In piazza contro il razzismo: sputi su Nardella, la polizia carica

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Almeno 800 persone si sono ritrovate su ponte Vespucci a Firenze dove ieri è morto ammazzato da un italiano Idy Diene, un ambulante senegalese. Il gesto di un folle, un uomo strozzato dai debiti che voleva suicidarsi. Le attenuanti non esistono. Ancora una volta il bersaglio di un uomo bianco armato sono i neri.

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“C’è un problema di razzismo in questo paese”. È quanto urlavano le decine e decine di giovani lavoratori senegalesi che dal pomeriggio hanno iniziato una protesta rabbiosa per le vie del centro storico. A nulla sono valsi i tamponi dei rappresentanti e dei vecchi della comunità che volevano concludere la protesta a Palazzo Vecchio. C’è una cappa di cattiva coscienza perbenista che copre il razzismo strutturale di questo paese. I politici sono i primi responsabili di questo clima, “Nardella non ha da dirci nulla”. Ieri sera un corteo spontaneo di giovani senegalesi è ripartito da piazza della Signoria. Tanta rabbia. Alcune fioriere vengono rovesciate in via Calzaiouoli, il salotto della Firenze dello shopping. Un cantiere stradale divelto davanti alla stazione di Santa Maria Novella. Scoppia il caso. Quel sincero razzista di Nardella pronuncia la solita cazzata in stile Renzi: “la protesta violenta di questa sera è inaccettabile”. Un uomo spara sei colpi alla testa a un altro uomo e Nardella riesce nell’impresa di equiparare una fioriera alla vita di un uomo nero. Gli costa caro.

Il clima questo pomeriggio su ponte Vespucci si annunciava teso. La rabbia non si spegne. Nardella si presenta invitato da alcuni rappresentati di comunità. È duramente contestato, spinte, offese: “sei un razzista”. È vero. Viene respinto. Arriva uno sputo: “Me ne vado, non voglio provocare”. Non è aria. Progressivamente i giovani si muovono verso il lungarno. A nulla valgono gli appelli al buon senso di tanti antirazzisti bianchi. Non c’è un mondo da tenere unito. La ragione e i miti consigli sono utili solo all’uomo bianco. Coprono la sua guerra. Basta, è solo nera la rabbia per la morte di un altro fratello, sposato alla vedova di Samb ucciso assieme a Diop in piazza Dalmazia cinque anni fa dal fascista Casseri. Vogliono partire in corteo e impongono la propria scelta. Arrivano fino al Lungarno, incontrano la polizia che carica. In centinaia resistono. Le ragioni della calma giocano un ultima carta: il credo, quello della propria gente, quello in cui ogni uomo nero si rifugia per non soffrire. L’imam intona la preghiera. Solo una cinquantina sui 500 senegalesi rimasti si inginocchiano. È tempo di credere a sé stessi.

Una storia assurda quella che si consuma a Firenze. Emergono vite nascoste. Non era un fascista l’uomo che ha sparato. Dicono. Ma ha sparato a caso e a caso ha colpito un uomo nero. Una vita che poteva sacrificare perché in questa società vale meno. È senso comune, tutti lo riconoscono. Meno di una fioriera. Questo è razzismo e c’è chi lo alimenta. Sabato è stato convocato un nuovo corteo. Le tensioni si moltiplicano. Questo senso comune va stravolto. Non è scritto che sarà una marcia del dolore.

 

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