Dopo Trump?

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di Raffaele Sciortino

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Avvertenza: nonostante l’assertività della comunicazione scritta, quanto segue intende presentare una serie di ipotesi di lettura di una dinamica complessa e aperta a più esiti.

 

“I marxisti, non potendo oggi essere protagonisti della storia,

nulla di meglio possono augurare che la catastrofe,

sociale, politica e bellica,

della signoria americana sul mondo capitalistico”

Bordiga, 1952

Oggi e ieri

Nulla dice di più sullo stato del mondo attuale del fatto che gli Stati Uniti sempre più si presentano come una equazione impossibile. Il primo paese mercantile-capitalistico puro nella storia - privo di un passato premoderno - si divincola tra la crisi del suo comando globale e l’impossibilità di ripristinarlo nella cornice consueta dell’ordine internazionale liberale, tra spinte anti-globalizzazione e destino che ne fa la nazione “indispensabile”, per sé e per le altre, del sistema mondiale, tra crescente polarizzazione interna e aleatorietà di qualunque nuovo patto sociale che possa ricostruire un grande consenso, tra scarico dei costi all’esterno e montante riottosità di alleati e avversari a sostenerli al modo di prima.

Le elezioni di novembre sono l’ennesima conferma di questo paradosso, degno di una configurazione quasi imperiale: il disordine nel ventre della bestia oggi non equivale di per sé al benessere del resto del mondo, così come, nel passato, ogni ricomposizione interna, sociale e politica, progressista è sempre stata ricetta per disastri. Dalla guerra civile, compimento dell’emancipazione nazionale borghese, sono venuti fuori i robber barons e il decollo imperialista e nessuna soluzione alla questione dei neri; dal New Deal e dall’alleanza “democratica” nella seconda guerra imperialista è nata la spinta decisiva al dominio mondiale; dal compromesso sociale fordista è scaturito il consenso alla Guerra Fredda e all’aggressione al Vietnam; infine con la ristrutturazione neoliberale post-Sessantotto - che ha conciliato quanto sembrava inconciliabile, desiderio e denaro, autonomia individuale e sottomissione alla Cosa sociale - si è giunti all’odierno dominio totalitario del capitale su ogni forma di vita, che esalta l’individuo solo per abbassarlo nel vortice di un’impotenza ammantata di stravaganza.

C’è una logica in questa follia? Nell’impossibilità di un movimento socialista nel punto alto dello sviluppo capitalistico, negli States la dialettica tra lavoro e capitale si è manifestata senza passare per l’utopia di un mondo altro di cui la working class sarebbe stata portatrice, bastando la bandiera della libertà e del benessere degli individui, di cui la community è somma algebrica utilitaria e la natura mero oggetto di sfruttamento. Nessuna coscienza infelice poteva e può essere prodotta da tale feroce, per i suoi stessi componenti, sistema mancando ogni memoria di qualsivoglia vincolo comunitario, della cui nostalgia si sono nutriti la coscienza borghese alta e l’utopia anticapitalistica. Al tempo stesso lo spazio aperto, via via dilatato all’intero globo per la nazione dei senza nazione, ha incanalato e stravolto il conflitto di classe lungo linee territoriali e razziali, coltivate con cura dall’élite dominante non meno della bizantina architettura istituzionale federalista (in realtà la più centralizzata al capitale). Insomma, sulla parabola degli Stati Uniti, apice del capitale parassitario, i populisti russi, e un Marx nella pienezza della sua maturità, avevano visto più lontano dei socialdemocratici marxisti. Magra consolazione, però, se è vero che il determinismo dei secondi nei fatti ha avuto ragione sulla speranza di poter saltare con la rivoluzione mondiale la strada tracciata dall’Occidente capitalisticamente più avanzato, e per questo più disumano. E se è vero, di conseguenza, che l’americanizzazione è, a diversi dosaggi, per tutti noi.

Dunque, dominio mondiale e peculiare polarizzazione interna dai costi rovesciati all’esterno, sono i due presupposti oggettivi senza i quali sarebbe vano provare a leggere la confusa e instabile dinamica che si svolge di là dall’Atlantico.

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Il voto, in estrema sintesi

Il risultato elettorale di novembre si potrebbe sintetizzare così: non ha vinto Biden, ha perso Trump. O, se si vuole, ha prevalso ma senza trionfare la spinta anti-trumpista al di là della incolore offerta politica Dem. La partecipazione elettorale sui due fronti, effettivamente notevole (due terzi della popolazione maggiorenne) per il paese a stelle e strisce, ha esitato una specie di referendum. Con risvolti analoghi al voto di medio termine di due anni fa1: polarizzazione delle scelte sul presidente in carica, nessuna ondata blu democratica ma criticità importanti per Trump decisive per la sua sconfitta e, ciò nonostante, sostanziale tenuta, anzi incremento elettorale del trumpismo nel quadro di un paese sempre più spaccato.

Va detto che l’oramai ex presidente a inizio anno era dato favorito. Un’economia che viaggiava sull’onda di nuovi record borsistici, lubrificati dalla liquidità rilasciata dalla Fed, e degli sconti fiscali a pioggia, incorniciati dalla guerra tecnologica anti-cinese via via assunta da tutti i settori del capitalismo a stelle e strisce, non certo malvista dall’insieme della popolazione, e dalla strategia di riordino del Medio Oriente intorno all’asse Israele- Saud inaugurata dall’omicidio mirato di Solemaini - questo lo scenario, non importa quanto strutturalmente fragile e socialmente polarizzante, prima della tempesta portata dal (covid, prontamente ribattezzato) virus cinese.

Le domande, allora, sono: perché ha perso Trump? Come ha perso? Il suo consenso elettorale e sociale, comunque cresciuto come numeri, è qualitativamente lo stesso di quattro anni fa? Più in generale: cosa del momento populista persiste nel trumpismo attuale se esso, come oramai deve ammettere anche la Left nordamericana, is here to stay2? E cosa ci dice ciò della dinamica neopopulista nel resto dell’Occidente?

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Perché Trump ha perso

Innanzitutto la pandemia, per lo più sottovalutata nelle analisi del voto. Per l’amministrazione Trump, se non negazionista sicuramente riduzionista rispetto alla effettività sociale del virus, al danno evidente si è unita la beffa di veder l’allettante prospettiva di un caos in Cina rovesciata nel boomerang di un’epidemia dilagante negli States con ulteriore perdita di immagine e prestigio all’esterno. Ma è all’interno che la situazione si è complicata. Di fronte al virus - inutile lezione data dalla Natura al tronfio senso di invulnerabilità dell’homo americanus - non solo l’appeal trumpiano per il popolo ha mostrato il suo volto goffamente neomalthusiano e ferocemente economicista, ma proprio le ricadute sociali del virus, particolarmente negative in termini di salute e condizione sui proletari dei lavori “essenziali” e dei servizi colpiti dalla disoccupazione, hanno creato la miscela esplosiva detonata con la mobilitazione seguita all’omicidio di George Floyd. Con il virus che ha colpito, e colpisce, più duro lungo linee di classe e di colore affondando il coltello nella disastrosa situazione sociale e sanitaria3, la questione razziale è così diventata la cifra di un disagio complessivo. È l’insieme della vita sociale che si rivela sempre meno accettabile per uno spettro di sfruttati più ampio dei neri, stretti tra guerra contro i poveri e guerra tra poveri. Grazie alla partecipazione, simpatia o anche solo attenzione che ha suscitato all’interno di settori proletari bianchi e latinos la mobilitazione antirazzista ha così iniziato a mettere in seria difficoltà il sovranismo trumpista. Mentre il presidente è stato costretto a mettere in primo piano toni da legge e ordine e, volente o meno poco importa, a tingere sempre più di “bianco” il suo messaggio anti-élite - sul fronte opposto la mobilitazione ha richiamato energie e ravvivato umori che, a differenza di quattro anni fa, si sono riversati nel voto. Non per Biden, ma contro Trump, l’accresciuta partecipazione ha fatto la differenza a fronte di un aumento di voti anche sul fronte opposto.

Importante, inoltre, che al covid come fattore sociale e alla mobilitazione che sarebbe riduttivo definire solo antirazzista si è aggiunta la delusione di una parte della working class degli stati della cintura della ruggine nei confronti delle promesse trumpiane di riconquista del primato industriale tramite protezionismo e rilocalizzazioni (poca cosa, ad esempio, è stata la ricontrattazione del Nafta). Questo settore più propriamente operaio o ex operaio era stato determinante nel 2016 - in piena affermazione del momento populista - per la sconfitta della Clinton, non solo per lo scarto quantitativo seppur minimo a favore dell’outsider, ma soprattutto qualitativamente a segnare in modo clamoroso il distacco profondo del mondo proletario dall’élite democratica una volta rivelatasi l’inconsistenza del change obamiano. Oggi questi voti sono provvisoriamente tornati ai Dem, e non massicciamente va detto, anche sull’onda del netto prevalere nelle zone urbane e suburbane metropolitane dell’anti-trumpismo del ceto medio della nuova economia di contro all’America della provincia, che è poi la vera linea di faglia territoriale seccamente confermata da queste elezioni. Ma sarebbe inutile ricorrere al solito fattore culturale, conservatorismo contro apertura delle metropoli, ecc., in sé non falso, ma buono per situazioni statiche: e oggi non è così. Molto più interessante il dato, se confermato, che proprio nelle città e aree più tartassate dalle chiusure e limitazioni causa covid, i lavoratori meno qualificati non abbiano in prevalenza seguito il richiamo trumpista a minimizzare il rischio contagio in nome dell’economia. È la presa d'atto realistica che il covid va affrontato non solo per tutelare la salute, ma anche per evitare il disastro economico mentre minimizzarlo non porta a niente almeno nelle aree più densamente abitate. Ma è anche la momentanea, embrionale affermazione, dentro l’involucro del dissidio interno a ogni proletario tra economia e salute, delle esigenze della riproduzione della specie su quelle della riproduzione sistemica del capitale.

Trump vs Twitter

In alto

Non è un mistero che Trump ha avuto contro, da subito, gran parte dell’apparato statale e del sistema dei media, vecchi e nuovi (basta pensare alla farsa del Russiagate). Al di là del personaggio, evidentemente la situazione non si è rivelata ancora matura per un deciso cambio di passo nei piani alti, pur non tutti pregiudizievolmente contrari. Un nuovo partito borghese della nazione americana è di là da venire, anzi neanche tanto probabile dato il caos crescente.

In politica estera, Trump non ha potuto convincere il deep state dell’utilità di fare minime concessioni alla Russia in vista dello scontro con la Cina, non solo a causa del pregiudizio anti-russo radicato negli apparati dai tempi della Guerra fredda, ma anche in ragione dell’obiettiva difficoltà a conservare il controllo dell’Europa una volta lasciati più margini di manovra a Mosca. Sul versante dei rapporti transatlantici, in effetti, Trump sembra andato un po’ troppo oltre nell’attitudine dura verso gli “alleati”, in particolare la Germania, e apparentemente dismissiva della Nato. Tanto più che la strategia di scontro con Pechino sembra necessitare la rivitalizzazione della rete di alleanze del “mondo libero” - come Biden si appresta a fare. Il complesso militare-industriale, poi, difficilmente può tollerare che si agiti dalla presidenza, anche solo retoricamente, la bandiera di tagli sulle spese per guerre lontane, lasciando alla sola diplomazia coercitiva economica l’affermazione del primato Usa nel mondo. Più in generale, il prestigio internazionale e il soft power degli Usa hanno subito seri colpi, cui gli apparati credono di poter ancora ovviare con un cambio di stile politico.

Sul piano delle strategie economiche, Trump è addivenuto a più miti consigli nei confronti della linea della Fed di gestione della liquidità - anzi ha insistito per allargare ulteriormente i cordoni della borsa in controtendenza alle intenzioni iniziali - e del grande business, lasciato indisturbato nelle scorrerie a Wall Street e beneficato da grossi sconti fiscali. Ma se l’intenzione di rifare l’America grande a spese della Cina è una piattaforma oramai assolutamente condivisa, minore è il consenso nel mondo economico sul come procedere su questa traiettoria senza danneggiare eccessivamente le filiere globali delle multinazionali e la presa mondiale del dollaro evitando al contempo le spinte cinesi a un’autonomizzazione che potrebbe risultare controproducente per Washington. Né Trump è sembrato in grado di rilanciare effettivamente il primato economico e tecnologico statunitense aggredendo i nodi di una strategia innovativa, in attacco piuttosto che in difesa.

Infine, sul piano politico interno, è evidente che ogni riaffermazione decisa dell’egemonia mondiale fa a pugni con la situazione di un paese spaccato in due, oggettivo fattore di indebolimento. È questa eccessiva polarizzazione che, per i rischi sociali e politici che comporta, gli apparati non hanno perdonato a Trump imputandogli qualcosa che del resto lui non ha creato ma a cui ha “solo” dato espressione. Se è così, non sarà allora facile recuperare lo scontento di questa parte dell’american people.

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Come ha perso?

Trump infatti non ha perso male, elettoralmente parlando. E il trumpismo, al di là delle future sorti dell’ex presidente, è tutt’altro che dissolto. Che lo si riconosca di contro alla negazione del fenomeno di quattro anni fa, è già qualcosa.

Settantaquattro milioni di voti non sono certo riducibili alla destra suprematista bianca. C’è, è vero, tutto lo spettro conservatore del vecchio partito repubblicano insieme ai ceti medi e medio-alti (non solo bianchi, peraltro), richiamati da politiche economiche compiacenti e ravvivati dall’appello a legge e ordine contro i disordini di strada degli ultimi mesi. Ma c’è anche il proletariato diffuso dei piccoli centri, probabilmente meno toccato dall’epidemia ma beneficato dai sussidi economici distribuiti a pioggia dal presidente, oltre al piccolo commercio pesantemente schierato con Trump in tutte le componenti etniche. Senza contare che anche nei settori di ceto medio-basso e di proletariato delle aree in cui ha prevalso Biden, non si è mai trattato di una vittoria schiacciante da parte del democratico. Il Gop esce così da queste elezioni ulteriormente e definitivamente trumpizzato, con buoni risultati nelle elezioni statali e probabilmente ancora in maggioranza al Senato. Insieme alla Corte Suprema, il potere di condizionamento dei repubblicani sui margini di azione politica di Biden, anche a prescindere dal moderatismo di quest’ultimo, sarà notevole.

Si potrebbe e dovrebbe approfondire sulla base di analisi disaggregate più precise. Ma il punto qui non è questo. Il punto è capire il segno della tenuta del trumpismo, se si tratta, qualitativamente, del medesimo fenomeno, con la medesima connotazione politica emersa clamorosamente quattro anni fa.

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Trumpismo, quattro anni dopo

Un passo indietro. Dentro una tendenza comune all’intero Occidente, impantanato nella crisi globale, alla ri-nazionalizzazione delle politiche e allo scongelamento dei blocchi sociali e elettorali, negli Stati Uniti il trumpismo del 2016 rovescia i termini del change obamiano ma per rispondere alla medesima esigenza di ristrutturazione del comando globale e alle urgenze sociali interne. Di qui il tentativo di rilancio social-nazionale del primato americano in chiave anti-globalizzazione e anti-élite liberale, facendo leva sui “perdenti”, reali o presunti tali, delle delocalizzazioni, danneggiati dalla deindustrializzazione, dall’apertura alle merci cinesi, dal crescente indebitamento privato, dallo spadroneggiare di Big Tech. Un messaggio, insieme, populista e sovranista, che andando a pescare nel disagio reale dei deplorables, della gente comune disprezzata dai leader globalisti, per la prima volta dopo decenni di neoliberismo provava a rifondare su nuove basi, quelle di un nazionalismo economico spinto al limite del decoupling con la Cina e dello scontro con gli stessi alleati europei, il dominio statunitense sul mondo. Troppo o, forse, troppo presto, e con uno stile troppo rude financo per l’élite yankee da sempre avvezza a parlare senza mezzi termini. E però la consegna America First ha avuto il “merito” non da poco di indicare quello che d’ora in avanti, Europa compresa, sarà il terreno ineludibile di uno scontro inter-capitalistico acuito dalla crisi e dalla pandemia. Anche per l’amministrazione Biden, al di là del cambiamento di stile. Il sovranismo, o come lo si vuol chiamare, ha dunque davanti a sé ampie praterie su cui scorrazzare…

Il secondo aspetto su cui Trump ha colto il segno è che il rilancio imperialistico sul terreno di un più esplicito sovranismo - in luogo di una narrazione globalista liberale sempre più fragile - abbisogna di una base sociale interclassista più curvata verso l’ampia massa di chi vive del proprio lavoro, perché salariato, o si arrabatta per preservare un piccolo capitale o arrivare a crearselo. E la può effettivamente trovare, sia perché il confine tra i due campi è sempre più fluido e indistinto, data l’impresizzazione del lavoratore nei termini di “capitale umano” e, sull’altro lato, la subordinazione crescente della piccola impresa e del lavoro cosiddetto autonomo ai dispositivi tecnologici e finanziari del grande capitale; sia perché l’economia globale annovera sempre meno vincenti tra le fila della stessa “middle class”.

Ma proprio su questo secondo versante, quattro anni dopo, difficile affermare che il nodo di fondo della condizione sociale dell’insieme di questi settori sia stato effettivamente sciolto da Trump. Che per le contraddizioni sopra accennate ha così visto sbiadirsi e restringersi l’appeal populista, tendenzialmente surrogato da un consenso ancora notevole, anzi in crescita, ma - forse contro le sue stesse intenzioni - più “bianco”, più attestato su posizioni di conservazione dell’acquisito4, rabbioso verso altri poveri visti come concorrenti o “parassiti” ancor più che verso l’élite liberale, e contro questa in quanto presuntamente protettrice di quelli. L’ambivalenza del trumpismo si è così attenuata o sciolta in direzione di un ricompattamento più “reazionario” all’interno e ferocemente sciovinista contro la Cina. La “comunità” del popolo americano si è nuovamente rinchiusa su se stessa intorno alla bandiera della libertà individuale svincolata da obblighi collettivi generali, appannaggio di chi già ne fa parte.

La finestra si è così momentaneamente chiusa, questo populismo ha imboccato una direzione più univoca, senza per questo perdere in connotazione popolare. Causa la collocazione mondiale dominante degli Usa, che non ha permesso quel “ritiro” dagli affari mondiali promesso agli inizi dal presidente al fine di rimettere ordine a casa propria. Causa la divaricazione, complice l’epidemia, tra settori di classe lavoratrice e di ceto medio tra vecchia e nuova economia, tra spazi urbani e periurbani, con diverse attitudini verso l’impresa e lo stato. Qui la discriminante pro/contro la globalizzazione, pur decisiva, non è però più stata sufficiente a marcare il campo: il problema essendo esplicitamente divenuto quello di mettere la protezione di una certa economia sopra tutto facendo pagare al resto del mondo, e a una parte di altri statunitensi, la tenuta della condizione sociale dell’american people. E non tutti, per inerziale ancorché calante fiducia nel mondo “aperto” e per collocazione lavorativa, ma anche per aver toccato con mano le ricadute sociali del trumpismo, se la sono sentita o l’hanno già ritenuto indispensabile a questo giro. Ché la rielezione di Trump avrebbe significato esattamente questo, togliere ogni ostacolo al darwinismo sociale interno - come condizione della protezione del ceto medio proprietario o di chi si sente tale - e dichiarare guerra (per ora economica) al mondo intero.

All’immediato, per intanto, il blocco sociale trumpista non si è reso disponibile a mobilitarsi in forme dure, come da più parti temuto, e non è stato in grado di trascinare il suo campione ad andare fino in fondo nella “resistenza” al “voto rubato”. Segnale, probabilmente, di un primo tempo che finisce più che di un secondo che inizia. Nessuno può dire se il buon Trump si farà trovare pronto al prossimo appuntamento allorché non si tratterà più solo di twittare...

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Transizione democratica o tregua prima della tempesta?

Ma difficilmente qualcuno può seriamente affermare che il materiale esplosivo è stato disinnescato, o prevedere in che direzione sarà il botto. È ancora lì il nodo del (neo)populismo come composizione non meramente sociale ma politica del proletariato e dei ceti medi impoveriti, e della direzione che può prendere, verso un definitivo approdo sciovinista o verso un’evoluzione classista, stante che ritornare allo status quo ante non è possibile. Un primo atto si è consumato ma la pièce non è finita.

Sarebbe infatti illusorio pensare che la mobilitazione anti-Trump abbia smascherato il carattere reazionario del populismo trumpista innescando una dialettica virtuosa tra movimenti e partito democratico in grado di rilanciare la sinistra e cancellare il terreno su cui il trumpismo si è dato e si dà. Non è così, tanto più trattandosi degli States. L’amministrazione Biden, oltreché ultramoderata e indisponibile a intaccare Wall Street e il grande business, è infatti inevitabilmente condizionata dal tracciato già segnato. All’esterno, al di là dello scontato riavvicinamento agli alleati europei in nome di un rinnovato atlantismo, non potrà nella sostanza concedere loro quegli spazi negati o riconquistati da Trump, in particolare verso Pechino e Mosca. All’interno dovrà, per contrastare la “recessione democratica”5, far proprio l’assunto trumpiano che i costi della tenuta sociale del popolo americano vanno sostenuti dal resto del mondo in nome della… middle class.

Sul versante delle mobilitazioni sociali la strada è tutt’altro che in discesa. Il problema non è l’iniziale apertura di credito verso Biden, che è nelle cose. Ci sono due ostacoli di ben altro peso.

Il primo si è reso evidente proprio nella mobilitazione anti-razzista di questa estate che ha “funzionato”, anche elettoralmente, proprio perché è riuscita a parlare al di fuori della comunità black, non verso i soli liberal bianchi ma embrionalmente anche verso una parte dei white poors, se non altro come problemi gettati sul tavolo. Da qui in poi l’impostazione impressa da BLM incentrata sulla “supremazia bianca” - coadiuvata in questo dalla sinistra radical, al di là del dissidio sulle forme di lotta - e sul lobbismo interno al partito democratico piuttosto che sulle questioni economico-sociali suscettibili di ampliare la platea degli scontenti, minerà la possibilità che quella proiezione si consolidi. La protesta è facile si incanali nelle secche delle politiche identitarie, che impediscono di portare il conflitto su un terreno di classe, l’unico in grado di parlare al settore degli sfruttati bianchi tuttora, piaccia o meno, decisivo. In questo modo sarà difficile che prenda forma una spinta efficace nello scomporre, con moto eguale e contrario, il fronte trumpista.

Ciò si lega al secondo nodo, ancora più aggrovigliato: il nesso, sul quale si è basata da sempre la politica imperialista di Washington, tra il benessere interno e il dominio mondiale. È quanto Trump ha cercato di ravvivare “dal basso”. È quanto Biden non potrà non riprendere, a modo suo. Per i movimenti di lotta è, questo, un elemento inaggirabile e al tempo stesso non risolvibile all’immediato. E non solo perché il concetto di imperialismo è oramai sparito dall’orizzonte mentale della sinistra - cosa vera, ma non la più importante qui - ma perché quel nesso è effettivo, da più di un secolo ripaga i proletari statunitensi della loro nullità politica. Solo una serie di colpi inferti dall’esterno al dominio yankee potrà iniziare a intaccarlo e, eventualmente, portare a un punto di fusione le crescenti tensioni interne. Non certo musica dell’oggi.

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Avvisaglie di un secondo tempo?

La fase politica che si è aperta con la crisi globale, vecchia oramai un decennio, è il precipitato dell’intreccio di due processi non contingenti: la costituzione del capitale come comunità materiale dell’umanità, che vede tutta la sua riproduzione assorbita, direttamente o indirettamente, dal valore che accresce se stesso; la fine del movimento operaio come soggetto antagonistico, di cui i “nuovi” movimenti sociali e la politica delle identità si sono rivelati essere solo fragili surrogati. Il che fa sì che in Occidente le re-azioni sociali si daranno, e per un bel pezzo, sul terreno dell’interclassismo, del confuso e spurio scontento “popolare”, dell’illusoria rivalsa verso le promesse non mantenute dal sistema mista a richieste di protezione, dove solo a sprazzi emerge la vaga aspirazione a criteri di organizzazione della vita sociale non completamente schiacciati su un esistente sempre più fallimentare, ma al tempo stesso mai del tutto svincolati dai meccanismi del mercato. Che è ancora assunto come piattaforma naturale suscettibile di democratizzazione.

Se è così, siamo ancora lontani dalla fine del neopopulismo come terreno oggi delle contraddizioni sociali e delle loro espressioni soggettive. Quanto va chiudendosi è però chiaramente il suo primo tempo. L’ambivalenza, tra spinte nazionaliste e classiste, e l’istanza comunitaria si vanno a ridislocare in forme nuove, di cui nel pieno della crisi pandemica abbiamo visto qualche avvisaglia, nella divaricazione tra settori - proletariato, “garantito” o precario, ceti medi disagiati e a rischio impoverimento, piccola borghesia disperata e arrabbiata - che precedentemente confusi insieme avevano cercato una via d’uscita nell’opposizione alla globalizzazione, alle sue condizioni, ai suoi effetti6.  Questa non può più essere l’unica discriminate a misura che - covid docet - i problemi diventano visibilmente sempre meno gestibili dentro i recinti nazionali e si prepara una ristrutturazione capitalistica coi fiocchi. Così, le contraddizioni interne al precario blocco interclassista non possono più essere tacitate, le ambivalenze iniziano a sciogliersi, non perché scompaiano ma perché la “comunità” fin qui data si rompe per ricostituirsi, eventualmente, a un altro livello e in forme e combinazioni differenti. Contestualmente, i contenitori istituzionali che hanno provvisoriamente dato espressione a quelle spinte compiono la loro parabola: in piena deriva sciovinista e economicista o normalizzati dai poteri forti e assorbiti nell’establishment. Non a caso un’evoluzione (solo) in parte analoga allo scenario statunitense si è data anche in un’Europa scossa dalla crisi pandemica, con i contenitori (pseudo)-sovranisti di “destra” rifluiti su posizioni “trumpiste” ad agitare il vessillo delle “libertà” rigorosamente individuali (con anche le forze già neofasciste schierate per i “diritti civili costituzionali”) a suggello in ultima istanza della sacra attività di (micro)impresa; mentre quelli di “sinistra” o cittadinisti sono via via riassorbiti nell’alveo dell’europeismo “neo-keynesiano” dell’era covid. Non da qui passerà il secondo tempo della dinamica neopopulista, nel caso maturi una dislocazione più classista delle classi lavoratrici sul tipo dei Gilets gialli di contro alle spinte, non proprio deboli, verso derive reazionarie e/o di passivizzazione. Con un’altra differenza essenziale: questo passaggio sarà investito in pieno dagli smottamenti della geopolitica mondiale, che in Europa daranno con tutta probabilità luogo a spinte anti-americane dal basso che andranno a incrociarsi/scontrarsi con il tentativo dall’alto di ridefinire i rapporti transatlantici in una direzione più favorevole a Germania e Francia - a meno che il tutto si risolva in una frammentazione del quadro europeo funzionale a Washington7.

Le stesse condizioni che la doppia crisi in corso, sanitaria e economica, e le strategie capitalistiche di risposta - tra indebitamento colossale, che prima o poi qualcuno dovrà pur pagare, e ristrutturazione tecnologica - stanno creando, sono destinate a scuotere ancor più gli assetti sociali. A questo passaggio, mentre sarà inevitabile l’impoverimento di ulteriori settori di proletariato e piccola borghesia, in particolare nei servizi dequalificati, anche quella parte di ceti medi finora risparmiati dagli effetti negativi della globalizzazione subirà lo choc della rivoluzione globotica8, imperniata su globalizzazione ultracompetitiva e automazione robotica digitale, che investendo in pieno anche i servizi qualificati ne ridimensionerà reddito e status. Sotto questa luce il dopo Trump potrà essere, al massimo, solo una tregua…

1) Vedi R. Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, 2019, pp.247-9.

2)  Così The Atlantic in un articolo del 5/11 sul voto.

3) A. Case, A, Deaton, Death of Despair and the Future of Capitalism, Princeton 2020.

4) Mentre nel 2016, secondo i sondaggi del New York Times, votarono in massa per Trump gli elettori che avevano visto la propria condizione economica peggiorata negli ultimi quattro anni, a questa tornata la situazione, sempre secondo il NYT, si è quasi rovesciata.

5) v. Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class, dell’istituto Carnegie, di area democratica: tra gli autori anche il futuro consigliere per la sicurezza nazionale di Biden.

6) v. il mio Crisi pandemica e passaggi di fase, https://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/18721-raffaele-sciortino-crisi-pandemica-e-passaggi-di-fase.html.

7) Se ne è avuto un assaggio, questa estate, con la manifestazione berlinese contro le misure (blande, peraltro) di contenimento anti-contagio, in cui niente meno che un rampollo dei Kennedy ha arringato la folla contro la “dittatura sanitaria” chiamando nei fatti ad appoggiare i campioni della libertà di stanza a Washington. Il che, ovviamente, non esaurisce le ragioni e, soprattutto, l’eterogeneità della composizione sociale della protesta, che dovrebbe rivitalizzarsi a seguito di una campagna vaccinale mRna che sempre più sembra assumere i connotati di una sperimentazione biopolitica su scala di massa. Quanto alla Germania, comunque, il “libertarismo” dei cosiddetti populisti di destra nella vicenda covid segna una rottura forse irreversibile con l’istanza “comunitarista”.

8) R. Baldwin, Rivoluzione globotica, Il Mulino, 2020.

 

 

 

 

 

 

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