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A sarà düra! La recensione di Carlo Formenti

Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione – altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.

1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte – gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).

2) Malgrado la composizione sociale frammentaria, il movimento ha assunto carattere di lotta di classe, nella misura in cui ha capito che il capitale sfrutta il territorio come mezzo di produzione, calpestando l’ambiente e i suoi abitanti per estrarne profitto. Così la rigidità dei comportamenti valligiani diviene il prolungamento della rigidità dei comportamenti di fabbrica (già iscritti nella storia delle lotte operaie della zona).

3) Il rifiuto nei confronti delle istituzioni rappresentative e del ceto politico non è avvenuto sul terreno ideologico dell’antipolitica, bensì sul terreno concreto dell’invenzione di controistituzioni di democrazia diretta e partecipativa: presidi, comitati di lotta, coordinamento valligiano, assemblea popolare.

4) I militanti venuti da fuori hanno saputo farsi accettare/integrare nel movimento senza nascondersi dietro ideologie spontaneiste ed esaltazioni dell’orizzontalità ma, al contrario, rivendicando la funzionalità del proprio ruolo “verticale” di elementi in grado di donare forma, potenza e organizzazione alla lotta pur restandone all’interno (i curatori parlano di “gerarchie provvisorie e funzionali”).

Aggiungo solo due osservazioni e una riflessione. Prima osservazione: ho trovato apprezzabili le critiche alla retorica dei beni comuni: comuni sono solo i beni oggetto di riappropriazione sociale, altrimenti si scade nelle solite, nauseabonde litanie sull’interesse generale. Seconda osservazione: condivido l’atteggiamento “laico” nei confronti della contro informazione in rete: i new media non sono intrinsecamente “democratici” (il libro ne descrive bene l’integrazione nella propaganda anti movimento dei media mainstream), ma solo più efficaci in quella guerra fra network poveri e network egemoni che è divenuta la comunicazione politica.

Infine la riflessione: ciò che è “esportabile” della lotta No Tav è il metodo politico descritto in questo libro che, a mio avviso, somiglia a quello che Lenin e Gramsci indicavano come l’unico modo corretto di costruire l’organizzazione rivoluzionaria in quanto parte integrante della composizione antagonista di classe.

Centro sociale Askatasuna (a cura di)
A sarà düra!
Storie di vita e di militanza no tav
DeriveApprodi (2013), pp. 320
€ 18,00

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