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Salviamo Comala! A Torino continua la guerra agli spazi sociali.

Torino. Apprendiamo la recente notizia della perdita da parte dell’associazione culturale “Comala” degli spazi che gestisce da ormai 15 anni. La Circoscrizione 3, insieme al Comune di Torino, ha indetto un bando per l’assegnazione degli spazi dell’ex caserma La Marmora, scartando “Comala” e optando per una cordata di associazioni guidata dall’APS Social Innovation Teams.

Se può essere mascherato da atto dovuto e legittimo della Circoscrizione, in realtà è possibile leggere in questa decisione – senza dover scavare neanche troppo – precise volontà politiche e buchi procedurali di non poco conto.

Comala, da quando ha cominciato la sua attività, ha rappresentato un polo di aggregazione di rilievo a livello cittadino e di quartiere. Aule studio, sale musicali, uno studio di registrazione e spazi adibiti a laboratori di ogni tipo, tutto costruito riabilitando uno stabile di proprietà del Comune in disuso da decine di anni. Si tratta di un centro aperto e libero, che ha saputo capire e coprire i bisogni di migliaia di persone – molte delle quali frequentano il vicino Politecnico -, sviluppando importanti forme di partecipazione collettiva e offrendo anche possibilità di organizzazione politica. Talvolta lo ha fatto anche opponendosi direttamente a un modello di amministrazione cittadina, volto a sacrificare la vivibilità degli spazi in favore della speculazione e del profitto, come quando nel 2022 ostacolò e nei fatti impedì – nel quadro di una mobilitazione più ampia – il progetto di realizzazione del supermercato Esselunga, nel parco Artiglieri di Montagna.

In effetti, un’esperienza inusuale in una città come Torino, in cui difficilmente si riesce a realizzare un luogo in cui possano coesistere socialità, uso virtuoso dello spazio pubblico e gratuità dei servizi. Un’esperienza che, evidentemente, non più gradita a chi governa la città, deve essere smantellata. E questo accade non con la chiusura definitiva, ma con la riconversione degli spazi secondo logiche totalmente opposte. I criteri di vita e gestione di Comala retrocedono per far posto all’opzione politica che ormai risulta l’unica direzione seguita dall’amministrazione comunale per “migliorare” la città nei suoi ambiti giovanili: quella dell’impresa sociale, dell’innovazione, della falsa sostenibilità ambientale.

L’associazione SIT, vincitrice del bando, si caratterizza proprio per il suo obiettivo di farsi promotrice di “imprenditorialità sociale e ambientale” e, nel contesto di Comala, di renderla “incubatore di start up e imprese”. Insomma, propositi in perfetta linea con le nuove avanguardie politiche, ma pure e soprattutto retoriche, dell’”imprenditorialità giovanile” come motore di sviluppo non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Il tutto andando incontro – quantomeno secondo l’APS – alla necessità di creare sbocchi e opportunità per il Politecnico.

Se si vuole ignorare l’inutilità per il Politecnico di un’ulteriore realtà di questo tipo, di cui è saturo, rimangono comunque non pochi elementi problematici, sottesi per altro a un indirizzo politico generale.

Si osserva infatti il trionfo di una visione dello sviluppo sociale strettamente legata all’emersione di piccole imprese “innovative”, capaci, secondo chi propugna questa prospettiva, di rivoluzionare progressivamente la società. Si tratta del volto nuovo del capitalismo degli ultimi 15 anni, forgiato e alimentato in seno alla Silicon Valley ed esportato come orizzonte di evoluzione, specialmente nell’ambito high-tech. Un paradigma che ha subito preso piede anche in Europa e specificamente in Italia, dove gli acceleratori di impresa hanno un’ovvia minore portata di investimento. A Torino, le diverse amministrazioni che si sono susseguite hanno, chi più chi meno, perseguito questa caratterizzazione dello sviluppo cittadino. E così, all’inesorabile processo di deindustrializzazione della città, la risposta è stata quella di favorire l’organizzazione di grandi eventi e la proliferazione di associazioni, cooperative e start up, spesso legate a doppio filo alle università, in particolare il Politecnico. Il processo si allaccia perfettamente alla realizzazione della “Città dell’Aerospazio”, indicando il tracciato preciso della mutazione del tessuto economico-sociale di Torino. Lungi dal rappresentare una svolta etica del capitalismo o persino un suo cambiamento sostanziale, si tratta di una variazione di forma nei processi di valorizzazione, ancora più subdola, poiché mischia a priori il processo di accumulazione a una presunta intrinseca utilità sociale. L’idea poi che le start up possano essere alla portata di tutti, con dimensioni limitate e con possibilità di crescita basate sull’impegno e sull’ingegno, ricalca la retorica neoliberale del riscatto sociale basato sulla dedizione individuale, di cui non c’è bisogno di ricordare la falsità.

Insomma, nonostante i tentativi di edulcorare lo sfruttamento di persone e risorse, la sostanza rimane grossomodo la stessa. E, di conseguenza, anche il futuro del Comala, sebbene il presidente di SIT Paolo Landoni parli di mantenere i servizi già esistenti, comincia a connotarsi in un determinato modo: tenere gratuita la fruizione delle aule studio, ma rendendo altri servizi a pagamento o più costosi e incentrare le attività sulle fantomatiche start up.

Salta poi all’occhio la presenza, tra le associazioni vincitrici, di Eufemia. Sempre basata sulla “promozione sociale”, qualche anno fa balzò agli onori della cronaca per non aver rispettato norme lavorative e aver licenziato arbitrariamente delle dipendenti che avevano scioperato. 

Si comprende quindi molto bene il vento che tira se i presupposti di evoluzione del Comala sono questi.

Qualcuno, tra cui la presidente della Circoscrizione 3 Francesca Troise, per giustificare la decisione, parla di un bando regolarmente indetto e pubblico, a cui chiunque avrebbe potuto accedere. I motivi per cui questo discorso, schiacciato sul profilo tecnico della decisione, rimane fuori da ogni logica di senso sono più di uno.

Innanzitutto gli spazi gestiti dall’associazione Comala non erano stati, almeno in principio, aggiudicati attraverso un bando pubblico. La Caserma La Marmora era in disuso da anni e soltanto su iniziativa dell’associazione (non del Comune), facendo richiesta alla Circoscrizione, sono iniziate le attività. Inoltre, dal 2020 la concessione era scaduta. Nonostante ciò, per 5 anni Comala ha continuato a curare lo spazio, ampliandolo, migliorandolo nella struttura e nelle attività, e continuando a chiedere delle forme di regolarizzazione. Di conseguenza, la decisione appena presa, da leggere in un quadro di passiva opposizione ai progetti del Comala, appare come un deliberato attacco all’associazione, studiato per delegittimarne la presenza e, cogliendo la prima opportunità utile, eliminandola dal territorio.

Se poi si vuole fingere che la burocrazia abbia avuto più peso della decisionalità politica, ci sarebbe da chiedersi per quale motivo non ci sia stato un intervento in senso contrario. Lo spazio pubblico, i servizi per il territorio e tutte le possibilità offerte da Comala sono state costruite di pari passo con una comunità che si è riconosciuta nello spazio e in un certo modo di intenderlo. È quindi soltanto quello il “pubblico” a cui dovrebbe essere chiesto come, quando e perché lo spazio dovrebbe cambiare.

Si tratta in fondo di un copione già visto: quello della chiusura di spazi sociali e giovanili che possano anche solo lontanamente costituire un’alternativa all’esistente.

Soltanto 2 mesi fa veniva sgomberato Askatasuna, dando concretezza all’agenda governativa – evidentemente condivisa da vere o presunte opposizioni, anche nelle amministrazioni – di continuare a chiudere gli spazi, come già successo con il Leoncavallo.

Questa tendenza, che non è iniziata 6 mesi fa e non finisce adesso, va interpretata in una dimensione più generale.

L’intensificarsi di questi attacchi è andato paradossalmente di pari passo con la perdita di agibilità generale dei movimenti sociali. La capacità di incidere sui rapporti di forza si è fatta progressivamente più flebile, lasciando spazio e terreno all’avanzata politica della controparte, che ha colpito le parti tangibili e simboliche dei risultati delle lotte: centri sociali occupati, spazi autogestiti, adesso anche associazioni culturali.

Se questo è un assunto da tenere a mente, difendendo quindi spazi e luoghi di aggregazione, è anche necessario riuscire ad andare oltre, togliendosi dall’angolo di isolamento e difesa nel quale vogliono costringere le energie sociali emergenti, eliminando uno spazio dopo l’altro. In questo senso non si può dimenticare l’esperienza dirompente delle mobilitazioni di inizio autunno, che hanno dato una dimostrazione di come il campo delle possibilità e del cambiamento sia ancora aperto. Colpire il Comala infatti, vuol dire anche tentare di mettere un freno a chi immagina un futuro diverso e desidera cambiarlo. Ed è proprio questo desiderio che bisogna rendere potenza trasformativa, che si ponga l’obiettivo di intervenire sulla realtà e cambiarla.

Il futuro dell’Italia e dei paesi Occidentali si delinea in maniera sempre più chiara: la guerra, per ora ancora nascosta nella crisi risolta con le politiche di riarmo e negli equilibri politici e geopolitici sempre più precari, diventa un orizzonte progressivamente più vivo. La chiusura degli spazi sociali è sintomo anche di questo processo.

La posta in palio è decisamente alta e potenzialmente c’è in gioco, se non ancora l’integrità della vita umana, sicuramente la possibilità di evitare spirali di crisi e un’economia di guerra, con tutti i costi sociali che determina. Di conseguenza, non ci si può fermare in un perimetro difensivo che porterebbe inevitabilmente a perdere. Nelle scuole, nelle università, sui luoghi di lavoro e nelle strade è stata dimostrata una forza. La forza degli scioperi generali, del milione di persone a Roma e delle 50 mila a Torino per Askatasuna. Difendere il Comala, difendere chi lo vive e resistere vuol dire riconoscere questa forza e andare oltre, costruendo percorsi di lotta, con l’obiettivo, senza illusioni, di ottenere delle vittorie.

Qui la petizione per salvare Comala

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