
Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll go insane
Mad Max: Fury Road
Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche
di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti
L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste (corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico, caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo dell’AI.
Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.
Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista, in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.
Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo (terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica). L’imperialismo ecologico mira quindi a ottenere “più natura a un prezzo inferiore”, in parallelo al classico obiettivo di ottenere più lavoro umano sfruttato1.
Ad esempio, il saccheggio coloniale dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo) è visto come componente intrinseca, non accidentale, dell’accumulazione imperialista. Questa differenza teorica sposta l’accento sull’interdipendenza tra sistema economico capitalistico e metabolismo ecologico globale (energia, materia, vita). Ne risulta una lettura più “olistica” dell’imperialismo, come regime socio-ecologico e non solo economico. Le grandi potenze globali militarizzano l’accesso alle risorse residue, trasformando il collasso ecologico in campo di battaglia.
Il recente attacco al Venezuela si spiega se consideriamo che Caracas possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo. David Harvey osservava già negli anni 2000 che “i tentativi compiuti dagli Stati Uniti per guadagnare il controllo delle risorse petrolifere dell’Iraq e del Venezuela … hanno un grande significato”, spiegando che rovesciare Chávez a Caracas (insieme a Saddam a Baghdad) faceva parte di una strategia per garantirsi “un saldo controllo sul rubinetto del petrolio globale” e mantenere così l’egemonia statunitense. Non a caso, il Venezuela è stato strozzato da pesanti sanzioni USA, che – come in Iran, Siria o Libia – hanno colpito la popolazione nel tentativo di piegare governi indesiderati tagliandone le rendite petrolifere. Il dramma venezuelano ne è la prova: il collasso della sua economia è il risultato di una punizione imperiale per aver conteso la gestione sovrana del petrolio.
L’Artico: la nuova frontiera delle risorse (e dei conflitti)
Se il Venezuela mostra il volto noto dell’imperialismo fossile, l’Artico rappresenta la nuova frontiera. Il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacci polari, aprendo un Eldorado di risorse e rotte navali un tempo inaccessibili. Questa regione fino a pochi anni fa fuori dalla Storia, è in realtà un gigantesco bottino: contiene circa il 13% delle riserve petrolifere non ancora sfruttate del pianeta e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a un’enorme ricchezza di minerali strategici (si stima il 22% delle risorse energetiche mondiali e il 15% delle terre rare siano concentrati nell’Artico). Mentre la calotta artica si ritira, le potenze mondiali avanzano. Russia, Stati Uniti, Canada, Europa e Cina stanno già misurando i propri settori di piattaforma continentale e rivendicando quote di questo tesoro congelato. Il disgelo sta aprendo nuove rotte marittime attraverso il Passaggio a Nord-Ovest e la rotta siberiana, accorciando i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico di settimane. La nuova rotta artica cinese “China–Europe Arctic Express”2 è già in funzione da questo settembre quando la prima portacontainer, la Istanbul Bridge ha navigato attraverso i gelidi mari artici per arrivare in Inghilterra in soli 20 giorni, senza dover approdare nei porti russi. È quindi evidente che chi controllerà queste rotte e risorse dominerà i commerci futuri.
Non sorprende che l’Artico si stia “scaldando” anche dal punto di vista militare. La NATO ha moltiplicato le esercitazioni alle alte latitudini e la Russia ha riaperto basi sovietiche e schierato nuove forze, includendo missili e sottomarini nucleari nelle acque polari. La Groenlandia – territorio autonomo danese ambito di cui si sta parlando molto in questi giorni come prossimo obiettivo espansionistico di Trump – possiede alcuni dei più ricchi giacimenti di terre rare al mondo e occupa una posizione geostrategica cruciale tra Atlantico e Artico. Chi controlla Groenlandia e Canada settentrionale controlla in buona parte l’Artico. L’ironia nella tragedia è evidente: il riscaldamento globale, causato dall’uso di combustibili fossili, apre la via a nuove estrazioni di… combustibili fossili. L’imperialismo ecologico si nutre persino del disastro climatico che produce, in una spirale autodistruttiva.
Ucraina: guerra, energia e clima
Il devastante conflitto in Ucraina è un altro prisma attraverso cui leggere l’imperialismo contemporaneo. La guerra scatenata dall’invasione russa nel 2022 non riguarda solo confini o identità nazionali: è intrecciata all’energia, ai mercati globali del gas e alle trasformazioni geopolitiche legate alla crisi climatica3. Sin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto i contorni di una guerra energetica europea. Nel tentativo di fiaccare la macchina bellica di Mosca, i Paesi NATO ed UE hanno imposto sanzioni mirate al cuore fossile della Russia: blocco delle importazioni di petrolio e gas russi, sabotaggio dei gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che rifornivano l’Europa, sostituzione del gas di Mosca con forniture di GNL statunitense, piano tedesco per l’idrogeno “verde” e perfino riapertura al carbone e al nucleare in Europa. La Russia ha risposto deviando i flussi energetici verso Cina e India e cercando una certa autarchia economica, in una specie di “sganciamento” dall’Occidente. L’energia è così diventata arma e bottino insieme: gasdotti fatti esplodere, oleodotti contesi, centrali usate come scudi tattici.
Ma l’importanza ecologica della guerra ucraina va oltre il teatro bellico locale. Da un lato, ha messo a nudo la dipendenza fossile dell’Europa, costringendola a scelte drastiche: riaprire centrali a carbone4, cercare nuovi fornitori autoritari di gas (dall’Azerbaijan al Golfo) e al contempo accelerare sul Green Deal per ridurre i consumi di idrocarburi nel medio termine. Dall’altro lato, la guerra ha rilanciato una corsa agli armamenti che divora risorse e investimenti distogliendoli dalla transizione ecologica. Come nota Padovan5, “in questa corsa al riarmo l’energia gioca un ruolo centrale”: il militarismo richiede enormi quantità di combustibili fossili per far muovere truppe, aerei, carri armati, e gli eserciti “manterranno risolutamente le opportunità di accesso e controllo delle fonti fossili” necessarie. Ogni conflitto armato contemporaneo porta con sé un’ombra ecologica lunga: emissioni belliche, devastazione di ecosistemi, rischi nucleari. L’Ucraina oggi brucia nei campi di battaglia e, metaforicamente, brucia carbone e gas in un mondo che dovrebbe lasciarli sottoterra. Le guerre del presente sono figlie di un ordine energetico morente, basato sui fossili, che prova con la forza a perpetuarsi.
Medio Oriente: dal petrolio alle guerre per l’acqua?
Se c’è una regione dove l’imperialismo ecologico ha lasciato cicatrici profonde, è il Medio Oriente. Qui, dall’epoca coloniale fino al nuovo millennio, si combattono guerre per il controllo delle fonti energetiche e dei corridoi logistici. Il XX secolo ha visto il Golfo Persico trasformarsi nel “cuore di tenebra”6 dell’ordine petrolifero mondiale: chi dominava i suoi pozzi dominava l’economia globale. Non a caso il Medio Oriente è stato teatro di invasioni, colpi di Stato e conflitti incessanti, spesso mascherati da scontri ideologici o religiosi ma sostanzialmente guerre per il petrolio. Possiamo parlare senza mezzi termini di “petro-imperialismo”. Padovan e Grasso lo definiscono anche “petro-guerra”: non solo competizione tra Stati per accaparrarsi il greggio, ma uso sistematico della guerra per conservare o rimodellare l’ordine geopolitico in funzione fossile. Nel loro elenco rientrano le due guerre del Golfo contro l’Iraq, la guerra civile in Libia, quella in Algeria, la guerra civile siriana, oltre a conflitti forse meno noti come quelli per le ricchezze del delta del Niger o tra Sudan del Nord e del Sud. Tutti eventi accomunati da un fattore: idrocarburi a profusione sotto terra e sangue sulla terra.
Questo imperialismo fossile non è però una reliquia del passato: ancora oggi plasma la regione. Si pensi all’appoggio incondizionato degli USA e di potenze europee a petromonarchie autoritarie purché alleate (Arabia Saudita e Golfo), o alle tensioni sul programma nucleare iraniano (dietro cui c’è anche la volontà occidentale di controllare l’energia in quella nazione). Uno sviluppo inquietante è che, accanto al petrolio, l’acqua potrebbe diventare il prossimo casus belli mediorientale. Il cambiamento climatico sta prosciugando fiumi e desertificando terre: il fiume Giordano, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo a sud minacciano di scatenare dispute tra Stati per l’accesso a risorse idriche sempre più scarse. Israele già controlla la maggior parte delle riserve d’acqua dolce nei territori palestinesi occupati, facendo dell’oro blu un ulteriore strumento di dominio. E nel frattempo, la Palestina incarna un tragico intreccio di colonialismo e capitalismo fossile: come racconta Andreas Malm7, la “distruzione della Palestina e quella del pianeta” sono processi intrecciati fin dall’origine, articolati dalla logica di dominio del capitalismo fossile. L’attuale genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma “il culmine strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo fossile fin dal 1840”. Fu infatti sotto l’Impero britannico, alimentato dal carbone e poi dal petrolio, che prese piede l’idea di una colonia europea in Terra Santa, con pipeline strategiche come l’oleodotto Mosul-Haifa negli anni ’20. Oggi nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale (bacino del Levante, al largo di Gaza, Libano e Cipro su cui anche la nostrana ENI ha messo le mani) aggiungono un ulteriore incentivo materiale alle alleanze e ai conflitti regionali. Nel Medio Oriente, più che altrove, l’imperialismo ecologico è storia viva e presente, dove il controllo delle risorse – dal petrolio all’acqua – si paga con il genocidio di interi popoli.
Indo-Pacifico: corridoi marittimi e terre rare nella contesa USA-Cina
Un altro grande scacchiere della competizione globale è l’Indo-Pacifico, un immenso teatro oceanico che va dalle coste dell’Asia orientale fino all’Oceano Indiano. Qui la rivalità diretta tra Stati Uniti e Cina – la potenza egemone in declino e quella emergente – assume esplicitamente una dimensione economica e ecologica. Al centro vi è il controllo di rotte e risorse strategiche. Il Mar Cinese Meridionale, ad esempio, non è solo un insieme di scogli contesi per orgoglio nazionale: è una regione ricchissima di gas e petrolio offshore, su cui affacciano Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e altri paesi affamati di energia. Le isole Spratly, ricche di giacimenti, sono presidiate da basi militari cinesi e rivendicate anche da Taiwan, Vietnam, Malesia e Filippine; lo stesso accade più a nord per le Isole Paracelso8. Questa “guerra delle isole” è in realtà una guerra per idrocarburi e per il dominio delle vie marittime: un terzo del commercio mondiale passa per il Pacifico occidentale, e chi domina queste acque decide su un pezzo notevole del commercio marittimo globale. Pechino lo sa, e infatti ha costruito negli ultimi anni una flotta poderosa e fortificato atolli per spingere fuori gli USA dal suo “cortile di casa”; Washington risponde cercando alleati (Australia, India, Giappone – il cosiddetto Quad) e stipulando patti militari come l’AUKUS, il tutto per contenere l’accesso cinese alle rotte e alle risorse.
Ma nel Pacifico la contesa non si limita al petrolio e al gas. La transizione energetica stessa sta diventando terreno di scontro imperialistico. La spinta alle rinnovabili e all’elettrificazione aumenta la domanda di terre rare e minerali critici (litio, cobalto, nichel, ecc.), indispensabili per batterie, turbine e veicoli elettrici. E qui la Cina parte da una posizione dominante quasi monopolistica: controlla circa il 70% dell’estrazione globale di terre rare e il 90% della loro raffinazione9. Pechino ha usato questo vantaggio come arma di pressione, limitando le esportazioni di minerali strategici per difendere la propria industria e mettere in difficoltà l’Occidente. Gli USA e i partner corrono ai ripari: investono in nuove miniere (in Australia, Africa, Americhe), cercano accordi di fornitura alternativi e sviluppano programmi di “critical minerals diplomacy” nell’ASEAN10. Anche qui, dunque, l’ecologia-mondo è al centro del conflitto: la decarbonizzazione può paradossalmente innescare nuove forme di imperialismo, nella misura in cui la corsa a fonti energetiche pulite scatena una corsa alle risorse minerarie per produrle.
L’Indo-Pacifico è teatro anche di una competizione infrastrutturale: la Nuova Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative) intesse una rete di porti, ferrovie e oleodotti attraverso Asia e Africa per garantire a Pechino approvvigionamenti sicuri e vie commerciali protette, mentre gli Stati Uniti tentano di ostacolarla con progetti alternativi e alleanze regionali. Logistica e accesso ai mercati sono anch’essi fattori ecologici strategici – basti pensare alla importanza degli stretti di Malacca o di Hormuz, dove passa l’energia del mondo e che sono permanentemente militarizzati. In sintesi, nell’Indo-Pacifico vediamo emergere un imperialismo delle catene di approvvigionamento: chi domina i nodi di questa rete (cavi sottomarini, rotte marittime, miniere di materiali hi-tech) detta legge nell’economia globale del futuro. E dietro ogni cavo e ogni miniera c’è la stessa logica: assicurarsi il comando sulle condizioni materiali dell’esistenza collettiva, che siano carburanti fossili o metalli rari.
La forma del dominio oggi: dal territorio alle risorse naturali
È chiaro che il potere nel XXI secolo si misura attraverso il dominio dei flussi di energia globali. La linfa dell’imperialismo contemporaneo scorre attraverso oleodotti, cavi sottomarini e grandi catene di approvvigionamento di minerali e terre rare, tutto sotto il puntuale controllo di un articolato sistema di sorveglianza tecnologica e militare. In un mondo scosso dalla crisi climatica, il vecchio schema del dominio territoriale lascia spazio a un dominio eco-centrico: Stati e corporazioni lottano per la sovranità sulle risorse naturali e sui sistemi che le trasformano in valore. Come scriveva già nel 2004 Immanuel Wallerstein11, nel sistema mondiale i paesi forti tendono a strutturare gli scambi in modo da estrarre plusvalore dalla periferia verso il centro, tramite quello che è stato definito “scambio ineguale”. Oggi quel saccheggio assume la forma della depredazione ecologica: il Nord globale, patria delle multinazionali energetiche, succhia petrolio, minerali e lavoro dal Sud globale, esternalizzando costi sociali e ambientali. E quando ciò non basta, intervengono le cannoniere moderne – sanzioni, colpi di stato pilotati, interventi “umanitari” – a garantire l’ordine necessario agli affari. David Harvey ha parlato di “accumulazione per spossessamento”, indicando come il capitalismo trova nuovi spazi di profitto appropriandosi dei beni comuni – terra, acqua, energia – spesso tramite la forza. Timothy Mitchell, nel suo Carbon Democracy12, ha mostrato come la politica stessa delle democrazie occidentali sia stata plasmata dall’accesso privilegiato a carbone e petrolio, al punto che “organizzare il Medio Oriente sotto controllo imperiale divenne importante per la possibilità stessa della democrazia come forma di governo in Occidente”. Il risultato è un sistema mondiale in cui Stato e Capitale agiscono di concerto soprattutto nel proteggere gli interessi del settore fossile. Il complesso politico-industriale che alimenta l’imperialismo ecologico comprende governi, eserciti e grandi imprese energetiche in un’orchestra mortale, pronta a sacrificare vite umane e stabilità climatica pur di mantenere il proprio dominio.
- Contropiano ↩︎
- Il Sole 24 Ore ↩︎
- Jacobin Italia ↩︎
- EuroNews ↩︎
- Capitalismo fossile, militarismo e guerra. Conflitti della deep transition ↩︎
- Come lo definisce Said in Cultura e Imperialismo riprendendo Conrad. ↩︎
- Bologna For Climate Justice ↩︎
- Inside Over ↩︎
- Nato Association ↩︎
- American Foreign Service Association ↩︎
- World-Systems Analysis: An Introduction, Duke University Press ↩︎
- Carbon Democracy. Political power in the age of oil ↩︎
Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.
















