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Piemonte: una “marea bianca” in difesa della sanità?

Sabato 27 maggio si è tenuta a Torino una grande manifestazione per difendere la salute e la cura. Il corteo ha visto la partecipazione di oltre 12mila persone ed è stata organizzata dal Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure sotto lo slogan “Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto”. Una dinamica per certi versi inedita in Piemonte che dimostra in generale una forte disponibilità a mobilitarsi su questi temi in una situazione sempre più insostenibile per pazienti e sanitari. La questione è capire come riuscire ad organizzarsi e che prospettive dare alla mobilitazione.

Di seguito l’intervista che abbiamo fatto con Chiara Rivetti, di Anaao Piemonte, tra le animatrici del comitato.

Come nasce il Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure? Chi vi prende parte? Qual è la necessità che vi ha spinto a organizzarvi in quanto professionisti della salute e quali sono gli obiettivi?

Il comitato nasce dall’esigenza di unire in un’unica voce  tutti coloro che hanno a cuore la difesa del servizio sanitario, universalistico e gratuito. E’ partito dall’iniziativa di alcuni sindacati,  di medici ed infermieri,  insieme con movimenti di cittadini e lentamente ha unito oltre 60 associazioni, tra cui  anche movimenti ambientalisti e a difesa della parità di genere. E’ il primo esperimento in Italia che ha unito i sanitari con i pazienti e la popolazione: soggetti anche lontani e con proprie peculiarità , ma legati dalla consapevolezza che il diritto costituzionale alla tutela della salute è a rischio. Il SSN è la più grande infrastruttura sociale e civile del Paese, se la perdiamo sarà poi il reddito a decidere la salute di ciascuno.  Negli ultimi 4 anni sono raddoppiati i pazienti che rinunciano alle cure per motivi economici o per le lunghe liste d’attesa e in molti si rivolgono al privato. La sanità sta diventando sempre più un’area di speculazione: la malattia rende e la prevenzione no. Per il sistema pubblico invece, i pazienti non sono clienti ed è per questo che è preferibile la prevenzione alla cura.

Cosa vogliamo? Che non diventi normale aspettare mesi per curarsi, o giorni per un posto letto, o lavorare il doppio di quanto sarebbe normale. Non vogliamo che pagare per curarsi diventi nomale, che sia, poco per volta,  accettato. Che ci si assopisca  e alla fine ci si arrenda.

Vogliamo che si affronti non solo con gli slogan il problema delle liste d’attesa, capire dove andranno i soldi del PNRR, vogliamo assunzioni, che si finanzi prima il pubblico e prima dove c’è maggiore disagio sociale, che si faccia davvero prevenzione. Il diritto alla salute dei cittadini è  strettamente legato al destino professionale dei medici e di tutti i sanitari, per questo la battaglia in difesa della sanità pubblica è la battaglia di tutti.

Sabato la marcia per la salute ha visto grande partecipazione di sindacati, associazioni e cittadinanza attiva. Quali sono le tue impressioni? Da quando non si vedeva una mobilitazione su questi temi? Che prospettive ora?

Il Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure ha dato vita ad una grande marcia, a Torino. La marcia è stata una grande mobilitazione popolare. Era ora che si passasse dal lamento all’azione. Dalle proposte ( inascoltate) alla protesta. Si sono contati 12.000 partecipanti: a Torino per la sanità non c’era mai stata una mobilitazione così. Hanno aderito spontaneamente molti cittadini, che si sono uniti ai lavoratori e agli aderenti al comitato.

Quali sono i problemi maggiori per la sanità pubblica? Come si può affrontare il nodo della relazione medico-paziente e approccio alla salute in senso olistico?

In Piemonte i problemi in sanità sono molti: mancano 1500 posti letto per acuti, mancano circa 9.000 tra medici ed infermieri, gli ospedali sono vetusti, i pazienti anziani non autosufficienti sono spesso a completo carico delle famiglie.  Un medico al giorno decide di licenziarsi e lasciare gli ospedali. Le liste d’attesa sono eterne, nonostante gli slogan della Regione: i dati ufficiali sui tempi di attesa diffusi, secondo i quali va tutto bene, escludono tutti i pazienti che rinunciano per i tempi esagerati, che scelgono di pagare, o di non curarsi o di rivolgersi al PS, anche se non urgenti. Questi pazienti non faranno mai parte delle analisi numeriche. Paradossalmente quelli che rinunciano alle cure sono dei “fantasmi” nelle statistiche ufficiali. E contribuiscono inconsapevolmente ad abbellirle. Dodicimila persone che hanno passato un sabato di sole a protestare, hanno perfettamente idea di come vanno le cose.

La nascita del comitato ha anche l’obiettivo di sottolineare come medici e pazienti siano entrambi vittime del definanziamento del sistema: ogni anno in Italia si contano 1700 aggressioni ai sanitari, in progressivo aumento. Il paziente sfoga le proprie insoddisfazioni verso i sanitari, ma anche  i sanitari subiscono la disorganizzazione e i tagli. La speranza è che questa iniziativa contribuisca a portare sanitari e malati dalla stessa parte, perchè insieme chiedano un rilancio del servizio sanitario.

Quali e dove le responsabilità? La Regione Piemonte come ha reagito a questa iniziativa? Quali sono le richieste nei suoi confronti? E l’amministrazione comunale?

La regione Piemonte ha convocato ai tavoli delle trattative i sindacati del comparto e dei medici, per aprire una vertenza  sull’assunzione del personale. Questo dimostra che mobilitarsi serve. Cambierà qualcosa? Se non cambia, torneremo a marciare. Quel che è certo , è che nulla è più come prima.
Alla amministrazione comunale chiediamo di fare una nuova fotografia delle diseguaglianze in salute a Torino. E’ necessario ripetere lo studio che dimostra che tra chi vive in collina e chi alle Vallette si contano  8 anni di vita di differenza. E agire sui determinanti di salute che causano le differenze.

Nella città di Torino negli ultimi anni ci sono state alcune vertenze in ambito della salute, pensiamo alla battaglia per riaprire il Maria Adelaide e più recentemente al comitato Salviamo la Pellerina. In qualità di professionista dell’ambito, insieme ai tuoi colleghi, avete il polso di come e dove vengono spese le poche risorse pubbliche destinate alla sanità? Avete voce in capitolo? È difficile rintracciare una razionalità nell’azione delle istituzioni politiche, cosa spinge a scegliere determinati progetti, la privatizzazione, le poche assunzioni?

L’attuale giunta ha indubbiamente ereditato una sanità agonizzate, perché trascurata e mortificata per anni e da tutti i partiti che si sono alternati al governo della Regione. Negli ultimi anni però, nonostante il Covid, è nettamente aumentato il ricorso alle assicurazioni o al privato puro. Si poteva fare di più per difendere o potenziare il pubblico? Secondo noi , si. Era necessario imporsi per chiedere all’ Università gli specializzandi, ridurre il disagio per evitare la fuga dei medici dagli ospedali. Ed iniziare i lavori per i nuovi ospedali , mentre oggi tutti i progetti sono al palo. La mobilitazione è servita per ridarci ottimismo, entusiasmo, prospettiva . E non è certamente finita. Ognuno di noi ha fatto un pezzo e unito agli altri ha fatto la differenza.

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