Da Taranto - Non sui nostri corpi!

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Ripubblichiamo dal portale portale del C.U.A. di Bologna alcune considerazioni di uno studente tarantino fuorisede iscritto all'UniBo, riflessioni pensate a partire dal primo caso di Coronavirus registrato nello stabilimento ex Ilva-ArcelorMittal (TA).

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CHIUSURA IMMEDIATA DELL’EX ILVA E DI TUTTE LE FONTI CHE PRODUCONO SFRUTTAMENTO E PRECARIETA’, SOLIDARIZZANDO CON TUTTA LA COMUNITA’ SUBALTERNA, BASTA LAVORARE E MORIRE!

 

E’ evidente che lo Stato d’emergenza sanitaria non è un dato oggettivo che riguarda tutta la comunità nazionale, bensì è arbitrario e definisce palesemente delle leggi straordinarie che trovano la loro applicabilità a seconda di chi è socialmente necessario o meno, a seconda delle gerarchizzazioni di potere guidate dalla logica del mercato e del capitale. Sono uno studente fuorisede di Taranto, cresciuto socialmente e psicologicamente interiorizzando il ricatto salute-lavoro-ambiente che da oltre 55 anni definisce chi è sacrificabile per la logica del profitto e chi deve continuare a vivere grazie ad esso.

Per noi l’assenza perenne della quotidianità non è una questione emergenziale, come una parte della comunità nazionale attualmente sta vivendo a causa della pandemia del Coronavirus, per noi è un elemento ordinario: tumori, wind days (ordinanze comunali che consigliano vivamente di barricarsi in casa ogni qualvolta i livelli di diossina raggiungono picchi elevati), chiusura scuole, perenne migrazione giovanile, lutti: da 55 anni a Taranto, nel nome del profitto, sacrificano i nostri corpi, ci educano alla malattia e alla solitudine.

In questi termini, sono decenni che cercano di auto-disciplinarci, di farci interiorizzare che noi non possiamo altro che essere relegati/e all’esclusione sociale e al disastro ambientale e biologico, dove le nostre esistenze, le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria sono solo delle risorse da sfruttare per garantire il funzionamento e la crescita continua di questo sistema.

I WIND DAYS di Taranto come il #IORESTOACASA (motto del DPCM ministeriale che ha decretato stato d’emergenza e zona rossa) sono provvedimenti giuridici che pur apparentemente passando per l’opinione pubblica come forma di tutela e chiamata di responsabilità collettiva alla prevenzione e precauzione, in realtà hanno l’obbiettivo di invisibilizzare la sofferenza di una parte di umanità che è sempre più precaria e di un pianeta che cerca di resistere alle devastazioni ed espropriazioni provocate dai padroni.

Se quell’#ANDRATUTTOBENE apparentemente si pone come tentativo di assolvimento morale da qualche responsabilità di chi ha prodotto tutto ciò, in realtà vuole mettere in silenzio chi ha sempre passato una vita in subalternità e in sofferenza.

E’ di ieri la notizia dell’operaio, del reparto ossigeno-Acciaieria 2, risultato positivo al test del Covid-19 (), a cui va tutta la mia solidarietà e vicinanza. Ora è necessario, più che mai, rivendicare la chiusura di quella produzione di morti e ricatti, prima che la situazione possa assumere una connotazione tragica, tenendo conto che la nostra assistenza sanitaria rischierebbe un repentino collasso qualora la situazione si aggravasse all’interno della fabbrica, dato il numero elevato a rischio di contagio. Oggi più che mai è fondamentale rivendicare un reddito di quarantena universale che sleghi le nostre esistenze a questo modello produttivo e un intervento capillare a sostegno della sanità. In questi termini, la pandemia non è il coronavirus ma questo ricatto sociale che non ci permette di vedere oltre l’immaginario della nostra sofferenza e subalternità.

Affinchè ciò avvenga, la comunità deve schierarsi totalmente per la chiusura immediata delle fonti inquinanti presenti sul nostro territorio e sostenere gli operai che devono trovare la forza di schierarsi e scioperare e abbandonare le direttive dei sindacati confederali che, come sempre, contrattano per tutelare i loro oneri e loro tessere e non i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. I responsabili di tutto ciò devono pagare le conseguenze in quanto colpevoli e complici (Stato, sindacati confederali, padroni). Per quanto ancora le nostre esistenze devono essere testimonianza di numeri e dati che facciano capire che questo modello di sviluppo è incompatibile con la sopravvivenza umana e del Pianeta? Taranto è dimostrazione di come la crisi che stiamo vivendo è a tutti gli effetti una crisi ecologica e la conseguenza diretta di un esercizio quotidiano sanguinario e repressivo fatto sulle nostre vite.

La nostra epidemia, da sempre, è la produzione dell’acciaio poichè da essa derivano tutti i nostri dolori, le nostre sofferenze ed essa è guidata dalla logica del capitale che ha colonizzato tutto il vivente: l’azzurro del nostro cielo si mischia con i fumi grigi della fabbrica, i quartieri, a causa della deposizione delle polveri sottili, hanno ormai assunto un colore rosso sanguinoso, simbolo della nostra sofferenza e del deterioramento dei nostri corpi. In questi termini le vittime causate dall’Ex Ilva e quelle cui oggi stiamo assistendo a causa degli effetti del Coronavirus, hanno lo stesso nemico in comune: uno Stato che legittima e tutela un sistema economico e produttivo che per riprodursi necessita di colonizzare ogni corpo, mezzo, risorsa, sfruttandoli, espropriandoli fino a distruggerli. Il ricatto sociale non è solo dipeso dalla condizione materiale del lavoro, bensì nel suo significato più astrattamente sociale è questo modo di produrre che determina le nostre esistenze ad essere incompatibile con la cura e la salute collettiva e comunitaria.

Noi necessitiamo, partendo dalla sofferenza invisibilizzata e globale che sta dimostrando questa pandemia, dalle disuguaglianze socio-economiche che producono guerre tra poveri e dai conflitti ambientali provocati dai padroni, di ripensare questo mondo, consapevoli che nulla tornerà come prima perché ciò non è altro che il prodotto di un sistema in crisi, tossico e patologico.

Non standardizziamo la sofferenza che stiamo vivendo in questo contesto storico-sociale, essa è la stessa che da decenni questo sistema produce attraverso le sue politiche securitarie, repressive e razziste; oggi chi percepisce maggiormente il rischio di non farcela sono coloro che sistematicamente sono stati/e isolati/e da questa società. Basti pensare alle 14 morti nei carceri a causa delle rivolte represse da uno Stato sempre più di polizia, alla violenza di genere e domestica in aumento perché per alcune soggettività la casa non è un luogo sicuro durante questa quarantena, a chi non ha un’abitazione, ai/alle migranti bloccati al confine greco-turco, coloro che sono a rischio contagio nei Cpr e tutte quelle soggettività che oggi stanno vivendo sulla loro pelle problemi di salute mentale a causa dell’auto-reclusione forzata aumento casi di suicidio e Tso): in questi termini oggi siamo tutti e tutte più vulnerabili e rischio ed è per questo che dobbiamo ripensarci come subalternità per poter ripensare questo mondo libero dalla violenza strutturale e sistemica, dalle gerarchie di potere e da un modello di sviluppo che ha deciso che chi detiene la ricchezza può vivere dignitosamente.

Solidale e complice con tutte le realtà sociali e politiche che, a livello globale, stanno attivando processi di mutuo-soccorso, dimostrando ancora una volta che solo dal basso si può costruire una prospettiva radicale che ci permette di pensare a nuovi immaginari dove benessere sociale e felicità collettiva non sono più intermediati dalle logiche di sfruttamento e di ricatto sociale, dove il paradigma del vivere non è più frammentato dalla violenza simbolica e materiale, dove il tempo, sottratto alla nostra esistenza, non è una condizione astorica e oggettiva, ma la rappresentazione dei nostri desideri e bisogni.

Michael, uno studente fuorisede di Taranto

 

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