ascesa al potere del FN è un dato che tutte le forze in campo dovrebbero integrare per prepararsi seriamente a opporvisi.

In caso di vittoria del FN, o di una ricomposizione della destra attorno al FN, bisognerà ricordarsi che sono capaci di mobilitare la piazza. Ne hanno dato prova con la Manif pour tous, a cui sono stati capaci di dare uno sbocco politico.

La Manif pour touse la presa di controllo da parte di Sens Communsulla campagna dei LR, traduce l’influenza e la capacità di mobilitazione della destra tradizionalista i cui legami con l’FN sono numerosi.

Se si aggiunge a questo che il FN ha numerosi appoggi negli apparati repressivi quali polizia e esercito, l’estrema destra e la destra tradizionalista hanno la capacità di animare le piazze, gli elettori e la “violenza legittima” dello Stato contro ciò che noi rappresentiamo: il nemico interno composto da gauchistese razzializzati. Discuteresu chi tra questi due pagherà il prezzo più alto,è un dibattito inutile. E di fronte a ciò, non abbiamo nulla da proporre se non le nostre divisioni, la nostra disorganizzazione e l’incoerenza de nostri parolai.

C’è tuttavia un appiglio che molti occultano e che emerge dal risultato di questo primo turno. Benché l’astensione sia rimasta la principale scelta delle classi popolari, bianche o razzializzate, tra coloro che sono andati a votare, la scelta per Mélenchon è risultata maggioritaria nei quartieri popolari. Da Trappes a Grigny, passando i quartieri nord di Marsiglia, il 93°, il 94°, i DOM, ecc. il voto a Mélenchon è risultato maggioritario in numerosiseggi popolari.I dati in questi quartieri e nei territorid’outre-mermostrano una cosa che molti hanno dimenticato e negato: il voto di classe esiste in Francia. Il risultato ottenuto da Jean-Luc Mélenchon, che ha raccolto oltre il 40% dei voti in alcuni quartieri popolari, come la sua vittoria nel 93° dipartimento, il più povero e più razzializzato di Francia, non sono una casualità. Non si tratta di un segnale di sostegno o identificazione alla France Insoumise, ma corrisponde a un “voto sociale” di sinistra, insomma a un voto di classe. Contrariamente a certi pronostici, attraverso questo voto i quartieri popolari dimostrano di potersi mobilitare sulle questioni sociali con i loro propri mezzi. È anche questo l’insegnamento che bisogna trarre dal voto a Mélenchon: nessuna équipe militante della France Insoumise, o dei resti del PCF, ha strutturato il voto in questi quartieri. Non c’è stata una armata d’insoumische ha fatto il porta a porta nei quartieri popolari. Per coloro che ci vivono e ci lavorano, nulla è cambiato rispetto alla solita routine. Abbiamo ritrovato durante questa campagna gli stessi gruppi di militanti, più o meno radicati nel territorio, che fanno volantinaggio al mercato o alla stazione, come ad ogni campagna elettorale. Nulla di più, e a volte anche meno laddove in alcuni dei suoi bastioni il PCF non ha giocato fino in fondo la carta della campagna per Mélenchon. Cosa che non ha impedito a Mélenchon di ottenere, anche in questi bastioni comunisti, dei risultati storici. Cosicché questi risultati sono radicalmente diversi dal solito. I nostri quartieri hanno espresso la loro preferenza per un candidato di “estrema sinistra”. Per riprendere l’espressione usata dai media: il voto a Mélenchon nei nostri quartieri rappresenta una “auto-radicalizzazione di sinistra”. Le persone si sono riappropriate di questo spazio politico in fin dei conti con l’appoggio di molti pochi mediatori esterni.

A coloro che pensano e affermano che la lotta di classe è scomparsa, e che fanno appello a delle mistiche insurrezionaliste che tardano a venire o a dei sollevamenti senza futuro politico, a coloro che pensano che solo la razza è determinante, e sufficiente, da un punto di vista politico nei quartieri, il voto di coloro che hanno deciso di partecipare al teatrino elettorale è un pungente ritorno alla realtà sociale.

I quartieri non sono deserti della politica, né terre di missione, e le classi popolari sanno riappropriarsi degli strumenti di lotta quando pensano che questi possano aprire degli sbocchi. Cosa che, a quanto pare, offriva il voto a Mélenchon per molti di loro. Questo appiglio resta fragile, perché l’elezione è una forma di lotta che troppo spesso si limita alla delega. Ci si affida a un tribuno, o a un salvatore supremo, a cui spetterà il compito di salvarci. Si vota e poi…

Tale risultato, tuttavia, rappresenta un appiglio per tutti i militanti dei quartieri popolari ed è soprattutto la grande lezione politica emersa dai quartieri popolari in questo inizio di 2017. Se vi è un dato storico per i quartieri popolari in questo inizio 2017, si tratta proprio della mobilitazione elettorale per la sinistra e i milioni di voti che essa ha ottenuto nei quartieri. Questo voto in favore di Mélenchon non crea certo un’egemonia della France Insoumisee della strategia di Mélenchon nei quartieri popolari. E questo emergerà rapidamente in occasione delle legislative e ancora di più senza dubbio alle prossime municipali. Nella sua strategia di costruzione di un “popolo” contro le élites, Mélenchon ha forgiato un discorso che ha intercettato una parte delle preoccupazioni sociali delle classi popolari senza tuttavia suscitare una totale adesione. Oltre al fatto che un gran numero di questioni restano più che controverse (posizione sulla Siria, laicità e Islam, nazional- repubblicanesimo). Le misure sociali concrete del suo programma e la paura del razzismo hanno però largamente provocato l’adesione al voto per Mélenchon nelle nostre cités. È su questa articolazione tacita tra classe e razza che numerosi elettori dei quartieri popolari hanno messo una scheda per Mélenchon nell’urna. Ed è più in generale sull’articolazione classe-razza-genere-territorio che potremo costruire una risposa alla Notte che calerà dopo il 7 maggio.

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