Il sistema della Regione Lombardia

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Il sistema della Regione Lombardia

 

Due partiti per la tangente

Concessioni «facili» in tutta la regione. Un sistema di potere che fa dello sfruttamento del territorio la chiave del consenso elettorale. Per i pm esiste un sistema corruttivo orchestrato da Pdl e Lega. La Padania fa quadrato e difende Davide Boni, Formigoni tiene duro ma il suo regno ormai sembra al tramonto

di Giorgio Salvetti

Un sistema truffaldino di Pdl e Lega per smistare favori e bustarelle ai vertici della Regione Lombardia. Il giorno dopo l'avviso di garanzia al presidente leghista del consiglio regionale, Davide Boni, gli inquirenti ipotizzano l'esistenza di un vero e proprio meccanismo corruttivo simile tra i due principali partiti della maggioranza che sostiene Roberto Formigoni. E' quanto sarebbe emerso anche da un interrogatorio di Franco Nicoli Cristiani (Pdl), uno dei quattro componenti dell'ufficio di presidenza del Pirellone finiti al centro di inchieste giudiziarie - gli altri sono Filippo Penati (Pd) e Maurizio Ponzoni (Pdl).

La Lega però tiene duro e si schiera in difesa del suo uomo di punta in Regione. Ieri sera Bossi ha incontrato Boni, mentre Maroni «condivide al 100%» un messaggio di una militante su Facebook che rilancia «Boni non si tocca, la Lega non si tocca». Ma intanto è sempre più evidente che la legislatura lombarda è moribonda e che il formigonismo, dopo quasi venti anni di potere indiscusso, sembrerebbe sulla via del tramonto.

Secondo gli inquirenti esisteva un rete di rapporti tra i vari assessori che negli anni si sono succeduti nelle quattro giunte Formigoni per «velocizzare pratiche relative a processi di edilizia commerciale e residenziale». A confermarlo sarebbero stati diversi imprenditori durante interrogatori che per ora rimangono riservati. Ieri una parte degli atti che riguardano le indagini sul presidente Boni sono state trasmesse dalla procura di Milano a quella di Monza perché si intrecciano con il filone dell'inchiesta sull'ex area Falck, la stessa che ha messo nei guai Filippo Penati. E non sembra un caso che proprio Formigoni nei suoi sempre più patetici tentativi di salvare il salvabile - «esiste la presunzione di innocenza, sono casi personali, continueremo a governare» - non perda occasione di fare di ogni erba un fascio coinvolgendo nella «questione morale» lombarda il Pd di Penati. E se sul piano giudiziario, come si dice in questi casi, bisogna lasciare lavorare i magistrati e attendere fiduciosi le loro conclusioni, è sempre più chiaro che il grattacielo su cui si è sviluppato il potere del governatore celeste è scosso dalle fondamenta. In questi giorni Formigoni è stato anche colpito dalle inchieste del Corriere della Sera, con tanto di lettere pubblicate, secondo cui il governatore ha continuato a versare soldi pubblici e a concedere favori all'amico don Verzè pur sapendo del buco del San Raffaele.

I pilastri del potere formigoniano sono tutti sotto scacco: il Pdl, Cl, l'opposizione a dire poco dolce del Pd, e adesso anche la Lega, la stessa che fino a poche settimane fa minacciava di far saltare il banco per prenotare un suo candidato alla successione. Il punto, infatti, è che ormai tutti giocano la loro partita guardando ad un sempre più imminente dopo-Formigoni. Prima di tutto lo stesso governatore, che punta a ricollocarsi in una posizione di rilievo nel Pdl, e a Roma. Il tempo però sembra remargli contro: a ogni nuova indagine che si abbatte sul Pirellone la terra gli frana sotto i piedi. E questo, paradossalmente - soprattutto ora che anche la presunta verginità della Lega è stata compromessa - rende più difficile per le destre immaginare una via d'uscita onorevole. L'Udc sogna di applicare il modello Monti su scala lombarda, ma siccome tecnicamente non si possono fare «governi tecnici» a livello regionale, punta su una grande coalizione che cambi tutto per non cambiare nulla, magari con Formigoni in versione rivista e corretta a reggere il gioco.

E la sinistra? Anche il Pd, dopo decenni di opposizione inesistente, adesso riesce a pronunciare la parola «dimissioni». Ma sul che fare dopo, le idee sono confuse. E neppure la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano sembra sufficiente a indicare quale sia la via giusta. Il rischio è che le infinite rincorse al centro che hanno portato a decenni di sconfitte elettorali, pericolose connivenze politiche e inchieste delle procure, non abbiano insegnato nulla; e che il big bang giudiziario che potrebbe far crollare la giunta trovi i moderati del Pd del nord ancora una volta senza uno straccio di idea per il futuro.

 

Il Carroccio col vizietto del capannone

di Giovanni Facchinetti

La base leghista, che anche ieri mandava messaggi di solidarietà al suo «grande» Davide Boni, è ancora pronta a giurare che il presidente del consiglio regionale lombardo sia «vittima di una campagna d'odio mediatico-politica». Ma le parole dei pubblici ministeri, con il condizionale d'obbligo, dicono invece che dalle indagini per il giro di tangenti che coinvolge Boni «emergerebbe un sistema Pdl-Lega». Sistema che lega l'inchiesta a carico dell'esponente del Carroccio a quella che portò all'arresto dell'altro membro dell'ufficio di presidenza del consiglio regionale lombardo, il pidiellino Franco Nicoli Cristiani.

In pratica secondo i pm Lega e Pdl, politicamente alleati, erano complici di un sistema illegale che dall'alto della giunta di Roberto Formigoni diramava i suoi tentacoli in tutto il territorio lombardo. Del resto non è l'iscrizione nel registro degli indagati di Boni a sancire la fine della «diversità dagli altri partiti» della Lega.

La storia del Carroccio è puntellata da episodi che, già da anni, dimostrano che la Lega, al netto delle parole urlate per acchiappare consensi, ha fatto proprie le ambizioni della vecchia politica: l'utilizzo spregiudicato dei posti di potere, sistematicamente occupati.

A Cassano d'Adda, il paese che con l'inchiesta sul suo Pgt ha fatto saltare il tappo, uno dei protagonisti della locale tangentopoli è Marco Paoletti, assessore leghista in paese e consigliere provinciale a Milano. In provincia di Brescia, a Castel Mella, lo scorso anno furono arrestati l'assessore leghista ai lavori pubblici e il capo dell'ufficio tecnico, a sua volta assessore del Carroccio nel vicino comune di Rodengo Saiano. I reati contestati riguardavano delle irregolarità nella concessione di permessi per la costruzione di centri commerciali. Perché è nel settore urbanistico e del territorio che il sistema agisce. Non è un caso che Boni è stato, nella precedente giunta regionale, assessore all'urbanistica, e che i reati che gli vengono contestati riguardano proprio quegli anni.

Come riguardano l'urbanistica altri avvenimenti che, anche se non hanno portato all'iscrizione nel registro degli indagati esponenti del Carroccio, dimostrano la loro complicità. Nella Brianza dei capannoni in due comuni simbolo come Desio e Giussano, gli esponenti locali del Carroccio furono convinti a non opporsi a mega progetti di centri commerciali voluti dal Pdl. A occuparsi di questo compito, il consigliere regionale Massimiliano Romeo, nominato nelle intercettazioni di Massimo Ponzoni, Pdl, anche lui ex assessore formigoniano, finito in manette qualche tempo fa, definito «quello che sta convincendo la Lega a dare il via libera al progetto». A Bolgarello, in provincia di Pavia, grande sponsor della costruzione di un mega centro commerciale è stato Angelo Ciocca, consigliere regionale lombardo. Anche in questo caso non indagato, ma nell'inchiesta «Infinito», quella sulla 'ndrangheta al Nord, ci sono intercettazioni che lo dipingono vicino al direttore dell'Asl pavese Chiriaco, a sua volta vicino ai boss della locale della ndrangheta. E ancora, a Monza, il sindaco leghista Marco Mariani proprio in questi giorni sta facendo fare un tour de force ai suoi consiglieri per approvare in tempi utili la variante del Pgt che permetterà la cementificazione di un'area verde del territorio comunale, la «Cascinazza». Guarda caso, di proprietà di società riconducibili, come scatole cinesi, a Paolo Berlusconi.

A tutto questo si aggiunga che due attuali assessori regionali leghisti, Monica Rizzi e Daniele Belotti, sono indagati per vari reati. Chissà se qualcuno definirà ancora la Lega partito anti-sistema.

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