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Appunti su sfruttamento, razzismo e lotte in corso.

Senza contratto, un macchinario gli stacca il braccio e il padrone lo abbandona sul ciglio della strada con la sua mano a fianco appoggiata su una cassetta. La moglie che urlando chiede soccorsi. Si conclude così la vita di un giovane operaio indiano, tra le strade della provincia di Latina, i campi sterminati fino alla fine dell’orizzonte. 

Si concludono spesso così le vite degli eserciti di sfruttati invisibili su cui si regge il boccheggiare affaticato di una certa parte della residua “piccola e media impresa” che ancora spera di arricchirsi a suon di politiche meloniane e rappresenta il principale referente sociale di questo governo. 

Quando l’orrore raggiunge livelli tali da far venire l’acquolina in bocca agli sciacalli della carta stampata, sembra che sotto il velo del Bel Paese si nascondano con estrema maestria dei demoni. In realtà i carnefici di Satnam Singh non rappresentano altro che un modo di organizzare il lavoro ben inserito nelle catene del valore e strutturale, decisamente coerente agli standard che la fase è in grado di offrire. 

Quando questi fatti saltano agli onori della cronaca tocca sentire parole vuote e irritanti dei sindacalisti confederali che placidamente lavorano per rafforzare il fronte dei padroni. 

Hardeep Kaur, segretaria del Flai Cgil Frosinone-Latina, alla manifestazione a Latina per la morte di Satnam Singh ha dichiarato “Noi siamo al fianco delle aziende sane che vivono sotto il ricatto dei caporali, che non possono assumere regolarmente chi è già qui”. E’ lampante in questa vicenda: per le compagini istituzionali le prime a cui mostrare sostegno sono “le aziende sane”, infatti anche il Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida non viene meno ai suoi doveri: “Una delle cose emersa dalla riunione è che in queste situazioni accade un fatto: la criminalizzazione di uno degli anelli della filiera. Al decesso di un operaio per colpa di un criminale, si criminalizzano le imprese agricole.” “Queste morti” – ha ribadito l’esponente di Fratelli d’Italia – “dipendono da criminali, non dal sistema delle imprese agricole“. 

Ogni occasione è buona per promuovere un’idea di progresso della catena di produzione, appellandosi alla tutela delle cosiddette “aziende sane”. Secondo i dati prodotti dal Ministero del Lavoro, i lavoratori irregolari sarebbero almeno quanto quelli regolari; in particolare l’agricoltura e molti settori del Made in Italy imploderebbero se fossero costretti a rispettare i criteri minimi imposti dalla legge. Non ci può essere salubrità in un sistema marcio, ammuffito, decadente. L’arroganza del padrone che ha ucciso Satnam Singh è sorretta e alimentata da un sistema sociale e legislativo che per sua natura è incapace di dare vita a qualcosa di sano. 

Purtroppo diventa facile sbugiardare chi nega la strutturalità del lavoro nocivo e degradante riferendosi a fatti di cronaca che assumono i contorni dell’eccezione e dell’emergenza, grazie anche al supporto narrativo del giornalismo nostrano, com’è stato il caso del diciottenne morto pochi giorni fa schiacciato da una seminatrice. La Cisl commenta ricordando l’ovvio, ossia che “Morire di lavoro è un fatto indegno in un paese civile”. Pochi giorni dopo un altro lavoratore agricolo di soli 19 anni ha subito un grave infortunio sul lavoro, il che non denota un’eccezione bensì la sistematicità di questi tragici eventi. 

Le reazioni istituzionali

Dalla sinistra parlamentare oltre che dai sindacati, ci si spertica per mostrarsi come il referente a cui dare fiducia per interrompere l’escalation della brutalità che vediamo incombere in maniera sempre più esplicita qui a casa nostra. Nei comizi incitano ad abolire la Bossi-Fini, cosa che sicuramente sarebbe un passo avanti, ma non garantirebbe la fine dello sfruttamento anzi, alcuni padroni sarebbero ben contenti di ricevere nuovi flussi di manodopera da sottoporre a regimi di salario ancora più bassi. Si parla di inasprire le pene per quei pochi padroni riconosciuti colpevoli di aver violato i cosiddetti “diritti dei lavoratori”, che si potrebbe tradurre nel diritto a farsi sfruttare. Basti dire che Renzo Lovato, proprietario dell’azienda agricola dove lavorava Satnam e padre di Antonello, è già indagato in un altro procedimento per essere sospettato di avere sottoposto “i lavoratori, almeno sei, a condizioni di sfruttamento”, ma questo non sembra aver influito sulla sua condotta etica.

Il programma dunque appare un po’ pallido, soprattutto alla luce di un contesto di crisi complessiva, che non può essere letto in discontinuità. Sembra che la speranza sia quella che l’opinione pubblica si incanti a guardare il dito mentre la realtà indica la luna. Uno dei principali strumenti per non far saltare i loro culi caldi dalle poltrone è la speranza in un rimbecillimento di massa. A partire da questo, ci si dovrebbe interrogare sui compiti dei militanti e sulle istanze tattiche che andrebbero imposte sul piano rivendicativo, anche con il solo scopo di svelare le contraddizioni di tale semplicismo disarmante.

“Nelle prossime ore potrebbero esserci modifiche su alcuni aspetti del Dl Agricoltura o emendamenti specifici che potranno essere presentati per velocizzare alcuni processi di correzione di rotta in vari ambiti, tra cui il caporalato“ ha dichiarato Lollobrigida che evidentemente  ha capito che in Italia c’è il caporalato solo la scorsa settimana. Come al solito lo Stato arriva sempre troppo tardi:c’è quando può dimostrare che le leggi giuste al momento giusto si possono fare, che puoi ottenere il visto se vieni trucidato mentre “lavori onestamente”, smentendo in questo modo le lamentele sull’inefficacia della burocrazia italiana.

Il caporalato, così come la tratta di esseri umani diventano l’anello della catena del valore su cui concentrarsi per non guardare altrove. Ma se il caporalato esiste in queste forme è perché è il mercato del lavoro che lo richiede strutturalmente: in certi settori dell’agricoltura italiana è il normale “modo di produzione” quello dello sfruttamento semischiavile.

La nostra soluzione politica contro lo sfruttamento

La premessa, e la sfida, è saper leggere la realtà con strumenti diversi da quelli che afferiscono unicamente al nostro quadro di riferimento; per contrastare il colonialismo capitalista bisogna estirpare l’ideologia razzista alla quale veniamo educati, per liberare il nostro sguardo da preconcetti che portano a formulare una progettualità politica miope, compartimentata, viziata dall’illusione di poter ancora lavorare nella direzione di un riformismo possibile. 

Il sistema capitalista si è avvalso della cultura e del razzismo per legittimare i propri fini, processo che ha permesso di normalizzare una gerarchia di civiltà, all’interno della quale il sistema capitalista occidentale assume il primo posto in quanto civiltà più evoluta. Anche le nostre lenti sono impregnate di questa ideologia, per immaginare ipotesi di fuoriuscita dal sistema di sfruttamento occorre rendersi disponibili ad abbandonare queste categorie.

Il livello della violenza che viene raggiunto dall’omicidio di Satnam Singh rappresenta tutta la brutalità dell’odierno paradigma di guerra che a livello complessivo viene imposto alla società. Per chi sta in alto la nostra esistenza conta sempre meno e sono pronti a sacrificarla in qualsiasi momento. Questo è lo stato di guerra permanente, il sistema di morte nel quale la vita perde di significato.

La crisi e le conseguenze della guerra rendono insostenibile il mantenimento dell’attuale sistema alle stesse condizioni e stessi guadagni di altre fasi, anche per l’imprenditoria italiana ; il governo mente mostrandosi il partito che vuole difendere gli interessi della classe media in Italia ma, le condizioni imposte dal patto atlantico e dall’Unione Europea di un sostegno alla guerra obbligato, rendono impossibile mantenere la promessa, colpendo a cascata gli ultimi anelli della catena. 

A fronte di una spiccata capacità da parte degli imprenditori di coalizzarsi con lo scopo di mantenere i propri interessi, il lavoro da fare è importante. Il rischio di non essere all’altezza della fase è alto, la tendenza a compartimentare le lotte è frutto di interessi nemici, ed è ciò che agevola la riproduzione dei rapporti di dominio esistenti. E’ urgente solidificare intrecci, alleanze concrete che abbiano potenziale destrutturante per il sistema. Abbiamo la necessità di risignificare gli slogan e di riconoscere nella società quelle identità collettive che esprimono insofferenza nei confronti del proprio ruolo subordinato nel rapporto del capitale. Avere la capacità di riconoscere le occasioni a partire da ciò che si manifesta come fenomeno sociale oggi è fondamentale per costruire nuove ipotesi.

Il sistema oggi crea solo disperazione, smarrimento e violenza. Ogni promessa, il grande sogno su cui si è retto il progetto di un occidente in espansione, è fallita o si è rivelata per ciò che è: un sistema di dominio per la ricchezza che costa moltissimo sangue e sfruttamento. 

Rispetto ad altre fasi, la differenza da cogliere è che sono venute meno le condizioni economiche e politiche per far sì che la catena di produzione esprimesse le sue contraddizioni più brutali tendenzialmente fuori dai confini della vetrina Europa. Ora, numerosi sconvolgimenti ad altre latitudini, cambiano gli scenari. 

In tutte le colonie della globalizzazione, dall’Africa, all’Asia al Medio Oriente, sono sempre più frequenti le sollevazioni popolari contro il dominio occidentale. Prendiamo ad esempio le rivolte del Niger contro la Francia dell’anno scorso, o le proteste giovanili e universitarie esplose in Kenya contro la finanziaria che hanno preso d’assalto il Parlamento riuscendo ad ottenere l’annullamento della riforma dal Governo; guardiamo alle ribellioni dei quartieri popolari che, come dei vulcani attivi, eruttano qua e là dando segnali di insofferenza diffusa nelle periferie delle stesse potenze nazionali che vengono cacciate dai loro insediamenti oltre confine, perdendo enormi fonti di guadagno che finora hanno sorretto il patto sociale per uno stato di benessere basilare alla società; e poi teniamo in considerazione anche le manovre economiche dei BRICS contro l’egemonia statunitense, gli affronti subiti dal potere militare delle “democrazie occidentali” ad opera della resistenza palestinese.. e la lista potrebbe essere ancora lunga. 

Siamo di fronte alla possibilità di un internazionalismo nuovo, che sia calato nel presente e nelle sfide che offre, che abbia l’ambizione di individuare le destabilizzazioni che su scala internazionale colpiscono e indeboliscono la controparte, a diversi livelli e latitudini. Capace di lavorare contestualmente per rafforzare quegli intenti, cogliendo gli spazi che si aprono nella lotta.

Oggi possiamo iniziare a dire con certezza che la globalizzazione per l’Occidente è stata una vittoria apparente: oggi è arrivato il momento in cui le ex-colonie della globalizzazione hanno deciso di chiedere il conto ai Grandi di tutti i guadagni fatti sulle spalle del loro lavoro e dei loro sacrifici. Questa logica infligge un danno importante all’impero e rappresenta una debolezza che va colta e approfondita prima che il sistema riesca a riorganizzarsi e stabilizzare la sua risposta alla crisi, stringendo le maglie dello sfruttamento e del comando. Questo cambio di segno, però, ci deve anche far prevedere che le condizioni della messa a lavoro qui dove siamo noi sono destinate a peggiorare e l’omicidio di Satnam Singh va guardato anche attraverso questa lente. I padroni non sono pronti a rinunciare al loro potere e ai loro guadagni alla luce della fase attuale, questo viene fatto scontare ai loro subordinati che vengono spremuti e ridotti alla schiavitù. 

Se ci interessa lottare, anche solo, per una società e un lavoro dignitosi è necessario contribuire a costruire un fronte contro la guerra che si ponga come scopo quello di estenuare la capacità di tenuta dell’imperialismo a partire dall’indebolimento dei suoi fronti interni, attraverso il boicottaggio concreto delle catene di sfruttamento e di accumulazione. Se l’occidente vuole mantenere il suo ruolo deve mostrare i muscoli ma sembra che stia incappando in più difficoltà del previsto, mentre i suoi avversari (i cosiddetti BRICS) appaiono più preparati. Se sul piano dell’innovazione militare  tiene ancora il primato statunitense, sul piano dell’agibilità politica occorrerebbe fare alcune considerazioni. Il grosso problema, intrinseco, per l’occidente risiede nell’ipocrisia dell’organizzazione sociale cosiddetta democratica a cui ha dato vita. Per quanto oggi molte contraddizioni interne al sistema saltano agli occhi dei più, non ci sono le condizioni per esacerbare lo scontro fin dove si vorrebbe; inoltre, la politica anti-americana mette d’accordo buona parte dell’opinione pubblica mondiale lasciando così maggiore legittimità ai vertici nazionali del “blocco” anti-occidentale nel progetto di espansione anti-USA. 

Con chi e come

Le lotte che vediamo già in atto in Italia dovrebbero darci delle suggestioni, prima fra tutte le mobilitazioni universitarie e giovanili per la Palestina che vengono animate da quelli che potremmo definire “i primi giovani post occidentali” non solo nei termini della composizione ma anche nei temi che sono stati posti come nodi centrali della mobilitazione: il rifiuto dell’arroganza occidentale e il sostegno a chi raccoglie il coraggio di sfidarla, riuscendo ad essere un ostacolo al mantenimento dello status quo. C’è oggi uno spiraglio che si apre a partire dalla rivendicazione della propria identità collettiva come possibilità di riscatto che si traduce in insofferenza all’integrazione a tutti i costi.

Alla luce di questa attivazione, l’obiettivo, ancora una volta, è riuscire a favorire processi di ricomposizione sociale e politica tra le variegate, ricche ma anche spurie e disomogenee insorgenze che si esprimono nella società. In questo senso, non è sufficiente fare la somma delle diverse istanze ma abbiamo necessità di formarci nelle lotte, per alimentare la nostra capacità dialettica e pragmatica di tradurre le esigenze espresse dalle differenti anime nel praticare l’obiettivo comune. Da parte della popolazione la sfiducia nelle risposte istituzionali serpeggia in maniera esplicita e profonda, con un’esplosione dalla gestione della pandemia in avanti, da parte di chi si pone l’ambizione di intervenire in questi spazi ci si scontra con il limite di non chiarificare abbastanza una proposta complessiva rivolta a tutte le composizioni sociali in potenziale attivazione. 

Partendo da un’analisi dei soggetti che esprimono una forma di rifiuto per le risposte dal capitale, che siano gli studenti universitari mobilitati per la Palestina o i giovani in Kenya che protestano contro governi sottomessi al debito con l’Occidente o il proletariato urbano razzializzato delle metropoli europee, ciò che ne risulta è una frattura incolmabile in un Occidente che riceve colpi da ogni lato, sia sul fronte interno che esterno. 

Assumere una lente capace di cogliere omogeneità e tendenze generali può aiutare a sostanziare un posizionamento antirazzista e decoloniale, con l’obiettivo di ricercare e ricomporre quelle identità collettive che si pongono in antitesi al sistema capitalista, anche grazie a queste leve. Questa lettura può in potenza permettere dei passaggi e degli avanzamenti anche nelle lotte sul lavoro, dando gambe a una dimensione che fuoriesca dal riformismo. Il discorso sul lavoro fatto dai lavoratori e dalle lavoratrici stesse, in alcune specifiche esperienze, supera spontaneamente quello al ribasso delle rappresentanze sindacali e politiche. Non interessa tanto elemosinare qualche briciola di salario dal padrone, data anche l’incapacità economica di soddisfare le esigenze dei proletari nella loro totalità, ma piuttosto fargliela pagare per la vita grama che impone. Più in profondità, le lotte operaie maggiormente significative degli anni recenti, rivendicano una vita vivibile che è incompatibile con le condizioni del lavoro attuale: la questione è che una giornata di lavoro sfiancante per un salario da miseria, rappresenta una rapina non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista esistenziale, perché si appropria delle energie che dovrebbero servire per riempire la propria vita anche di altro, che sia più appagante dal punto di vista umano del lavoro. La giovane età della composizione operaia (di certi settori e categorie, come la logistica) dell’oggi apre a possibili tentativi di sincere alleanze con altri strati della società, come quel proletariato giovanile razzializzato che esprime comportamenti sociali di rottura.

La sfida non è semplice perché contestualmente non possiamo negare una serena e pressoché totale integrazione nel sistema capitalista, in quanto unico itinerario proposto/imposto, come tendenza di massa ma che, in determinati contesti e situazioni come quelli descritti poco sopra, esprime anche delle ambivalenze da approfondire. 

Su un terreno ampio potrebbe essere interessante approfondire l’intuizione che indica nel sistema di dominio attuale le cause di quella rapina, sia materiale che immateriale, di cui tutti i soggetti vivono gli effetti. Il sistema di sfruttamento rapina il tempo, occupa la vita nella sua interezza, chiude opportunità, mina possibilità di autodeterminazione e formazione, intacca le relazioni, il piacere, i desideri, i sogni. 

Su questo livello, molto difficile da articolare su un piano di campagna politica, le lotte universitarie degli ultimi mesi hanno aperto una breccia, mettendo a critica il sistema della formazione tout-court, superando immediatamente il discorso di prima istanza di solidarietà con la Palestina, risignificandolo alle proprie latitudini. Ciò che viene rivendicato dagli e dalle studenti è la decisionalità (operaia, di chi lavora) su ciò che la fabbrica del sapere produce, dunque sulla merce (il sapere, la ricerca). Per questo i padroni (baroni, rettori e chi li burattina) oppongono una resistenza così secca alle istanze delle intifada studentesche globali: non possono permettersi, a maggior ragione nella fase di crisi in cui ci troviamo, di concedere questo spazio di manovra alla base della piramide, questa autonomia sarebbe l’inizio della loro fine se riprodotta su una scala totale.

E’ urgente costruire una possibilità di alleanza strategica tra coloro che subiscono una sistematica sottrazione di possibilità e chi è chiamato ad esercitare la discriminazione illuso di preservare così i suoi interessi. Ma non solo, occorre ripartire dai soggetti che qualitativamente incarnano una differenza, seppur marginali e ancora insufficienti i processi collettivi aprono a possibilità di contro-soggettivazione, a una soggettività che intende sottrarsi alle richieste del sistema capitalista e alla propria integrazione sociale. L’unità tra questi soggetti, resi contrapposti dall’organizzazione dall’alto della società, deve essere la priorità strategica e organizzativa, per realizzare questo obiettivo bisogna essere pronti ad accettare le contraddizioni che il popolo esprime e mantenere una buona dose di realismo. 

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