Bastone storto e barra dritta: sulla parabola del grillismo

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La débâcle del Front national in Francia e l’elezione di Macron, le vicende catalane e i balbettamenti di Podemos, le difficoltà dell’amministrazione Trump. E dalle nostre parti: le elezioni siciliane e il gran ritorno del centro destra, la disastrosa e ormai conclusa parabola di Matteo Renzi, l’opaca prestazione delle giunte cittadine del Movimento 5 stelle. Eppure è sufficiente questo a considerare chiusa la parabola anomala del “populismo” italiano? Non crediamo. È quindi necessario aggiornare il discorso ponendo uno sguardo sul processo che si è consumato e sui giorni presenti, in cui i grillini governano alcune delle città più importanti del paese, sono il primo partito a livello nazionale ma sembrano come non mai aver esaurito la loro spinta propulsiva e catalizzatrice di una critica.

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Cercheremo di muoverci su più livelli dalla prospettiva locale e “privilegiata” di chi si è misurato con i primi 500 giorni del governo Appendino, alla politica nazionale e alla crisi globale, a immagine della complessità (e della confunsione!) che ci circonda. Per iniziare, però, è necessario prima ribadire alcuni concetti che negli anni ci hanno portato a proporre un punto di vista sullo sviluppo del grillismo. 

Nel M5S abbiamo sempre visto una spia, un segnale. L'elemento che quindi, da subito, ci ha interpellato era quello della composizione dei votanti del 5S “della prima ora”, quando ancora il movimento intercettava la trasversalità dell’anti-berlusconismo allargando il suo vaffanculo a tutto l’arco parlamentare. Per quanto interclassista e magmatica questa composizione era portatrice di degli elementi di novità rappresentando una prima riconfigurazione visibile della soggettività e della stratificazione della società post-crisi del 2008. Un coagulo eterogeneo e certamente non esclusivamente proletario, una soggettività più impoverita della fase precedente che però allineava fasce del lavoro cognitivo e delle giovani generazioni dell'economia promessa (tradita) assieme agli esclusi della ristrutturazione post-industriale e una parte di classe media in affanno. Tutti si riconoscevano nell'essere radicalmente contro la politica dei partiti e delle istituzioni.

 

Sintesi impossibili

All'alba di questo ragionamento coglievamo già la presenza di due istanze di difficile conciliazione all'interno del M5S. Una era quella di una maggiore efficienza della politica. Il pensiero che le istituzioni, una volta svuotate dai corrotti e poste nelle mani giuste, sarebbero diventate un esempio di buon governo. A questa istanza erano associate la retorica meritocratica e la forte pulsione giustizialista.

L'altra era quella che riguardava i temi dei bisogni sociali come quelli della casa, del lavoro, dell'ambiente, della redistribuzione del reddito e della povertà. Parte di questi temi erano contenuti addirittura nelle famose 5 stelle del logo del partito fondato da Grillo. La maggioranza del corpo degli attivisti della prima ora, quelli dei meet-up, si era formato su queste battaglie.

La prima istanza si può ascrivere all'eredità dell'antiberlusconismo, ma soprattutto ai vagiti della classe media impoverita che, spaventata dalla crisi e dalle politiche di austerity, spingeva sull'innovazione del gioco democratico e sulla rottura dei residui clientelismi che ingolfavano la macchina dello stato e impedivano la possibilità di ascesa sociale. Un’istanza con cui ha giocato ambiguamente, fin dall’inizio, anche una parte della grande borghesia nostrana, intravedendo la possibilità di un colpetto di mano per liberare “le forze del mercato” dai soliti lacci e lacciuoli: in fondo, una delle sintesi politiche più efficaci della battaglia grillina – il termine Casta – l’hanno coniato due editorialisti Corriere della sera nel 2008. La seconda era invece figlia soprattutto delle lotte sui territori, anch'essa fortemente eterogenea e intergenerazionale, che aveva interesse a bloccare l'attacco al welfare e a redistribuire la ricchezza sociale prodotta concentrata nelle mani di pochi imprenditori e istituzioni della finanza che avevano colto l'occasione della crisi. 

Queste due anime hanno portato sempre al confuso quanto inutile dibattito sulla natura del movimento 5 stelle (sono di destra o di sinistra?) impedendo di comprendere che l’apparente schizofrenia del “mostro” era la cifra del superamento, non solo semantico, di una dicotomia politica a cui non siamo mai stati, per quanto ci riguarda, granché attaccati. Ci torneremo, ma diciamo per ora che non ci sono mai state due anime differenti dentro i 5stelle: dottor Jekyll et Mr Hyde sono sempre stata la stessa persona. 

Già allora però avvertivamo che le “condizioni oggettive” avrebbero reso impossibile la sintesi tra queste due istanze e che a lungo andare si sarebbe aperta una chiara contraddizione. E in effetti questa collisione è ormai sotto gli occhi di tutti. Sarebbe stato possibile, forse, prendere ancora un po’ di tempo  ma la dirigenza dei cinque stelle, con la fregola di andare al governo, ha forzato la mutazione del partito portandolo su terreni più accettabili per il gioco democratico e provando a proporre figure dal profilo più istituzionale nelle varie tornate elettorali. Ha serrato le fila tenendo ai margini o epurando gli elementi anomali, sia quelli generalmente “eretici” o opportunisti sia quelli dal carattere più movimentista, affinché non disturbassero la manovra. Si è accreditata nei salotti bene dell'economia e della finanza italiana, cercando di rassicurare il mercato e gli osservatori internazionali che un governo pentastellato non sarebbe stato un disastro per i loro investimenti, ma, in qualche modo, avrebbe anche potuto essere un'opportunità. Questa scelta di farsi istituzione del nuovo corso possibile, nella speranza che una volta conquistato il governo nazionale si riesca a gestire la crisi e la distribuzione delle risorse, ha segnato da subito le amministrazioni locali di Appendino e Raggi. 

Due figure soft ed empatiche, provenienti da settori della borghesia progressista e disorientata, che da subito hanno dimostrato di non voler sconvolgere gli assetti di potere, burocratici e sistemici delle città che governano, ma di volerli riformare in maniera a detta loro più funzionale. Eppure le mappe di distribuzione del voto e il clima pre-elettorale che si respirava nelle due città – in maniera più marcata a Torino che a Roma, dove lo scandalo Mafia capitale ha giocato un ruolo non indifferente allineando sul voto grillino grossi pezzi di società esterni a quella composizione sociale evocata poco sopra –  testimoniano chiaramente come la richiesta della base del movimento e degli elettori fosse tutt'altro che scarna di una volontà di rottura. Un voto marcatamente giovanile e periferico marcava l'intenzione di rifiutare ulteriori anni di tagli e di una politica degli investimenti atta ad arricchire sempre e solo i già ricchi, rappresentando la prima avvisaglia del crollo della governance del PD a trazione renziana, si schianterà definitivamente sullo scoglio del referendum costituzionale.

La tensione efficentista di queste amministrazioni ha però subito dovuto fare i conti con alcune realtà dei fatti tutt'altro che trascurabili. In primo luogo con le eredità che le amministrazioni passate avevano lasciato sul campo, in particolare in termini di debito. In secondo luogo con le rigidità degli assetti di potere pre-esistenti, in particolare i quadri intermedi dell’amministrazione pubblica, tutt'altro che felici del cambiamento. E in terzo luogo con le richieste dal basso che l'elettorato di riferimento vuole soddisfatte nel segno della discontinuità per cui ha elargito il voto. Il tutto in un contesto di scarsissima autonomia, finanziaria e quindi politica, di cui oggi dispongono gli enti locali se solo vogliono un minimo scartare dai binari del Patto di stabilità.

Queste complessità hanno soffocato i rosei progetti di rinascita delle sindache che hanno scelto di sanare i bilanci piuttosto che aprire una battaglia sulla questione della spesa pubblica e degli investimenti tralasciando così, di fatto, i temi sociali. Questo processo ha reso del tutto impotenti le due giunte. Osteggiate dai burocrati e dai tecnici, continuamente sotto attacco da parte delle altre forze politiche e dei giornali e con le altre istituzioni che agiscono sui territori a stretto contatto con lo stato (questura, prefettura, magistratura) ostili, in poco tempo hanno palesato una certa incapacità di fondo. Ed è così che, come un boomerang, la questione dell'efficienza e del buon governo è tornata indietro ed è diventato il cavallo di battaglia del PD e delle altre compagini che vorrebbero ristabilire lo status quo.

D'altro canto anche nei settori sociali che guardano al M5S comincia a muoversi una nuova disaffezione e inizia ad essere palese la mancanza totale di un progetto alternativo di lungo respiro che risponda ai bisogni e alle sperequazioni. A Torino, se un certo consenso regge è in gran parte perché vi è una consapevolezza che una restaurazione delle vecchie compagini politiche tornerebbe a restringere ulteriormente le possibilità di strappare dei giovamenti della propria condizione. 

 

Innovazioni e ritorni al passato

D'altro canto, non è solo su un piano locale che questa mutazione ha provocato la perdita di una carica di novità di cui era portatore il M5S. Infatti alcuni dei temi che nel dibattito originario la facevano da padrone al suo interno sono stati messi da parte o considerati meno centrali. Un esempio su tutti era il rapporto con le nuove tecnologie nel campo del lavoro, dell'ambiente e anche nell'organizzazione della società. Anche in questi temi le ambiguità erano tante e profonde. Ma erano stati colti in anticipo rispetto ad altri alcuni dei dilemmi centrali del futuro prossimo. A fianco ad alcune bufale e ad accenni di un protezionismo si parlava di disoccupazione tecnologica e di come affrontarla, di grandi opere inutili e di politiche ambientali diverse, di democrazia diretta con l'ausilio del web e dell'utopia informatica liberatrice. Ovvio era evidente già al tempo come non si cogliessero le tendenze in sviluppo e come non si comprendesse in toto che la scienza e la tecnologia non hanno carattere neutro. E non si volevano d'altronde vedere le nuove enclosures che i giganti del web stavano piantando in questa frontiera e dunque la battaglia, già perduta, sulla libertà del virtuale. 

Questa capacità, però, di proiettare su un piano più alto e più di medio periodo le istanze di cui i grillini erano portatori era una forza significativa, successivamente scopiazzata senza riuscirci dagli altri partiti politici. Insomma, la carica alternativa della proposta e il protagonismo nell'elaborarla di una considerevole base di militanti marcava la differenza con la vecchia politica che veniva rifiutata. 

Eppure in relativamente poco tempo questa potenzialità contraddittoria si è dissolta, a seguito dell'ingresso nell'agone politico istituzionale il dibattito si è ridotto e impoverito, fino a diventare una caricatura dello stesso. Il culmine è giunto in occasione delle elezioni via web del candidato presidente del consiglio vinte da Di Maio. L'ultima e già stanca rappresentazione di una tensione verso il futuro quale quella della democrazia diretta della rete è stata auto-sabotata al fine di scegliere un leader adatto alla volontà di entrare nella stanza dei bottoni. Certo, vista la natura bifronte di un partito più di opinione che di massa, caratterizzato da una militanza poco stratificata e dalla sola riconoscibilità di alcune figure mediatizzate, da un elettorato con una forte volontà di delega e una dirigenza che si impone sulle scelte del processo, la strada era già segnata. E, certo, l'utopia spicciola di immaginare il web come un sostituto di un progetto di attivazione e partecipazione sui territori, di soggettivazione profonda delle figure sociali di riferimento dava la misura delle fragili radici. E, sicuramente, molto avremmo anche da dire su questo concetto di democrazia diretta, che se non sostanziato da una eguaglianza effettiva vuol dire poco e niente. Ma è importante sottolineare, se ci si passa il paragone, che i giacobini si sono trasformati nei termidoriani di sé stessi (senza neanche una rivoluzione!).

 

I populisti che hanno paura del (loro) popolo

Che Grillo e la dirigenza grillina abbiano paura delle piazze era evidente già da tempo. Se si escludono i tour elettorali, ogni qual volta, dalla rielezione di Napolitano in poi, il MoVimento ha convocato una piazza di protesta ha avuto il terrore che una possibile eccedenza travalicasse i perimetri dell'evocazione di un popolo indignato, ma fideisticamente passivo, in attesa che i “portavoce” dei cittadini sconfiggessero il mostro della vecchia politica.

Il popolo in questo caso è un'icona da presentare ad hoc in certi momenti. Viene ritirato fuori dal sacco contro l'approvazione del Rosatellum ma non contro il Jobs Act e persino in occasione del referendum costituzionale la paura di una potenziale dimensione di massa che travalicasse le bandiere pentastellate ha impedito la convocazione di una piazza significativa da parte di questa compagine. Un popolo che è disabituato a scendere in piazza però si arrugginisce e la misura la dà la tiepida partecipazione alla mobilitazione contro la recente legge elettorale. 

La paura è data anche dalla sconnessione sempre maggiore con i settori sociali di riferimento e con la base degli attivisti, la preoccupazione è quella di non riuscire a controllarla. Infatti nel farsi istituzione buona parte delle strutture e delle figure riconosciute grilline sono state assorbite dentro i compiti amministrativi e non c'è stato un vero e proprio ricambio, la formazione di una nuova generazione di militanti. L'attivismo si è via via appiattito, i meetup non rappresentano più una realtà attrattiva nel caso in cui non siano direttamente spariti, i “gruppi di lavoro”, saccheggiati per la costruzione dei programmi politici, sono svuotati di senso e inattivi per non parlare della presenza all'interno delle contraddizioni reali che, salvo in pochi casi, è ridotta al lumicino. Oggi la missione dell'attivista cinque stelle si riduce alla dimensione dei media, più precisamente dei social, con il compito di produrre la denuncia antipolitica o di condividere i materiali che gli epigoni del movimento fanno circolare.   

A lungo andare se questo stato di cose da un lato rafforza il meccanismo della delega e dall'altro inizia a produrre una certa disaffezione tra gli elementi più dinamici, sia tra gli attivisti che nella base elettorale. Disaffezione che riguarda anche e soprattutto quei giovani che si sono espressi in massa nel No al Referendum costituzionale, ma che, nel riconfigurarsi del movimento come forza centrista (in senso di collocazione sociale), a protezione della piccola borghesia e del ceto medio impoverito, non riconoscono più nel M5S neanche un possibile voto “di protesta”. In questo senso, le goffe aperture sui “diritti” in chiave anti-berlusconiana, che già si annunciano nella campagna elettorale a venire, sono ormai fuori tempo massimo…

 

La fase elettorale

I nodi contraddittori stanno venendo al pettine. Le elezioni nazionali si sono ormai configurate come un all-in del Movimento Cinque Stelle. Dovrebbero essere la prova di maturità e consenso, nonché in caso di vittoria la scialuppa di salvataggio per le amministrazioni locali boccheggianti. Amministrazioni locali che rischiano di rivelarsi un fallimento per le promesse elettorali non rispettate e che rischiano di spaccarsi al loro interno: tutt'altro che compatte risultano già a oggi fortemente attraversate da dissidi in sordina, grosso modo tra chi sostiene la linea “istituzionalista” del nazionale e chi invece vorrebbe dare risposte ai territori di riferimento. La martellante azione congiunta dei partiti, della magistratura e dei media alimentano un clima in cui è già evidente la crisi e il rischio dimissioni, almeno per quanto riguarda Torino. Il mantra è quello di reggere qualche altro mese, evitando che si suscitino scandali che potrebbero inficiare il voto delle politiche. Ma pare evidente, tanto più con la nuova legge elettorale, che riuscire ad arrivare a una percentuale sufficiente per governare sia una pia illusione. 

Il moVimento quindi sembra avvitarsi in una trappola mortale in cui i consensi calano rispetto a poco tempo fa, molti tornano nell'astensionismo e non si vedono all'orizzonte colpi di reni in grado di ribaltare la situazione. 

Le elezioni siciliane sembrano consegnarci una sfida a due. Da un lato il Berlusca, gattopardo di Arcore che è tornato in grande smalto se pur ancora più farsesco e dall'altro lato un movimento che ha spinto a destra negli ultimi tempi sperando in uno scontro finale con il PD, ma che ora che quello spazio politico è blindato si trova spaesato. Tra improbabili alleanze con Grasso, PD senza Renzi e gli altri sinistrati autoreferenziali e le preghiere a San Gennaro il destino sembra segnato: altri anni di larghe intese probabilmente ci attendono.

 

Il nostro essere autonomi

Se il pensiero di Movimento (quello della nostra storia) è sempre stato quello di fare leva sull'autonomia proletaria per scomporre il campo della sinistra storica e volgere in senso rivoluzionario e antagonista pezzi di composizione sociale, ci pare che oggi questo discorso sia esaurito. La composizione sociale che fa riferimento al PD, per non parlare del variegato mondo dei partitini alla sua sinistra, è ormai in gran parte nemica. Non solo, la sinistra stessa oggi non rappresenta nulla, se non un rachitico apparato in cerca di poltrone. È bastata una spallata al Brancaccio per far implodere l'ultimo Frankenstein in ordine di tempo. 

Non saremo certo noi a piangere su questi cadaveri perché, nonostante alcuni sinceri sforzi che provano a rigenerare una storia connettendola con universo ampio e vario di esclusi dalla partecipazione politica, crediamo che il campo su cui si gioca la battaglia è un altro da tempo. Allo stesso modo la speranza di tenersi fuori dai giochi in attesa che emergano tumulti spontanei privi di contraddizioni di cui mettersi alla guida appare vana. Questa è stata la nostra stella polare negli ultimi vent’anni, che essa ci guidasse verso movimenti popolari stupendi ed entusiasmanti come il no tav o che ci portasse a mettere le mani nella merda dei forconi. E con quest’ottica ci siamo mossi a Torino in questi mesi. 

In primo luogo ci è sembrato importante provare a sintonizzarci su dei linguaggi comprensibili alla composizione che ha votato in massa per il M5S torinese per spingere verso una rottura del meccanismo della delega e dell’attesa. Certo, questo non ha significato una maggiore attivazione sociale, bisogna chiarirlo, ma ha permesso a molti di riconoscere il nostro agire politico, anche nei suoi aspetti più radicali (pensiamo, ad esempio, agli scontri durante lo sfratto di Said – un giovane papà in difficoltà economiche, all’attività di alcuni comitati popolari della periferia nord della città, al palesarsi di alcune contraddizioni nella ristrutturazione urbana post-industriale durante i fatti di piazza Santa Giulia). 

In secondo luogo la continuità nel provare a proporre i temi sociali come campo di scontro e come urgenza ha permesso di evitare che i limiti della giunta Appendino si dovessero misurare sul metro del degrado e del decoro. Il continuo tentativo di inserire un cuneo di rigidità tra le promesse elettorali e l'azione effettiva dell'amministrazione ha, in parte, impedito che la questione delle disuguaglianze e della distribuzione delle risorse venisse ripiegata su un piano di guerra tra poveri. 

In terzo luogo il provare a organizzare situazioni anche piccole, ma rappresentative dei territori e soprattutto dei settori sociali che maggiormente hanno dimostrato voglia di rottura con il vecchio assetto istituzionale per rivendicare un aumento della spesa sociale, ha avuto l'effetto di polarizzare la narrazione che viene fatta di questi stessi territori, di fare emergere la voce sulla scena pubblica di chi solitamente viene esclusivamente “parlato” dalle controparti o dai media e di verticalizzare su un piano cittadino alcuni punti.

Questi elementi, per quanto frammentari e completamente insufficienti, ci sembrano però una buona base da cui partire per agire all’interno di un senso comune che ha cambiato nettamente le coordinate del nostro agire militante. Di nuovo, populismo non come variante da interpretare né come mostro da disattivare ma come blocco da scomporre e ricomporre.

 

Un populismo “di sinistra”?

La rappresentazione mediana della sinistra, di palazzo come “di movimento”, è organizzata attorno a variazioni su un tema ben conosciuto. Il “tradimento” e la mancanza di progetto dei dirigenti storici dei partiti e dei sindacati ha provocato un sempre maggiore distacco dei settori popolari dalla “sinistra”, ormai incapace non solo di rappresentare ma persino di comprendere i bisogni delle classi subalterne. L’antidoto starebbe nel creare/ritrovare una “vera” sinistra “di classe”, vicina alle istanze “degli esclusi”, magari recuperando in maniera mimetica una parte dei linguaggi e delle istanze “della gente”. Esistono variazioni movimentiste o partitiche, animate da maggiore o minore buona fede ma suonano tutte, in fondo, lo stesso spartito. 

Ci sembra però che queste analisi non facciano i conti con un dato di fondo. La marginalizzazione di alcune forme storiche di organizzazione esplicita della classe (sindacato e partito innanzitutto) non sono solo il risultato di un tradimento: il loro esaurimento corrisponde innanzitutto a dei cambiamenti profondi che sono intervenuti all’interno delle stesse soggettività proletarie. Nella loro composizione politica, certo, sempre più impoverita e frammentata. Ma anche nella composizione tecnica, nel riconfigurarsi dei rapporti di produzione/riproduzione della società iperindustriale in cui viviamo. Non c’è nessun discorso da riprendere perché ne sono cambiati i presupposti e non si possono ridurre problemi di sintassi a problemi di semantica. Rimuovere questo dato di fondo è prendere scorciatoie che portano solo in un vicolo cieco, alla riedizione del già visto, alla riduzione di una complessità che oggi non siamo neanche in grado di analizzare. 

Il carattere risolutamente a-classista del M5S è la misura del compimento della rivoluzione dall’alto neo-liberale. Pensare che esso sia emerso a causa di Di Maio e soci è far loro al contempo troppo onore e troppo torto: il “populismo” dei 5 stelle ha solo cristallizzato in un sistema di segni un processo ben più profondo. Paradossalmente è proprio questo elemento di trasversalità posticcia che viene valorizzato dai “populisti di sinistra” che esso prenda la forma della semplificazione movimentista del 99% contro l’1%, che esso prenda le sembianze dell’apoteosi popolare sudamericana, che esso sostenga la possibile sintesi a freddo di interessi contrapposti che oggi attraversano le classi popolari. Per quanto ci riguarda non è di casa la nostalgia di un’affermazione positiva della classe in vista di una sua rappresentazione (ma verso chi? E con quali scopi?), sentiamo semmai l’urgenza di un conflitto che riesca di nuovo a porre all’ordine del giorno la sua negazione. E questo non si farà senza passare da uno scontro in seno a quelle stesse composizioni che a oggi compongono il “popolo” populista.

Il superamento della dicotomia destra/sinistra è invece ciò che risulta più insopportabile a tanti. Come se la morte della sinistra dipendesse dalla contingenza della politica parlamentare o dal qualunquismo dei media invece che dall’esaurirsi della sua funzione storica di mediazione del rapporto di capitale. Ma piuttosto che piangere sulla morte di questa forma fenomenica della politica e applicarsi alla sua resurrezione non sarebbe più interessante cogliere le potenzialità di un confuso strutturarsi delle rappresentazioni seconda una divisione tra alto e basso? Questo sì che andrebbe chiarificato e approfondito.

 

Per concludere

Ci siamo qui concentrati sui limiti di un progetto politico contingente e della sua dirigenza ma bisogna ovviamente allargare il campo. Come accennavamo in apertura la crisi del Movimento 5 stelle è da ascrivere a una crisi più generale di movimenti analoghi che, dopo aver riempito la rappresentazione efficace dei perdenti della ristrutturazione capitalista, diventano sempre più vittime degli interessi contrapposti e delle ambiguità che per quasi una decade hanno portato in grembo. Ciò ovviamente non vuol dire una ripresa della lotta di classe e nemmeno il tramonto definitivo dei populismi. Se si prende atto a livello internazionale della “tregua” momentanea che sta vivendo la crisi e della “ripresina” fittizia che sembra avere l'economia grazie alle enormi immissioni di liquidità del Quantitative Easing di Mario Draghi, infatti, ci si può immaginare che si vedranno all'opera nuovi sconvolgimenti e che una ulteriore ondata di populismi ancora più “sporca” della prima è all'orizzonte. Le forche caudine non sono ancora finite, anzi. 

Per dirlo ancora più chiaramente su un piano meno astratto: non oggi, alla luce della traiettoria apparentemente consumata dei 5stelle o di altri consimili a scala europea e oltre, è sbagliato pensare che essi non sono il contenitore possibile di una riattivizzazione antagonistica ma già ieri non era questo il motivo per cui, ciononostante, rappresentavano un fenomeno importante e non contingente. I motivi erano e sono invece (pur tenendo conto che un pezzo di traiettoria è stato percorso) la fine della sinistra e però la necessità di espressione, se non proprio di organizzazione, di un disagio che si accresce (anche su temi scomodi come la “sicurezza”), l'emergere di istanze “neo-riformiste” con linguaggi e forme inedite, una nuova s/composizione sociale (importanti anche i processi di disgregazione!), ecc. ecc. Questo in un quadro che è quello della fine della globalizzazione-finanziarizzazione rampante e del venire al pettine di nodi attinenti il “modello di sviluppo” complessivo, a partire dalla nuova situazione geopolitica tra relativo declino e conseguente aggressivizzazione yankee e l’emergere di competitor extra-occidentali. Di tutto ciò i fenomeni “populisti” sono innanzitutto il sintomo e poi il vettore, anche soggettivo, in una ben determinata direzione. Dunque, una risposta a cavallo di “sovranismo” e nazionalismo con connotazioni sociali che – questo il punto – sono destinati o a rifluire (nel caso il “normale” corso borghese tenga, ma non sembra il caso al di là di transitorie pause nella crisi) o a rifondersi in una dinamica politica al servizio del rilancio di un capitalismo nazionale “popolare”, nel quadro di una acuita competizione inter-capitalistica. Insomma, i Grillo & co, se non si eclissano, sono destinati ad aprire la strada a qualcun altro più conseguente di loro nel farsi carico delle esigenze del proprio capitalismo in salsa nazional-popolare adeguata ai tempi e alle nuove figure sociali (sta qui, anche, la vera eredità del fu riformismo). In questo percorso se oggi sono additati come il nemico dalla politica mainstream, domani potranno benissimo essere recuperati dalla borghesia che conta per dare una base sociale alle necessità che si imporranno (il che ovviamente comporta che non possano restare quello che sono oggi come organizzazioni). 

Per fare qualche richiamo concreto, basta guardare già oggi a come, dentro una rinata competizione con gli Usa (e non si tratta solo di Trump) i leader europei, da ultimo Macron, hanno la necessità di filtrare, selezionare e utilizzare alcune istanze delle forze “populiste”: la protezione del popolo attraverso il rilancio della sovranità. L’unica possibilità per la UE, dopo aver resistito alla prima grande ondata di crisi e all’attacco speculativo sull’euro, è infatti quella di porsi sullo stesso terreno aperto da Trump che è il ritorno alla centralità politica del nazionalismo (per ora) economico. In Germania la politica di Merkel in questi anni sta approssimando il suo limite: un vero cambio di fronte nelle alleanze internazionali, se si darà, non sarà possibile all’Europa (o a quanto ne residuerà) se non a partire da una spinta dal basso “populista” (e anti-Usa) in un quadro di crisi e incasinamento globale assai più avanzato dell’attuale. 

Dunque, il terreno malamente definito “populismo” è qui per restare, spia sia del disagio dei ceti medio-bassi sia della necessità, in prospettiva, per i capitali nazionali (o sub-nazionali, laddove i processi di disgregazione si impongano) di appoggiarsi su una base sociale sostitutiva di quella propria della fase montante della globalizzazione a trazione occidentale. Se questa era segnata, sotto il dominio suadente del capitale finanziario, dalla forza sociale trainante della middle class alta (tuttora prevalente sul terreno mediatico-culturale, politico, delle professioni, universitario ecc.) che si trascinava dietro gli altri strati (ecco la base del “progressismo” della new sinistra post Muro) – oggi questa “egemonia” è messa in discussione da strati di ceto medio in difficoltà, se non in impoverimento relativo, che tentano di coagulare su di sé il proletariato contro la coalizione precedente. Ovviamente con tutte le particolarità nazionali e locali del caso. Dietro c’è il fatto che la potatura dei privilegi del primo strato è oramai una necessità per il grande capitale. Ma questo potrà metterla in pratica solo scatenandogli contro il proletariato e la classe medio-bassa cui al tempo stesso può però offrire sempre meno. Una “guerra sociale” di nuovo tipo si avvicina (e qui si inserisce tra l'altro il conflitto sui migranti, il cui lavoro è la posta in palio di interessi contrapposti, di qui gli opposti schieramenti globalisti-profughisti-vittimisti-Ong liberal contro antiglobalisti-antiprofughi-sovranisti ecc... spiace che spesso questo nodo di fondo sfugga anche dalle nostre parti dove si è in difficoltà ad assumere una posizione realmente autonoma…).

Questo per i (transitori) “contenitori”. 

Ma allora, se è così, stiamo scherzando col fuoco e siamo destinati a bruciarci? Non per forza, perché quello che ci interessa è il percorso - necessitato nelle sue linee di fondo, non nelle forme particolari e soprattutto non scontato negli esiti – di un proletariato che per le ragioni suddette si va a collocare su quei lidi, con quelle istanze, in una dinamica di fondo che lega, oggi, le istanze delle classi in senso lato “sfruttate” alle rivendicazioni sovraniste e nazionali come terreno di un’inedita e rinnovata lotta di classe. Dentro questo percorso, sporchissimo e pericoloso, cerchiamo di antivedere già oggi la vera posta in palio: lo scontro, oggi sotterraneo e che non esclude la coesistenza dei contrari, tra una ripresa dell’attivizzazione di classe che possa scartare dal sovranismo (nella migliore delle ipotesi) all’incompatibilità vera col sistema e l’incalanamento verso politiche nazionaliste capitaliste. 

Dunque ribadiamo: anche dal basso il populismo, in tutte le sue varianti, non scomparirà troppo facilmente e rapidamente, proprio perché non può darsi un salto “senza mediazioni” a un dispiegato conflitto anti-capitalista. Si tratterebbe dunque di ragionare sulle condizioni, ancorché non immediate, di costituzione in prospettiva di una tendenza anticapitalista interna alle dinamiche reali della classe (se ripresa si darà) in grado di demarcarsi sia dal fronte liberal sia, appunto, da quello populista sapendo cogliere di entrambi le determinanti di classe, che sono differenti. Va da sé che non si tratta di scegliere il “meno peggio” ma neanche di essere “indifferenti” alle diverse coordinate. Tenuto conto, anche, della cifra storica attuale segnata da una asimmetria: mentre la critica ai populismi non implica necessariamente quella del capitalismo “progressista” liberal, non è dunque garanzia di nulla, tanto meno di un passaggio in direzione antagonista, la critica a fondo del campo liberal è condizione necessaria (anche se non sufficiente) di una maturazione anticapitalista (per quanto possa sfociare e oggi sfocia più sovente in complottismi ecc.). 

Si può dire che parte di quelle ambivalenze si stanno sciogliendo – non nel migliore dei modi per noi, ma si ripresenteranno a livelli più esplosivi. Chi avrà filo tesserà.

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