Mondi possibili. Costruire il futuro, difendere il vivente

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Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Salvo Torre (Università degli studi di Catania, POE) all’interno del ciclo “Pandemia: sintomi di una crisi ecologia globale”.

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Alla fine ci siamo fermati e fermate. Questa enorme macchina dentro cui abbiamo vissuto per secoli e che negli ultimi decenni ha accelerato a dismisura i suoi ritmi e le sue attività, ad un certo punto si è bloccata. E si è bloccata perché l’elemento che ha inceppato tutto, che era probabilmente prevedibile e facilmente definibile, era anche l’elemento più nascosto, considerato come assolutamente marginale. La macchina si è bloccata e alla fine ci siamo accorti e accorte che il motore eravamo noi, e probabilmente anche il carburante, eravamo e siamo l’elemento che tiene in piedi tutto, insieme a tutto ciò che complessivamente anima la più grande contraddizione che questo sistema sia riuscito a inventare, cioè la contraddizione fra il capitale e il vivente.

Il vivente ha ripreso spazio, ha ripresentato la sua presenza, si è di fatto imposto come ciò che poteva e che ha ancora il potere di bloccare tutto.

È abbastanza probabile che ricorderemo il tardo capitalismo, se non l’intero sistema, come il più grande progetto reazionario della storia, forse l’unico sistema che finora sia riuscito, non solo a realizzare un modello di gestione così violenta e radicale da porre apertamente la contraddizione fra sopravvivenza e morte al centro della quotidianità di miliardi di persone, ma anche l’unico grande progetto reazionario che sia riuscito a renderci partecipi in maniera profonda, a renderci complici del nostro stesso sfruttamento. Ci siamo fermate e fermati, adesso si sta ricominciando a parlare della partenza e si sta cominciando a parlare di ripartire dentro lo stesso identico schema che ha prodotto tutto questo. Non solo questo progetto è destinato al fallimento, ma quello che si sta concretizzando di nuovo, in termini ancora più radicali e violenti, è una guerra sociale condotta da parecchio meno dell’1% degli abitanti del pianeta contro tutto il resto.

Nella storia del capitalismo le trasformazioni sono sempre avvenute nelle prime ore di una crisi, non su lunghi periodi; così le trasformazioni avvenute in questa crisi vanno considerate già virtualmente concluse. Si tratta di trasformazioni che sono da considerarsi come epocali e che forse non ci aspettavamo di vivere in questo modo, dall’interno delle case, in una maniera periferica. Sono avvenute però e sono trasformazioni che hanno una portata storica enorme.

La prima forse è quella più facilmente definibile: è finita l’epoca neoliberale, quel cinquantennio iniziato in maniera ufficiale nel 1971 che ha ridefinito l’intero sistema planetario, accelerando a dismisura tutti i sistemi di sfruttamento, sostenendo l’idea che la società non esiste e che a fronte dell’inesistenza della società si dovesse ristrutturare il mondo come uno spazio di mercato. Questo modello che al momento guida tutte le politiche planetarie sia quelle delle grandi istituzioni sia quelle degli Stati, che ha accelerato il percorso che ci ha portato fino a qui, è finito nella più grande crisi economica della storia del capitalismo. I dati sono parziali, ma stiamo già discutendo al momento di una recessione mondiale di almeno il 3% del PIL globale. È probabile che i numeri siano molto più alti, nel caso italiano gli indici parlano di un crollo del 9-10% del PIL, il che significa tornare esattamente al livello del 2004. Si tratta però di stime costruite sull’idea che da domani mattina tutto riparta esattamente come prima e sappiamo già che ciò non avverrà.

È finita nella più grande crisi della storia del capitalismo quella fase di cinquant’anni che aveva pensato che tutta la realtà dovesse essere totalmente e assolutamente venduta alla produzione di profitto e sottostare ai processi di accumulazione. È finita quell’idea di una società “a prestazione”, per cui tutto, e in questi giorni lo stiamo vedendo con la macro-categoria di salute, poteva essere comprato, venduto, messo sul mercato stabilito da regole e principi propri dello scambio e del valore di scambio (non di quello d’uso).

La seconda trasformazione già avvenuta riguarda il lavoro. Nelle modalità prevalenti nelle aree forti avverrà un forte spostamento verso il telelavoro, una dinamica di relazione per cui si dissolve definitivamente la distinzione tra tempo di lavoro, tempo di consumo e tempo di svago a favore di un unico grande contenitore, di una modalità unica in cui produciamo valore per qualcun altro costantemente. Il lavoro a cui ci eravamo abituati è finito nelle sue modalità tecniche, in un’estrema parcellizzazione. L’idea che si possa pensare a qualcosa di paragonabile al modello novecentesco della grande aggregazione di lavoro è del tutto impensabile adesso. Sono finite anche quelle forme di estremo sfruttamento che avevano prodotto, dando un’interpretazione marxiana classica, l’esercito di mano d’opera di riserva.

Anche l’uso delle migrazioni a sostegno dell’espansione di ulteriori livelli di sfruttamento è finito, perché in questo momento esatto, il blocco delle attività ha obbligato anche ad una ridiscussione necessaria di tutte quelle categorie che erano state considerate come secondarie. Tra queste categorie ci siamo, guarda caso, improvvisamente accorti che la maggior parte del cibo che normalmente mangiamo è prodotta dalla peggiore filiera di sfruttamento che sia stata immaginata all’interno dell’idea dell’emancipazione tramite il lavoro, prodotta dalla storia degli ultimi secoli. È finito perché i processi che già erano in atto prima hanno subito una forte accelerazione, come avviene in tutte le crisi economiche, riportando a galla l’idea che ci sia una linea di esclusione permanente oltre la quale inizia a essere ricacciata la maggioranza della popolazione del pianeta e che il miraggio dell’inclusione non è più alla base di quell’idea.

Tutto ciò sta avvenendo però dentro gli schemi neoliberali. La crisi petrolifera, il crollo del prezzo del petrolio e la riduzione della produzione, non sono neanche lontanamente paragonabili con quello che è avvenuto del 1973: la crisi che era stata individuata come uno dei momenti fondamentali per la nostra era.

Si è spostato l’asse delle decisioni politiche, ricongiungendosi con quello che è ormai già da decenni l’asse di direzione economica mondiale; non è detto che gli Stati Uniti ripartano e, se lo faranno, lo faranno fra qualche mese, mentre in realtà, nonostante sia ancora nel pieno della crisi, il capitalismo cinese, semmai si possa parlare di un capitalismo localizzato, ormai è ampiamente ripartito, è in piena attività.

È finito, nonostante l’accelerazione di questi giorni in cui si rivendicava ed invocava la difesa dei confini, lo Stato-Nazione. Probabilmente stiamo assistendo alla fine dello Stato come istituzione moderna, diciamo che sicuramente l’idea della ricostituzione del modello nazionale e dell’espressione della sovranità localizzata è stata spazzata via definitivamente da questa esperienza; abbiamo ceduto nell’arco di pochi giorni, enormi spazi di sovranità, decisione e sopratutto capacità di azione rispetto anche alla gestione della quotidianità delle nostre vite, alle nuove grandi aggregazioni del capitalismo digitale e sicuramente non torneremo indietro.

È finito il modello dell’istruzione ottocentesca che pescava nel grande sviluppo della modernità, la scuola e l’università non saranno più quelle di prima e non semplicemente per la didattica a distanza, per il problema rappresentato dalle differenze sociali o dall’accesso tramite sistemi telematici, ma perché proprio è diventata evidentemente obsoleta tutta quella struttura che era stata immaginata e concepita come una preparazione al mondo della produzione in fabbrica: l’orario di lavoro paragonato all’orario di studio, i ritmi e i tempi, il contenimento in un’aula come forma di preparazione o comunque adeguamento all’idea del contenimento all’interno di uno spazio produttivo.

Quella macchina che negli ultimi secoli si è mossa accelerando fino alle estreme conseguenze dell’età neoliberale, è arrivata a toccare, dopo averlo inventato e costruito materialmente, il limite. Quando ci siamo arrivati sono riesplose tutte le contraddizioni interne al sistema; il motore si è inceppato e si è inceppato proprio dentro quel meccanismo che aveva convertito progressivamente tutto il tempo della riproduzione biologica al tempo della produzione. Negli ultimi secoli non abbiamo fatto altro che accelerare un sistema che voleva convertire i ritmi biologici a quelli dei nostri rapporti sociali di produzione e dentro gerarchie che sono state le gerarchie fondative del modello di potere della modernità. Il che significa che quel sistema immaginato ad uso e consumo del maschio bianco occidentale è probabilmente naufragato, quanto ci metterà ad affondare non saprei dirlo, questo rientra negli schemi previsionali che son sempre molto difficili da produrre, sicuramente già così è evidente che non può più funzionare nello stesso modo. Perché non può più recuperare consenso nello stesso modo, non sarà più possibile tra 15 giorni, quando usciremo, anche in Italia, ripresentare gli stessi modelli politici di consenso precedenti o gli stessi modelli di costruzione del consenso intorno alle attività produttive. Non solo perché tutto, dopo il passaggio di questa linea d’ombra, sembrerà superato, appartenente ad un mondo precedente, ma perché sarà anche seriamente difficile giustificarne l’esistenza.

Ogni processo di accumulazione si è sviluppato dentro questa storia secondo uno schema abbastanza simile, ogni grande ondata di accumulazione si è sviluppata all’interno di crisi che poi assumevano scale di valore di tipo differente. E quella a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’ondata su scala inimmaginabile rispetto al passato, stiamo parlando delle cifre esponenzialmente più grandi della storia umana, dovendo ragionare nei termini a cui ci siamo abituati negli ultimi secoli. Però sarà il caso forse di cominciare a ricordare che a ogni ondata o crisi di accumulazione si è presentata contemporaneamente una grande ondata di conflittualità sociale, una grande ondata di ridiscussione delle modalità con cui abbiamo vissuto fino a quel momento. Sono fermamente convinto che ci sia stata anche una forte partecipazione, cioè il fatto che la gran parte dei movimenti di opposizione nella storia della modernità abbia anche contribuito all’origine delle crisi e che quel sistema che si è sviluppato, rafforzato, alimentato di contraddizioni, si è alimentato anche dal punto di vista dell’innovazione proprio delle contraddizioni e dei conflitti. Sono convinto cioè che le idee che sono state prodotte nell’ambito dell’opposizione al capitalismo, soprattutto all’interno dello sviluppo delle crisi, siano poi state utilizzate per uscirne: sono state riconvertite ai processi di accumulazione.

Questo significa però anche che adesso è diventato possibile definire qualche elemento nuovo che sta emergendo e parlare di qualcosa che è già presente. Qualcosa che stiamo facendo già noi adesso, è ridiventato cioè veramente facile, per quanto sia un orizzonte ancora molto lontano, immaginare la fine del capitalismo, è ridiventato molto concreto e percepibile come discorso e questo è successo in una maniera, effettivamente anche questa storicamente assimilabile ad altre fasi, molto lineare, concreta, molto legata alla nostra esperienza di vita. È ridiventato molto facile immaginare quel discorso e immaginare che quel discorso sia la via d’uscita. Si può dire che sia diventato molto facile ricominciare a parlare del fatto che o si trasformano in maniera radicale tutti i rapporti sociali di produzione o ci ritroveremo nella stessa identica situazione tra poco. Non solo, è ridiventato molto facile capire quanto questa crisi stia colpendo in maniera assolutamente ineguale la gran parte della popolazione del mondo. Il caso Italiano è un caso abbastanza semplice da definire rispetto ai processi degli ultimi anni, non è il caso più critico, però è abbastanza evidente che da alcuni giorni i 18 milioni di persone che erano state censite come persone che nel nostro Paese vivevano sulla soglia di povertà siano già sotto la soglia; viviamo strutturalmente in un momento in cui, aggiungendo gli altri poveri, la metà del paese va considerata al di sotto della soglia di povertà.

A questo va aggiunta l’idea che i vari interventi e le varie formulazioni legate alla programmazione, non solo per l’intervento straordinario, ma proprio per il funzionamento della società, in realtà si sono rivelate assolutamente fallimentari. L’insieme di questi dati rende molto facile riprendere la discussione in termini concreti, diretti, privi di tutta una serie di eredità anche dello scorso secolo, rispetto al fatto che adesso bisogna venirne fuori e bisogna venirne fuori in termini nuovi e differenti.

Una prima questione che ci si pone adesso riguarda un processo che negli ultimi quarant’anni è stato condotto sistematicamente all’interno della programmazione neoliberale dell’esistenza e cioè quello della de-politicizzazione di una serie di sfere; sfere che vanno a questo punto ri-politicizzate e che diventano centrali per la ricostruzione generale del sistema. La prima è sicuramente quella della riproduzione, intesa in un senso esteso, ampio e generale, così come è stata definita nel dibattito femminista (e anche nel dibattito decoloniale), cioè la sfera della riproduzione sociale e la sfera della riproduzione biologica; riportare al centro e continuare a condurre la battaglia che è stata condotta negli ultimi anni, proprio sull’idea che quella sfera sia l’elemento centrale intorno a cui va organizzata la società. Lo stesso vale per quello che è già avvenuto e che avverrà e continuerà ad avvenire nell’ambito di esperienze sociali allargate, ri-politicizzare la solidarietà significa anche riprendere un discorso che il pensiero di opposizione della modernità ha presentato tante volte e che era un discorso legato all’idea che l’elemento più radicalmente antitetico al modello dello sfruttamento assoluto, dentro cui viviamo, fosse quello della solidarietà. L’idea che la solidarietà non significasse solo ed esclusivamente un’azione racchiusa nei comportamenti per la sopravvivenza, ma che comportasse in sé una necessaria critica radicale all’esistente. Si tratta di una critica dentro cui ci si è mossi negli ultimi secoli e dentro cui ci si sta muovendo di nuovo; a questo punto dovrà diventare qualcosa di stabile. Ciò che è abbastanza nascosto nella rappresentazione mediatica e che in questo ciclo di seminari invece viene fuori con forza, è che dentro questo campo si è già mossa una grande quantità di energie, una grande quantità di persone e che questo campo può anche ridisegnare gli schemi e le gerarchie della società attuale.

Sono due elementi su cui è possibile costruire o ricostruire un discorso sulle alternative, un discorso sui mondi nuovi, un discorso che ha un suo strettissimo legame con qualcosa che è definibile come vivente e che in qualche modo è stato non solo utilizzato come la base dell’intero sistema, la base della ricchezza, ma che è anche stato ricacciato ai margini della sua rappresentazione sociale. Non si tratta solo di parlare della nostra dimensione biologica, non si tratta solo di parlare della nostra animalità e di ciò che abbiamo distrutto e dell’enorme devastazione che quel sistema ha prodotto e sta continuando a produrre, con forme di accelerazione terribili; non si tratta solo di discutere del fatto che è vero che la pandemia è solo un caso di un processo generale che sta colpendo l’intero pianeta, ma anche del fatto che il vivente funziona in base a regole e principi che sono principi solidaristici e che è stato l’insieme dei rapporti sociali di produzione che abbiamo creato ad aver definito e ridisegnato l’intero pianeta secondo principi che non corrispondevano al funzionamento generale del vivente. Di quel vivente facciamo parte anche esattamente per tutto ciò che riguarda la sfera della produzione del pensiero. Non si tratta solo di ridefinire la base biologica, ma di ridefinire il fatto che da quella base biologica è dipeso e continua a dipendere tutto il resto.

Bisogna, a questo punto, cercare di capire, di indagare, quanto una serie di esperienze che si sono mosse e che si stanno muovendo a livello planetario dentro questa crisi non possano rappresentare quello che in altri momenti della nostra storia ha sostenuto grandi passaggi di campo e grandi possibilità di costruzione future. Sicuramente lo sono le reti della solidarietà, sicuramente abbiamo la possibilità anche di costruire uno schema generale, di comprendere tutta una serie di metodi per ridefinire gli spazi urbani, la vita collettiva, tutto il campo delle relazioni sociali in termini solidaristici, ma sopratutto penso che il più grande lascito di questa crisi sia l’indicazione materiale che si possa, non solo si debba, riprendere a ragionare in termini diretti della costruzione del mondo nuovo e del fatto che a questo punto nei prossimi anni una buona quota di margine della nostra sopravvivenza dipenderà dalla capacità di costruire spazi sottratti alla dinamica della produzione del valore. Esperienze che già in parte esistono, ma che andranno rafforzate e rese indipendenti e che probabilmente saranno l’oggetto centrale della costruzione dello spazio politico. Non si torna indietro perché una crisi così radicale e così profonda non lascia possibilità alternative, non si tornerà indietro per i dati, i numeri, la profondità della trasformazione, i ritmi di questa trasformazione. Non si tornerà indietro perché ciò che è stato pianificato grossolanamente in questi ultimi giorni è un tentativo di rilancio all’interno degli stessi identici schemi che ci hanno portato a questo punto. Per essere veramente realizzato, questo progetto dovrebbe prevedere non solo il più grande processo di accumulazione della storia in termini finanziari, ma anche il più grande progetto di sfruttamento delle risorse planetarie che sia mai stato ipotizzato. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una riduzione a termini diretti, ad azioni lineari, comportamenti facilmente percepibili propri della contraddizione fra capitale e vivente. Non è possibile accettare un progetto di questo tipo, non solo perché produrrebbe in tempi ancora più brevi una situazione come quella attuale, ma perché per essere realizzato richiederebbe ciò che stata una costante del modello di transizione ecologica proposto negli ultimi anni, cioè realizzare quel processo aumentando a dismisura le diseguaglianze sociali e i danni per la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta. Quello che ci hanno raccontato in questi giorni e che stanno ancora in qualche modo definendo è che il sistema ha raggiunto i suoi limiti veramente, li ha toccati e ce li ha mostrati con chiarezza. Però in realtà abbiamo gli strumenti per opporci e anche gli strumenti sono semplici da realizzare. L’idea di proporre all’interno di questo percorso i primi grandi spazi di costituzione di sfere alternative è a questo punto la nostra possibilità.

 

Il ciclo di interventi di “Pandemia:sintomi di una crisi ecologica globale” prosegue, il prossimo appuntamento lunedì 4 maggio alle 18.00 con  L' autonomia ritrovata: agroecologia e comunità del cibo nella transizione ecologica, con Andrea Ghelfi (University of Nottingham)

Sarà possibile seguire dirette e differite dalle pagine Facebook: UTR Ecologia Politica Bologna; Ecologia Politica-Firenze; Ecologia Politica Torino; Ecologia Politica Pisa e Ecologia Politica Milano e dal canale You Tube Ecologia Politica Network.

 

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