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Le guerre civili in Francia

Relazione catodica tra leader e popolo, fideistica mobilitazione del cittadino senza l’intermediazione del partito, semplificazione manichea delle forze in campo. In Francia ha vinto il populismo. E non è quello di Marine Le Pen. Partito nato in vitro neanche un anno fa, niente quadri né militanti, solo lui, il giovane liberale in camicia: ha vinto Emmanuel Macron. Enfant prodige del Partito socialista, già ministro e fido consigliere di Hollande lascia in tempo la barca che affonda per dire senza giri di parole che bisogna stare dalla parte dei ricchi, perché i ricchi hanno la ricchezza e la ricchezza fa girare l’economia. E chi è ricco o pensa di esserlo lo riconosce e si riconosce. Sarà lui a garantire gli interessi di chi ha ancora tanto da perdere. In fondo, dopo aver esorcizzato il popolo, si può anche recuperare il populismo.
Marine Le Pen porta a casa un risultato importante ma si tratta un record mediocre. Il Front national si attesta appena sul 21,5% guadagnando soltanto il 3,6% rispetto alle precedenti elezioni politiche, quelle del 2012. E pensare che le elezioni del 2017 dovevano essere quelle dell’ora o mai più. Ma cinque anni passati a rendere presentabile il partito fino all’espulsione del patriarca Jean Marie, un’agenda mediatica tagliata su misura per la candidata frontista che ha ruotato per tutta la campagna intorno a ISIS e “questione musulmana”, la vittoria “dell’omologo” Trump, il consenso nell’UE ai minimi termini testimoniato a vista di tutti dalla Brexit non sono bastati. Più importante ancora, il FN non riesce minimamente ad uscire dal ghetto del suo elettorato storico, facendo percentuali ridicole in praticamente tutti i grandi centri urbani, uno su tutti Parigi dove arriva appena al 5%. È significativo che le periferie di Marine Le Pen non siano quelle metropolitane perché resta in Francia una cittadinanza economica forte, sostenuta da un welfare sotto attacco ma che tiene ancora dentro la società anche i suoi margini. Una vittoria, insomma molto più valoriale che sociale, in una provincia impaurita più che arrabbiata.
I partiti storici dell’alternanza escono in macerie e sanciscono il crollo definitivo della quinta repubblica, quella nata nel 1958 in concomitanza con l’entrata in vigore dei trattati di Roma. Un partito socialista ridotto ai minimi termini sconta un mandato di governo in cui la “sinistra” ha osato fare ciò che la destra ha solo osato dire. Misure di austerità, stato di emergenza, espulsioni, tagli, caccia ai poveri e una legge sul lavoro tra le più anti-sociali che la République ricordi, imposta a colpi di leggi speciali contro una mobilitazione popolare radicale e oceanica. Non basta certo un candidato con qualche venatura verde a far scordare ciò che la socialdemocrazia ha fatto in questi ultimi dieci anni: gestire la crisi, garantire la continuità sistemica con tutti i mezzi necessari. Poco da stupirsi che il voto utile per la sinistra diventi Jen-Luc Mélénchon, ex-ministro socialista con un’ottima capacità di usare i social media e un programma nazionalpopolare, col sogno sempre presente di una società organica di cui la sinistra sembra non riuscire proprio a fare il lutto. Il volto del centro-destra, François Fillon, aveva una credibilità ridotta al lumicino quanto il suo partito, dopo una campagna costellata da scandali e ruberie, tutta orientata ad inseguire col fiato corto Marine Le Pen. En passant, il terzo partito resta quello dell’astensione.

Viviamo un’epoca di scontro in cui occorre prestare attenzione più che alle parti in campo al terreno su cui si gioca la contrapposizione. Le identità politiche, a partire dalla divisione destra/sinistra, progressisti/liberali etc. non solo un velo ma categorie vecchie e fuorvianti, incapaci di fornire il benché minimo strumento di lettura del presente.
In Francia sono in corso due guerre civili a intensità variabile. Una è quella proposta da Marine Le Pen e dal partito dell’ordine, guerra di religione (in senso lato), riflesso della guerra globale in cui si lavora alacremente per contenere lo scontro lungo la linea del colore. La guerra che, in fondo, il Front national e Daesh conducono fianco a fianco, straparlando di valori e miscredenti, proponendo un grande ritorno a comunità fittive e capitalismo bottegaio. È la guerra civile degli attentati e dell’ormai ordinario Stato di emergenza.
Ma durante il governo Hollande c’è stato anche tanto altro. È la guerra civile sotto-traccia, senza rappresentanza politica né forza di progetto all’altezza dei tempi, che si manifesta sporadicamente nella reazione alle violenze della polizia da parte dei quartieri popolari francesi, che si è fatta movimento oceanico nella primavera scorsa per opporsi alla volontà “socialista” di sfruttare il lavoro vivo in maniera sempre più violenta, che emerge nei continui blocchi dei licei da parte di una (piccola parte di) giovanissimi che hanno deciso di non chinare più la testa.
La prima a ben vedere è soltanto l’ennesima guerra imperialista, questa volta giocata in chiave endocoloniale, per l’assimilazione e lo sfruttamento dei lavoratori immigrati. La seconda è la guerra del basso contro l’alto, che cerca ancora il suo vocabolario e la sua forza.

Macron e Le Pen. Le elezioni francesi non ci parlano del crollo di un sistema, ma della radicalizzazione di uno scontro. La questione resta sempre la stessa: c’è spazio per trasformare la guerra imperialista nella (buona) guerra civile?

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