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Su spacciatori, giornalisti e agenti speciali

02 Maggio 2020 | in METROPOLI.

Ripubblichiamo questa nota del Centro Sociale Askatasuna di alcune settimane fa riguardo all'ennesima operazione giudiziaria e mediatica imbastita ad arte. Bisogna sottolineare le dimensioni del fenomeno che negli anni si è insidiato in via Balbo per cogliere a fondo l'assurda inversione della realtà apparsa sulle pagine dei quotidiani torinesi: non si tratta di piccoli spacciatori che tirano a campare, ma di una vera e propria azienda para-mafiosa con impiegati, capi e fornitori. A tutti gli effetti una piazza di spaccio che si è stabilita a pochi metri dall'asilo del quartiere e che ha sottratto alla cittadinanza una delle poche zone pedonabili di Vanchiglia. 

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Oggi il quotidiano “La Stampa” ha pubblicato un articolo farcito di inesattezze, con tanto di dialoghi romanzati, che fa stato di sette denunce che sono partite contro altrettanti militanti di Askatasuna che avrebbero cacciato alcuni spacciatori da Via Balbo. Visto che la redazione del quotidiano ha trovato lo spazio per indicare nomi, cognomi ed età di queste persone, ma non ha ritenuto opportuno di interpellare loro né il collettivo politico di cui fanno parte ci vediamo obbligati a scrivere queste righe per puntualizzare le fantasiose ricostruzioni della polizia politica torinese pedissequamente riprese dall’articolo de “La Stampa” e poi da “Repubblica”.

L’area pedonale di Via Balbo si trova al crocevia tra due scuole primarie (un nido e una scuola elementare), una palestra di quartiere e il centro sociale. È un luogo di convivialità e di gioco per i bambini dove si svolgono attività molto spesso organizzate proprio dall’Aska. La merenda comune, la sfilata di carnevale, lo sport popolare, la grigliata all’aria aperta, il mercato contadino sono altrettante iniziative che abbiamo portato avanti assieme al quartiere, a costo zero, per animare uno spazio che abbiamo sempre sentito come bello e importante.
Qualche anno fa, con la moltiplicazione delle licenze per locali e localini, è arrivata anche la vendita di sostanze, che ha pensato bene di installarsi nell’area pedonale, facendosi scudo della nostra presenza. Da diversi anni, quindi, abbiamo intrapreso una serie di iniziative contro la trasformazione di Via Balbo in una piazza di spaccio. Dal 2015, abbiamo appeso striscioni contro questo tipo di attività e mantenuto una presenza volta ad impedire lo smercio di sostanze nell’area pedonale. Concretamente, nelle ore diurne abbiamo continuato ad animare quelle zone con iniziative sociali e nelle ore notturne abbiamo montato gazebo, offerto vin brulè ai passanti, spiegando a voce o con dei volantini il senso e le ragioni della nostra iniziativa. Questo per dare qualche elemento di contesto che anche i giornalisti della Stampa avrebbero potuto facilmente reperire in rete e che invece hanno coscientemente omesso di dare. Perché se durante queste iniziative non ci è mai interessato fare comunicati stampa o qualche selfie come hanno fatto le istituzioni quando si sono preoccupate, in maniera tardiva quanto effimera, della questione, il percorso attivato contro lo spaccio in quartiere è stato costruito in questi anni con attività pubbliche portate avanti assieme alle famiglie e ai genitori della scuola. Sull’episodio specifico al centro dell’operazione speciale della Digos, durante il quale pare che qualcuno avrebbe anche deciso di invitare con modi più o meno cortesi gli spacciatori a levarsi di torno, non c’è da spendere molte parole e lasciamo tutti farsi la propria opinione.

Quello che ci preme, invece, è spendere qualche parola in più sulla tesi centrale dell’articolo. Magari per evitare che nei suoi lettori queste iniziative suscitino la stessa simpatia che hanno provocato tra chi ha preso i nostri volantini, i giornalisti tengono a specificare a conclusione del “reportage” che queste azioni anti-spaccio dell’Askatasuna non siano in realtà contro lo spaccio ma attinenti a un “controllo del territorio”, inteso più o meno velatamente nella sua accezione proto-mafiosa e prepotente. Sarebbe bastato un giro sui nostri canali informativi ma teniamo a rassicurare anche oggi “La Stampa” del contrario. Sono precisamente iniziative contro lo spaccio frutto di una riflessione politica sul rapporto tra vendita di sostanze, militarizzazione del territorio e sottomissione del quartiere alle logiche del consumo distruttivo. Vogliamo evitare che si trasformi in un luogo di profitto mafioso aperto H24 quella che oggi è una zona fatta di una socialità alternativa, che sta mostrando in maniera concreta la possibilità di vivere diversamente gli spazi urbani, prendendosene cura dal basso, senza gendarmi e senza la presenza ingombrante di compagini politiche più attente ai voti che ai bisogni di chi vive a Vanchiglia. Quello che è certo, invece, è che le nostre iniziative non sono mai state iniziative contro la droga di per sè. Un certo moralismo ipocrita lo lasciamo ai deputati che pippano nei bagni di Palazzo Madama e coprono la n’drangheta mentre fanno i tromboni a favor di telecamera. Non che consideriamo il consumo (di sostanze o di qualsiasi altra merce) come attinente alla sfera di una libertà individuale pretendutamente avulsa alla riflessione politica collettiva. Ma l’obiettivo pratico di questa nostra campagna, molto prosaica e concreta – forse troppo per alcuni – non è mai stato mettere in questione come ognuno usa il proprio tempo e il proprio corpo ma difendere una zona liberata da interessi e rapporti che nulla hanno a che fare con la costruzione di un’alternativa alle relazioni sociali esistenti.

Questa operazione orchestrata contro sette nostri compagni tocca per noi il punto più basso mai raggiunto dalla Digos di Torino. Che la polizia porti spacciatori di crack in caserma, magari garantendo loro immunità, per convincerli a denunciare dei compagni che li avrebbero cacciati da davanti a una scuola è degna di questi prodi e delle loro operazioni speciali. Che si provi a farne delle bandierine di un grottesco antirazzismo poliziesco pensando di suscitare chissà quale imbarazzo all’Askatasuna richiede un pelo sullo stomaco che solo la divisione più meschina d’Italia può permettersi. Che si usino telecamere nascoste e intercettazioni ambientali per queste cazzate mostra a tutti quali sono le priorità dell’ipertrofica e annoiata polizia politica torinese.

Quanto a noi continuiamo a dire che se Via Balbo si ama serve che in questo luogo non ci siano né spaccio né madama, e ad organizzare iniziative di solidarietà dal basso che mai come in questo momento se ne sente davvero il bisogno. E siamo certi di non essere gli unici.

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