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Effetto Can Vies è conflitto di classe

 

Talvolta un’immagine è capace di sollevar d’un sol colpo i veli ideologici che ricoprono la violenta materialità del reale. A Sants prima, quartiere popolare appena fuori dal centro, e in tutta Barcellona poi, i mossos (le forze anti-sommossa del governo autonomo catalano) sono stati affiancati dalla Guàrdia Civil (la polizia militare dello Stato spagnolo) per sedare – insieme – una rivolta che è presto divenuta un terremoto politico. Forze dell’ordine catalane e spagnole unite nella difesa dell’ordine costituito, ovvero il disordine sociale prodotto della crisi. Ma andiamo con ordine.

Processualità e contesto

La sommossa esplosa in seguito allo sgombero e all’abbattimento del CSA Can Vies non può e non deve essere interpretata come una reazione meramente resistenziale e spontanea, circoscritta all’evento in sé e a un gruppo sociale limitato. La sua genealogia e contestualizzazione mettono in luce la processualità della dinamica conflittuale e il disagio sociale diffuso che essa esprime.

Da tempo l’occupazione di Can Vies viveva sotto minaccia di sgombero, e da altrettanto tempo le compagne e i compagni preparavano e organizzavano la resistenza, progressivamente imponendo alla contropoarte istituzionale un rapporto di forza senza mai cadere nella trappola di mediazioni sfavorevoli. Occupanti e solidali si coordinanano attraverso una piattaforma assembleare, dove le pratiche di lotta sono decise collettivamente. Sin dal gennaio di quest’anno, i collettivi sono ripetutamente scesi in piazza per denunciare non solo lo la minaccia di sgombero, ma anche la repressione contro la militanza antifascista nel quartiere. Il barrio e i suoi abitanti hanno sempre risposto positivamente e si è presto creato un clima di complicità basato sull’inimicizia latente verso le istituzioni locali in un contesto di frustrazione economica permanente. La partecipazione è sempre stata considerevole: i cortei e le dimostrazioni sono state animate da centinaia di persone, militanti e non. Ciò ha permesso di sedimentare forza collettiva e di innescare un variegato processo di soggettivazione antagonista. I toni della protesta, infatti, non sono mai stati moderati.

Ovviamente, il barrio di Sants, nonostante la propria specificità, non prescinde dal contesto cittadino più ampio, né dalla serie concentrica di contesti – Catalunya, Spagna, Europa – caratterizzata, persino con un certo grado di omogeneità, da un comune disagio economico e sociale alimentato da una gestione politica che privilegia l’interesse delle elite a discapito di quello delle classi popolari. Barcellona e la Catalunya non sono affatto un’anomalia economica positiva nella Spagna devastata dalle politiche d’austerity, contrariamente a quanto millantano le narrazioni mediatiche mainstream rifacendosi a indicatori economici che non sono scomposti ne contestualizzati, ovvero senza che l’analisi sia situata a partire dalle materiali condizioni di vita di chi sta in basso. Nella “Barcellona da visitare”, la precarietà è insopportabile. Da un lato, l’economia del turismo, motore della crescita, abbassa il livello dei diritti e al contempo alza quello dello sfruttamento, potendosi avvalere di una forza-lavoro in eccesso numerico e costantemente ricattata dalla disoccupazione (e sicuramente i fenomeni di immigrazione giovanile e precaria sono una concausa). Grazie alla leva della competizione sul mercato del lavoro si riducono dunque i costi per le imprese. Dall’altro lato, il turismo incide in un modo profondamente negativo sull’organizzazione della vita nella metropoli: lo spazio urbano viene progressivamente trasformato in funzione delle esigenze dell’accumulazione dell’economia turistica, a discapito dei non profittevoli servizi per gli abitanti. Il tessuto della cooperazione sociale è imbrigliato dentro un concatenamento produttivo che verticalizza la ricchezza. Il risultato è la trasformazione della città in un gigantesco resort metropolitano, con una quasi infinita disponibilità di personale addetto. Abbiamo dunque a che fare con un modello di sviluppo (sic!) fondato sul comsumo turistico e sullo sfruttamento dei lavoratori, da cui le elite locali e transnazionali estrapolano ingenti quantità di ricchezza senza meccanismi che le obblighinio a redistribuirla. Non sorprendentemente, i casi di corruzione – sistematicamente legati alla verticalità dei flussi di reddito piuttosto che a un individualismo corrotto – anche qui sono all’ordine del giorno.

La Barcellona delle lotte

Tuttavia, dentro e contro la città della speculazione, c’è un’altra Barcellona, una Barcellona incompatibile al modello di sviluppo imposto, la Barcellona delle lotte. Ci sono le lotte per il diritto all’abitare contro la gestione speculativa del patrimonio edilizio e il dispositivo del debito (vedi la piattaforma La PAH e il movimento okupa), le lotte per il diritto alla mobilità contro il progressivo aumento dei prezzi del trasporto urbano (vedi la campagna #StopPujadesTransport), le lotte del sindacalismo conflittuale contro la precarizzazione selvaggia del lavoro (vedi i casi Panrico, FNAC, etc.), le lotte degli studenti contro l’università-azienda e il suo regime di inclusione classista. E ci sono i centri sociali: un’alternativa alla quasi totale assenza di luoghi di aggregazione economicamente accessibili. I centri sociali occupati e autogestionati si distinguono dai centri civici, inesorabilmente sussunti in una logica di sussidiarietà e mercificazone, in virtù della loro politicità incompatibile e della loro conflittualità sistemica. L’offensiva capitalistica si concentra precisamente contro queste sacche spazio-temporali di organizzazione del conflitto. Da tempo il governo locale ha deciso di fare piazza pulita dei centri sociali più politicizzati, tra i casi più eclatanti segnaliamo gli sgomberi violenti della Rimaia un paio di anni fa e della Otra Carboneria pochi mesi fa, entrambi seguiti da scontri con la polizia. Aver toccato Can Vies, un’istituzione autonoma a tutti gli effetti e fortemente conflittuale, oltre che un simbolo storico del collettivismo catalano sin dai tempi dalla guerra civile, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Can Vies non si tocca, #CanViesNoEsToca. Ed è stata rivolta, per Can Vies e per un altro modello sociale.

Rivolta

La mattina del 26 maggio, nonostante la resistenza attiva dei militanti dentro e fuori il centro sociale, Can Vies è stato sgomberato. La sera dello stesso giorno scendono in piazza 4.000 persone e hanno inizio i tumulti: il fronteggiamento con i mossos è molto intenso e si diffonde in tutto il quartiere. I celerini addirittura aggrediscono, oltre che i manifestanti, anche la sede della Directa, portale di informazione di movimento, e la libreria La Ciutat Invisible. Il giorno seguente, una nuova concentrazione sfocia in un’altra notte di barricate e guerriglia urbana. Il mercoledì, un nutrito corteo, sostenuto dalle caceroladas solidali degli abitanti del quartiere, inonda nuovamente il quartiere. La ruspa che aveva iniziato a demolire il centro sociale viene data alle fiamme, diventando il simbolo della Primavera di Sants. Ma il dato più significativo è probabilmente lo sviluppo di altri focalai di conflitto nei quartieri limitrofi: a Gracia e Poble Sec si registrano  altri accenni di insorgenza. Il giovedì e il venerdì è #EfecteCanVies: le dimostrazioni di solidarietà e unione si moltiplicano in Catalunya e in Spagna, a Barcellona una ventina di piccoli cortei marciano simultaneamente verso Can Vies, cartografando la geografia urbana dal punto di vista della Barcellona proletaria in lotta. Il giovedì partecipano addirittura 7000 persone. L’obiettivo immediato della piazza è la smilitarizzazione del quartiere (“Policia fora dal barri”), e la polizia viene fronteggiata con rabbia e determinazione. L’obiettivo politico sono le dimissioni del sindaco Xavier Trias, esponente dell’indipendentismo reazionario. La settimana avrà culmine il sabato: in mattinata ci si ritrova tra le macerie del centro sociale per iniziare a ricostruirlo, il pomeriggio un corteo di oltre 20.000 persone invade le strade del centro. Alla manifestazione viene provocatoriamente impedito l’accesso sulla Rambla, l’arteria vitale della Barcellona turistica, e da lì hanno inizio i disordini che si protrarranno fino a notte inoltrata.

Pratiche

Passiamo ora ad alcune considerazioni analitiche. Le pratiche messe in campo a Sants si caratterizzano per una geometria d’azione differenziata e flessibile: l’inclusività si ottiene grazie a un agire molteplice, dispiegato su più piani. Il proletariato-precariato giovanile, metropolitano e periferico, non rinuncia alla radicalità del proprio agire e ciò non pregiudica la partecipazione di altre soggettività e altre generazioni. In piazza c’è spazio sia per le caceroladas, sia per la guerriglia e il fronteggiamento contro le forze dell’ordine. La postura dei collettivi di Can Vies è stata esemplare nel rifiutare ogni divisione tra manifestanti buoni e cattivi, pacifici e violenti. La solita (violenta) strategia comunicativa ‘anti-violenza’ di istituzioni e media mainstream, che per esempio il 22M in seguito agli scontri avvenuti al termine della moltitudinaria Marcia per la Dignità a Madrid aveva tristemente fatto breccia nei discorsi di alcuni portavoce del movimento, fatica ad attecchire. Il discorso sulla legittimità o meno della violenza di piazza è sinora stato respinto in modo compatto dal movimento e dai suoi simpatizzanti: la violenza è strutturale al contesto, la questione è l’uso della forza. Indubbiamente, ciò rappresenta uno scarto rispetto alla produzione discorsiva degli Indignados. Inoltre, occorre sottolineare che la radicalità delle pratiche ha portato a risultati concreti: il governo, dopo l’iniziale intransigenza, si trova costretto a chiedere ai collettivi di negoziare e cerca disperatamente dei mediatori. Ma la risposta è un secco no. Una scritta su un muro recita: “Non negoziamo, combattiamo per la rivoluzione”.

Un altro elemento degno di nota è la forma semantica adottata dalla mobilitazione: #EfecteCanVies, che ricalca l’ormai celebre #EfectoGamonal, esprime un modo di intendere la solidarietà assai produttivo, perlomeno in potenza. Effetto indica propagazione e contagio. E’ un termine che interpella non solo le strutture, il cui ruolo organizzativo rimane tuttavia di fondamentale importanza, ma direttamente  la composizione sociale che si riconosce simpatetica. Un effetto è un divenire, e in quanto tale imprevedibile: privilegia il dinamismo dell’azione allo schema statico del presidio. Questo è un tipo di semantica che immediatamente invita alla generalizzazione delle lotte e alla moltiplicazione delle pratiche.

Infine, la repressione. Inutile dilungarsi sulla sua durezza: 81 arresti e due carcerazioni preventive sono cifre più che eloquenti. L’apparato militare ‘fordista’, caratterizzato dalla centralizzazione e la massificazione della potenza di fuoco, è supportato da reti di controllo diffuse e distribuite, una sorta di network repressivo ‘postfordista’: impressionante il capillare dispiego di “secretas”, agenti in borghese infiltrati dentro la manifestazione e per tutta la città. Il pattugliamento diffuso, responsabile della maggior parte dei fermi, è complementare alla violenza frontale e al kettling. Da sottolineare, l’utilizzo di Twitter e della app Memetro (solitamente utilizzata per evitare i controllori in metropolitana) per segnalare la presenza dei ‘”secretas”. Durante queste giornate di lotta, Barcellona si è ritrovata in uno stato d’eccezione poliziesco: i diritti formali sono venuti meno e gli abusi impuniti non si contano. Il capo dei mossos si è dimesso, ma le squadre addirittura paiono essersi autonomizzate, come se avessero carta bianca nella gestione della repressione. Questo è il livello dello scontro.

Territorializzazione della governance e conflitto di classe

Riaffiora ora quell’immagine con cui aprivamo l’analisi: forze dell’ordine catalane e forze dell’ordine spagnole unite in uno stato d’eccezione poliziesco atto a difendere la normalità di una crisi gestita su più piani istituzionali. Un’immagine potente che efficacemente decostruisce le costruzioni ideologiche sovrapposte alla materialità del reale. Il catalanismo generalista, senza connotazione di classe, si rivela per quello che è: un dispositivo ideologico impugnato delle elite. La rivolta di Sants ha però aperto una breccia nel discorso indipendentista per sé, quello del governo cittadino guidato da CIU, che vorrebbe azzerare le differenze interne attraverso la costruzione, marcatamente essenzialista, di un’unità di popolo contrapposto a un nemico esterno, lo Stato spagnolo. Un nemico esterno che nemico non è, se non ideologicamente, dato che ci si allea ad esso per reprimere le insorgenze sul territorio. L’effetto Can Vies ha mostrato come sia diffusa la percezione di un nemico ubiquo, che è un nemico di classe, annidato in tutte le istituzioni della governance multilivello. Questa è una lezione politica di grande importanza: o si fa un uso pragmatico e non essenzialista dell’indipendentismo come leva per incidere sui rapporti di classe – il discorso prevalente trai i militanti locali –, o ci si ritrova sussunti da un dispositivo ostile che annulla il conflitto proiettandolo verso un fuori che non esiste. La territorializzione delle istituzioni – sia essa sullo spazio geografico catalano o su quello europeo – è dunque un discorso politico non solo insufficiente, ma estremamente pericoloso se privo di una spinta dal basso. L’agibilità o meno di un determinato spazio non può essere un alibi. La sfida di immaginare e costruire nuove istituzioni, multilivello, si gioca, come sempre del resto, sul conflitto di classe.

 

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