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Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Il 4 maggio scorso la capitale armena di Erevan ha ospitato la riunione della Comunità Politica Europea, la piattaforma di coordinamento che dal 2022 riunisce 44 paesi del Vecchio Continente tra i quali anche Armenia e Azerbaigian, fortemente voluta da Emmanuel Macron in seguito alla crisi energetica scatenata dal conflitto tra Russia e Ucraina. Il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno incontrato l’omologo armeno Nikol Pashinyan in quello che è stato il primo vertice bilaterale tra le due parti, dando seguito all’accordo di partenariato CEPA in vigore dal 2021, con il quale l’Armenia si era già impegnata a «perseguire un programma globale di riforme basato sulla democrazia, sulla trasparenza e sullo Stato di diritto, in particolare la lotta alla corruzione e la riforma del sistema giudiziario»1. Tuttavia, la traiettoria che ha portato Armenia e Unione Europea a un’apertura reciproca è stata tutt’altro che lineare.

È il novembre del 2013 quando un primo possibile approccio tra Unione Europea e una parte consistente dell’ex-blocco sovietico costituita da Ucraina, Armenia e Moldova, accusa un’improvvisa battuta d’arresto. Contro ogni aspettativa, il vertice di Vilnius vede prima il ritiro dai negoziati da parte dell’Armenia e poi il clamoroso rifiuto all’ultimo minuto dell’Ucraina di firmare l’Accordo di Associazione. La risoluzione del Parlamento sul Partenariato Orientale è costretta a registrare con amarezza come le decisioni dei due Paesi abbiano «frustrato gli sforzi e minato il lavoro degli ultimi anni, che mirava ad approfondire le relazioni bilaterali e promuovere l’integrazione europea»2. Unica e magra consolazione, la Moldova firma in quell’occasione l’Accordo di Associazione. 

La débâcle si traduce subito in punteggio geopolitico (2-1 per Putin); ma la vittoria per la Russia è a doppio taglio: se infatti da un lato l’Armenia meno di un anno dopo aderisce alla neonata Unione Economica Eurasiatica – dando seguito alla partecipazione all’alleanza militare dell’OTSC (una sorta di contraltare russo della Nato) – dall’altro lato, la mancata firma del presidente ucraino Yanukovich al vertice di Vilnius scatena le proteste filo-europee dell’Euromaidan a Kiev, provocando la caduta del governo e ponendo le basi per la cosiddetta «rivoluzione della dignità» del febbraio 2014, a cui a stretto giro farà seguito l’intervento militare russo in Crimea. Se gli sviluppi sul fronte ucraino degli ultimi anni hanno seguito un corso coerente rispetto ai preamboli di allora, arrivando a produrre una polarizzazione sempre maggiore tra Russia e Ucraina fino a un’inconciliabilità sfociata nel conflitto tuttora in corso, il contesto armeno si è evoluto in maniera molto meno intuitiva. 

Per comprendere il mutamento che dalla diserzione del vertice di Vilnius nel 2013 ha portato al bilaterale Erevan-Bruxelles a inizio maggio di quest’anno, occorre sciogliere la matassa dello storico legame tra Armenia e Russia fino ai suoi più recenti e inediti sviluppi, a partire da due aspetti centrali e tra loro fortemente connessi: la centralità della Chiesa apostolica negli equilibri della società armena e l’annosa questione del Nagorno-Karabakh. 

Nata da una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica armena ricopre tutt’oggi un ruolo di primo piano nella vita politica del Paese, grazie a un establishment impegnato nel proseguire gli storici legami politici ed economici con la Russia, secondo Paese per numero di fedeli residenti (500mila solo a Mosca). Formidabile collante culturale per un popolo frammentato da una diaspora iniziata nel 1915 e che oggi conta circa  8 milioni di persone sparse in tutto il mondo (contro i circa 3 milioni presenti sul territorio nazionale), l’istituzione ecclesiastica armena è stata capace di condensare un profondo senso di appartenenza popolare attorno alla figura del Catholicos, il supremo patriarca, nonché attore di primo piano della vita politica del Paese. Soprattutto in relazione alla questione del Nagorno-Karabakh, la regione al centro di una sanguinosa contesa tra Armenia e Azerbaigian a partire dal 1988, quando – in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica – fu dapprima attraversata da moti indipendentisti che portarono all’annessione all’Armenia, per poi diventare teatro di un conflitto aperto durato due anni (1992-1994) e conclusosi con la vittoria armena suggellata dal beneplacito della Russia. Proprio in questa fase di pace apparente, la Chiesa apostolica fu in grado di imporsi come collante culturale tra l’enclave indipendente geograficamente situata dentro i confini dell’Azerbaigian e il resto del Paese, consolidando la propria presenza in un momento cruciale di ridefinizione dell’identità nazionale. Tuttavia, nel settembre del 2020, in seguito a un programma trentennale di riarmo, l’Azerbaigian torna all’attacco e nel settembre del 2023 mette il sigillo sulla regione, approfittando anche del notevole e duraturo impegno dell’esercito russo in Ucraina. La vittoria azera provoca l’esodo di massa di oltre 100mila armeni e lo scioglimento delle forze separatiste, ma il trattato di pace viene firmato solo due anni dopo nell’agosto del 2025 a Washington, dagli attuali presidenti Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan con la mediazione del presidente statunitense Donald Trump. È al termine di quell’accordo che il presidente azero Aliyev propone pubblicamente all’omologo armeno di inviare una lettera a sostegno della candidatura di Trump al premio Nobel per la pace. Invano, come sappiamo oggi. 

Tuttavia, all’apparente distensione con il nemico storico dell’Azerbaigian non corrisponde un’analoga pacificazione delle tensioni interne: il trattato di pace esacerba la già manifesta ostilità tra il presidente Pashinyan e il Catholicos Karekin II, trasformandola in una spietata lotta intestina tra Stato e Chiesa. Karekin invoca le dimissioni del presidente accusandolo di tradimento per aver ceduto la storica regione agli azeri; Pashinyan risponde accusando il Catholicos di avere avuto una figlia e di non essere degno di ricoprire il suo ruolo, arrivando ad aprire un procedimento penale nei suoi confronti e impedendogli di lasciare il Paese, con il chiaro intento di impedire la sua partecipazione a un’importante riunione vescovile in Austria organizzata proprio per discutere della crisi della Chiesa apostolica e delle pressioni del governo. La società armena ribolle e nuove figure aspirano al potere; tra queste l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il quale, auto-sospesosi dalle funzioni pastorali, si mette alla guida di un movimento di protesta con l’obiettivo di rovesciare il governo di Pashinyan e formarne uno nuovo da egli stesso guidato. Accusato di tramare un colpo di Stato è in stato di detenzione dallo scorso giugno, insieme a una manciata di altri arcivescovi riottosi. 

Ma il vero oggetto della contesa è la titolarità di una nuova identità nazionale che sappia assorbire la perdita del Nagorno-Karabakh. E se quella promossa dal Karekin II ruota attorno alla necessità di riconquistare quanto perduto in nome di una storia e una tradizione che non possono essere tradite, quella di Pashinyan punta a superare senza troppi rimpianti una fase ritenuta conclusa e a guardare alla «real Armenia» con i suoi confini attuali. Il 7 giugno la maggioranza dei cittadini armeni accorsi alle urne ha scelto per la seconda opzione, confermando il primo ministro uscente con il 49,8% dei voti.

Seduta su due sedie

La vittoria di Pashinyan alle recenti elezioni è stata presentata dalla quasi totalità delle testate occidentali come l’ulteriore conferma del progressivo allontanamento dell’Armenia dall’orbita di influenza russa, a cui viene fatto coincidere un proporzionale avvicinamento all’Unione Europea. 

Nonostante il programma del principale partito di opposizione Forte Armenia (23% dei voti) tendesse chiaramente verso politiche filo-russe, è del tutto ingannevole attribuire al partito di Pashinyan, Contratto Civile, intenti anti-russi delineati altrettanto nettamente. A riprova di ciò, basti pensare che sotto il precedente governo di Pashinyan, gli interessi economici russi in Armenia sono aumentati. Non solo, per quanto il partenariato CEPA e il più recente vertice bilaterale con l’Unione Europea costituiscano segnali concreti di apertura all’Europa, ad oggi la candidatura dell’Armenia a Paese membro dell’U.E. rimane su un piano puramente ipotetico, materialmente ostacolato dall’adesione all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa, come fatto notare da Vladimir Putin il 27 maggio scorso. Senz’altro, il mancato appoggio militare della Russia nel Nagorno-Karabakh ha fatto traballare la fiducia di molti armeni, eppure la scommessa è stata vinta da chi, dopo aver firmato una pace «infamante» con il nemico storico, ha saputo farsi rieleggere qualche mese dopo. 

Pur ammettendo il profilarsi di un parziale distacco – come testimoniano le più o meno velate minacce della Russia di riconsiderare i meccanismi economici preferenziali concessi a Erevan – è soprattutto l’equazione che a ciò vorrebbe far coincidere un inevitabile avvicinamento all’Unione Europea a risultare forzata non appena calata nella materialità delle cose. Basti prendere ad esempio il caso della rete ferroviaria nazionale, attualmente gestita dalla Russia, per la quale Pashinyan ha sì richiesto la cessione da parte russa dei diritti di gestione in favore di un Paese terzo, ma non senza specificare che tale Paese debba essere in grado di mantenere buoni rapporti con Mosca. Tra questi, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kazakistan sono i candidati più probabili. Qualcosa di molto simile a quanto già accaduto in ambito bellico, dove il fornitore principale dell’Armenia è oggi l’India, solo apparentemente a discapito della Russia dal momento che i due Paesi lo scorso dicembre hanno posto le basi per un modello di ricerca congiunta e di co-produzione di piattaforme difensive avanzate. Il fatto è che alle nostre latitudini, laddove c’è la Russia di mezzo, raramente la narrazione costruita dalle istituzioni europee e validata dalla stampa è scevra di inflessioni propagandistiche. Come nel caso della copertura mediatica occidentale riservata alle recenti elezioni armene e tutta incentrata sulla presunta influenza sotterranea del Cremlino. Ciò non per negare plausibili tentativi da parte del Cremlino di favorire i partiti filo-russi di ogni qualsivoglia elezione – cosa abbastanza ovvia – ma per sottolineare la difficoltà di vedere ciò che oggettivamente si muove ad Oriente dell’Unione Europea oltre la narrazione di un’ingerenza russa data per scontata e da cui ogni evento sarebbe inquinato. E non è un caso che a rimpolpare questa narrazione sia stata proprio Ursula von der Leyen nel discorso inaugurale al già citato vertice bilaterale dello scorso maggio, quando – in piena campagna elettorale – ha parlato dello sforzo dell’Armenia di contrastare «manipolazione straniera dell’informazione, minacce ibride e interferenze» e del supporto dell’U.E. in questo campo come conseguenza benefica dell’Accordo di Partenariato. Parole che, lungi dal dimostrare alcunché di concreto, rispecchiano lo sforzo dell’Europa di mascherare le profonde contraddizioni che dilaniano le sue società e il suo agire geopolitico, in nome di un presunto primato in ambito democratico. Primato garantito sulla carta dai rigidi prerequisiti in materia di diritti a cui ogni Paese deve adeguarsi per poter anche solo pensare di entrare a far parte dell’Unione, ma brutalmente smentito dal genocidio del popolo palestinese rispetto al quale l’Unione Europea ha pesanti e sfaccettate responsabilità – giusto per citare un esempio sotto gli occhi di tutti.

Tutto questo per affermare che, a discapito dei toni entusiastici di gran parte della stampa occidentale che danno per certa la futura adesione dell’Armenia al club europeista, ciò che risulta evidente al momento è la spiccata ambivalenza del rapporto intrattenuto dall’Armenia tanto con la Russia, quanto con l’U.E. Come se, trovandosi a un incrocio, non avesse alcuna fretta di imboccare un bivio piuttosto dell’altro, preferendo soffermarsi a valutare tranquillamente le opzioni in campo. Verrebbe da dire che a un certo punto una decisione andrà presa, anche se, visto il precedente dell’Ucraina, non è detto che tutti gli attori in campo – la Russia in primis – abbiano interesse a spingere la situazione verso un aut aut tra Occidente e Oriente. Almeno non nell’immediato. Tanto più che l’esito della disavventura occidentale in Iran potrebbe aver scombussolato certi rapporti di forza dati per scontati in precedenza tanto dall’Europa, quanto dagli Stati Uniti.

Provaci ancora, UE

Dal canto suo l’Unione Europea sembra volerci riprovare. In una fase in cui le tecnologie cambiano la percezione di chi è potente sulla scena globale – come ampiamente dimostrato dal caso dell’Ucraina – l’Europa cerca di ampliare il proprio campo di influenza guardando ad Est dei propri confini, dove lo sviluppo digitale cavalca a velocità sostenuta a partire proprio dall’Armenia. 

Povero di risorse naturali e privo di sbocchi sul mare, il Paese caucasico vanta di una lunga tradizione nel settore, avendo già ricoperto il ruolo di centro di innovazione tecnologica dell’Unione Sovietica3 ed è oggi descritto come un «ecosistema di start-up innovative, aziende e unicorni tecnologici». Un comparto in rapida crescita – tanto da essersi guadagnato il soprannome di Silicon Valley del Caucaso – che nel 2004 valeva meno di 20 milioni di dollari ed oggi attorno ai 2,5 miliardi, potendo inoltre vantare di un ampio bacino di reclutamento grazie al programma educativo Armath (‘radice’, ma anche crasi tra le parole Armenia e matematica) inaugurato nel 2014 e che oggi coinvolge 17mila studenti dai 9 anni in su, con l’obiettivo di trasmettere competenze digitali specifiche come il coding e capacità ingegneristiche di base, quali la costruzione di piccoli sistemi autonomi. Non è tutto, ad arricchire ulteriormente la «classe digitale» hanno contribuito i circa 8mila specialisti informatici russi trasferitisi a Erevan dopo aver lasciato la madrepatria allo scoppiare del conflitto con l’Ucraina. Il loro ingresso nell’ecosistema tech ha permesso di colmare alcune lacune del settore, soprattutto relative all’analisi dei dati, le tecnologie finanziarie e la cyber-sicurezza.

È dunque il profilarsi di un nuovo hub tecnologico all’avanguardia nel continente europeo a solleticare le mire europeiste, sia in ambito finanziario, sia in ambito militare come dichiarato dallo stesso Antonio Costa che ha sottolineato come la «necessità di una visione a lungo termine per la sicurezza europea»4 passi anche dallo sviluppo di nuove relazioni con il vicinato. Così, da ormai dieci anni, l’Europa sta supportando l’Armenia nei più disparati ambiti – dall’agricoltura all’educazione, dall’industria all’innovazione – con importanti investimenti e donazioni di denaro, tra cui 20 milioni di euro per le spese militari. A ciò va aggiunto il già citato endorsement politico al governo di Pashinyan che passa anche dal silenzio assoluto sui ripetuti arresti dei suoi opponenti politici. Ma la direzione verso cui i Paesi dell’Europa occidentale sembrano aver orientato maggiormente la propria strategia di soft power, è proprio quella di favorire la costruzione di un ecosistema tecnologico dal quale poter in futuro drenare saperi, dati e risorse. Attraverso sovvenzioni, tutoraggio e integrazione nei mercati europei dei più promettenti imprenditori armeni, nonché con la sponsorizzazione della conferenza Digitec, tenutasi a Erevan nell’ottobre del 2025 e a cui hanno partecipato 100 tra le aziende leader del settore e un pubblico di circa 30mila persone, attraverso il fondo EU4Innovation East. Sviluppo digitale, sicurezza, trasporto, connettività: queste le parole d’ordine dell’arrembaggio europeista verso la Repubblica caucasica, con il vantaggio non secondario di poter così marcare ai fianchi la vicina Russia. Ma è abbastanza scontato che altri giocatori partecipino alla ghiotta partita e con ben altri assi nella manica.

Everyone is welcome 

«Chiunque abbia come obiettivo quello di creare profitto è benvenuto in Armenia». È forse questa frase pronunciata dal primo ministro Pashinyan a meglio sintetizzare la postura di un governo che sta aprendo tutte le porte  del proprio Paese senza precludere l’ingresso a nessuno degli attori che vi ruotano attorno. Ad approfittarne per prime sono state le aziende della BigTech statunitense: Adobe, Cisco Systems, Microsoft, Synopsys, ormai da qualche anno operano nel Paese, mentre molte altre aziende sono in procinto di affacciarsi. Ma chi più di ogni altra sta dando vita a un vero e proprio sodalizio con il governo armeno è Nvidia, azienda statunitense leader nel settore della produzione di chip GPU – l’hardware fondamentale per il funzionamento dell’Intelligenza Artificiale – che dopo aver smantellato il proprio ufficio in Russia alla fine del 2022, ne ha aperto uno a Erevan con l’appoggio del Ministro dell’Industria High-Tech armeno. Al momento dell’insediamento l’azienda americana ha inoltre firmato un patto di cooperazione con il Gymuri Information Technology Center grazie al quale gli studenti armeni avranno la possibilità di studiare presso l’Nvidia Deep Learning Institute, secondo una formula di collaborazione tra multinazionali dell’high tech e istituzioni scolastiche e universitarie, sempre più diffusa anche da noi.

I frutti dell’insediamento di Nvidia in Armenia non hanno tardato a maturare: lo scorso 2 giugno è stata inaugurata la prima «fabbrica» di Intelligenza Artificiale del Paese nel villaggio di Gagarin, progettata dall’azienda armena Eleveight AI e costituita di 512 processori Nvidia Blackwell B300, tra i più avanzati componenti hardware per l’IA attualmente esistenti. La fase iniziale prevede un investimento fino a 120 milioni di dollari e una capacità elettrica di 5 MW, con un’espansione prevista fino a 35 MW per la fase successiva. La «fabbrica» sarà in grado di sopportare i carichi di lavoro intensivi richiesti dall’IA generativa, dall’addestramento dei modelli e dall’inferenza, così come modelli linguistici di grandi dimensioni, calcolo scientifico, simulazioni ingegneristiche e ambienti di IA ​​per aziende e governi. La scommessa dell’operazione sta nel trasformare l’elevata capacità di calcolo in un prodotto da mettere sul mercato, in una fase in cui sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che è questa capacità ad essere una risorsa strategica a sé stante. Risulta sempre più chiaro che i software non sono più sufficienti, lo sviluppo dell’IA richiede oggi l’ausilio di processori avanzati, forniture elettriche affidabili e sistemi di raffreddamento efficienti. Una sorta di industrializzazione dell’economia digitale che, secondo il CEO di Eleveight AI Arman Aleksanian, starebbe dando vita a «una nuova era di diplomazia del chip nella quale la questione strategica non riguarda più soltanto chi produce i semiconduttori più avanzati al mondo, ma anche dove questi vengono installati, chi ne detiene il controllo e quali Paesi e aziende possono avere accesso alla loro potenza di calcolo». Ma più che un’era di diplomazia quella che si è aperta ormai da qualche tempo sembra essere un’era di guerre per l’accaparramento dell’innovazione tecnologica: una questione di vita o di morte per le grandi potenze capitalistiche mondiali. Ad averlo capito al volo sono stati i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica, che non ha caso qualche mese fa hanno indirizzato i propri droni da combattimento contro i data center di proprietà di Amazon (AWS) negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Ed è proprio il pezzo di terra e mare che va dal Golfo Persico fino al monte Ararat all’estremità orientale della Turchia a pochi chilometri dai confini di Armenia e Iran, a configurarsi come teatro di una contesa finora solamente accennata. 

Delineatosi questo scenario, non è dunque casuale che dietro alla rilevanza finanziaria del mastodontico progetto di un altro data center di supercalcolo che dovrebbe essere completato entro la fine del 2027 con 100mila processori Nvidia e Vera Rubin, ci sia un’azienda statunitense come Firebird, la prima ad aver approfittato del memorandum di intesa bilaterale firmato da Armenia e Stati Uniti nell’agosto del 2025 a Washington. Ed è proprio il CEO dell’azienda di cloud per l’IA con sede legale a San Francisco a dare un assaggio della retorica – non così originale – con cui gli Stati Uniti si stanno facendo largo tra le repubbliche dell’ex-unione sovietica5: «Firebird estende a livello globale la leadership statunitense nelle tecnologie di intelligenza artificiale, in linea con la nostra visione di rendere l’IA accessibile a vantaggio di tutti […] dimostrando come infrastrutture statunitensi affidabili possano sostenere le economie emergenti»6

Per quanto di centrale importanza, la cooperazione legata all’economia digitale – che tra gli altri obiettivi ha anche quello di promuovere il commercio bilaterale di servizi finanziari – è solo uno degli aspetti della carta di Partenariato Strategico Globale firmata durante la visita del Segretario Rubio lo scorso 26 maggio a Erevan: tra i tanti punti, a catturare l’attenzione è senz’altro l’accordo sulla «vendita all’Armenia di articoli per la difesa e attrezzature ausiliarie di produzione statunitense tramite il programma Foreign Military Sales»7 e su «potenziali investimenti nelle forze armate armene attraverso la partecipazione a corsi di formazione e istruzione militare professionale»8. In parole povere, l’Armenia è caldamente invitata ad acquistare armi e hardware sviluppati o modificati per scopi militari, missilistici e satellitari «made in USA» e può contare sull’addestramento militare dell’esercito più potente al mondo. Insomma, anche qui, come nel resto d’Europa, gli Stati Uniti vendono un’aspettativa di deterrenza arricchendo le casse dello Stato e costruiscono complicità con gli eserciti locali, in questo caso senza nemmeno il bisogno di far parte formalmente della stessa alleanza militare.

Non è finita qui: la Carta abbozza anche un primo tentativo di ridurre la dipendenza armena dal gas russo, che oggi come oggi genera il 43% dell’elettricità prodotta nel Paese, attraverso l’ulteriore sviluppo di un programma nucleare oltre alla centrale già esistente di Metsamor, che comprenderebbe «l’impiego di piccoli reattori modulari e l’accesso a combustibile e tecnologie statunitensi». E ancora, stabilisce l’intenzione di «accelerare lo sviluppo, l’esplorazione, l’estrazione, la lavorazione e il commercio di minerali critici», ovvero «quei materiali di strategica importanza economica e caratterizzati allo stesso tempo da alto rischio di fornitura»9 che si trovano riccamente nel sottosuolo armeno, con particolare preponderanza del molibdeno, metallo fondamentale nell’industria bellica poiché se aggiunto alle leghe di acciaio ne migliora drasticamente la resistenza meccanica, di cui l’Armenia detiene le quote maggiori nella regione caucasica.

Certo per ora quasi tutto solo sulla carta, come il più ambizioso e altisonante dei progetti pensato come trampolino di lancio per la massima onorificenza di cui sarebbe dovuto essere insignito Trump a Oslo: il famigerato corridoio del Caucaso, sobriamente intitolato «Trump Route for International Peace and Prosperity» il cui scopo sarebbe quello di collegare l’Armenia alla Turchia per affrancare il Caucaso meridionale dall’influenza russa e iraniana. Peccato che nel frattempo la disavventura statunitense in Iran abbia un tantino complicato le cose, tra l’altro risparmiando all’Armenia un eventuale attacco iraniano al pari di quelli subiti dai Paesi vicini che ospitano sul proprio territorio infrastrutture americane o israeliane, come accaduto agli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita. Perché anche di tali rischi è fatto il futuro di chi, a quelle latitudini e ad altre, spalanca le porte al progetto imperialista statunitense e al suo alleato sionista. Ne sa qualcosa lo storico nemico dell’Armenia, l’Azerbaigian, che il 5 marzo scorso si è visto recapitare 4 droni da combattimento iraniani sull’aeroporto di Nakhichevan provocando il ferimento di quattro civili, ma soprattutto sottolineando l’ostilità di Teheran nei confronti dei rapporti del governo azero con Tel Aviv.

«100% in Israel»

Messa a punto la strategia nazionale di crescita esponenziale nel settore dell’Intelligenza Artificiale, il governo e le aziende armene guardano con fiducia alla possibilità di estendere i confini dell’operazione su scala regionale. Stando alle parole di Davit Abovyan, CEO della già citata Eleveight AI, l’obiettivo sarebbe quello di «servire la regione, condividere conoscenze e costruire collaborazioni tecnologiche durature con i Paesi vicini», a partire dalla Georgia, la quale oltre a diventare un possibile cliente, potrebbe assolvere all’importante ruolo di ponte verso i mercati europei, dell’Asia centrale e del Medio Oriente e concretizzare l’obiettivo dell’Armenia di diventare un player a livello globale.

All’interno di questo piano di espansione regionale, si inserisce l’incontro tenutosi lo scorso 24 dicembre a Erevan, tra il Ministro dell’Economia armeno Gevorg Papoyan e l’ambasciatore israeliano in Armenia Yoel Lion, durante il quale si è discussa la potenziale collaborazione economica tra le due parti, soprattutto in relazione a un incremento del volume degli scambi commerciali e sulla possibilità di avviare iniziative di investimento congiunte nell’ambito delle alte tecnologie, come già era emerso un mese prima durante le consultazioni tra i rispettivi Ministri degli Esteri tenutesi a Gerusalemme. Fu al termine di quella giornata che il Ministro armeno dichiarò che la Repubblica caucasica è pronta ad espandere i legami con Israele in un post su X, mentre sono dello scorso 21 aprile gli auguri per lo Yom Ha’atzmaut, la festa che celebra la fondazione dello Stato ebraico. L’odierno slancio dell’Armenia verso la scena globale sembra dunque mettere in discussione anche il rapporto notoriamente difficile con Israele, espressione plateale della discontinuità rappresentata dalla politica di Pashinyan, il quale volendo mettere una pietra sopra la questione del Nagorno-Karabakh, crea anche i presupposti per costruire distensione e cooperazione con chi più di chiunque altro ha finanziato la vittoria militare dell’Azerbaijan. Fu infatti proprio Israele a vendere radar, missili anti-carro, lanciagranate e apparecchiatura per missioni notturne all’esercito azero, contribuendo in maniera decisiva all’esito del conflitto; la punta più superficiale di quell’intesa bilaterale che è stata descritta come un iceberg dallo stesso presidente azero, intendendo con questo dire che la maggior parte degli accordi e delle attività congiunte tra i due stati sono segrete. Tra queste, la più clamorosa sarebbe la presenza di basi militari israeliane e lo schieramento di unità militari e di intelligence d’élite sul territorio dell’Azerbaigian, come lascerebbero intuire i cablogrammi trapelati nei documenti WikiLeaks (qui).  Va ricordato altresì che il paese è tradizionalmente legato alla Turchia e che Israele ha più volte indicato quanto essa sia diventata il suo prossimo nemico strategico regionale. Difficile dire se siamo di fronte ad una nuova strategia che si riorienta nel Caucaso ma lo scenario globale in questi anni ci ha abituato a non poche sorprese.

Ma altre connessioni, meno dirette, legano l’Armenia ad Israele, facendo emergere il protagonismo della lobby sionista americana in ciò che si muove sullo scacchiere geopolitico caucasico. Se infatti la già citata società californiana Nvidia sta investendo più di ogni altra sull’ecosistema tech dell’Armenia, l’altra sua grande zona di interesse è proprio Israele. A tal proposito, il CEO statunitense di origini taiwanesi Jensen Huang, non solo ha sottolineato come «nonostante il conflitto in corso la società è al 100% in Israele», confermando il progetto di un nuovo campus a Kiryat Tivon che dovrebbe ospitare fino a 10mila lavoratori, ma si è sbilanciato in inequivocabili dichiarazioni di carattere politico: «Credo che ci sia un motivo per cui siamo andati in guerra e credo che, al termine del conflitto, il Medio Oriente sarà più stabile di prima»10. D’altronde, come ormai appare sempre più chiaro, chi guida un’azienda la cui capitalizzazione si aggira attorno ai 5mila miliardi di dollari (più del Pil della Germania), è evidente che abbia voce in capitolo anche sulle decisioni strategiche del Paese in cui risiede e in quelli in cui costruisce la propria seconda casa. Tanto più che la recente fortuna di Nvidia deriva in gran parte dall’acquisizione dell’azienda israeliana Mellanox nel 2019, come testimoniato dallo stesso Huang: «se si guarda ai sei chip che compongono l’architettura di Digitis11, quattro nascono dal lavoro svolto in Israele e forse la prossima volta saranno tutti israeliani, sei su sei12». 

Infine, la progressiva distensione tra Armenia e Azerbaigian avallata da Trump, pone le basi per possibili nuove triangolazioni dei due Paesi caucasici con lo Stato ebraico. Tanto più che dal canto suo, l’Azerbaigian con esso intrattiene rapporti di cooperazione e scambio ben consolidati, non solo in virtù della già citata cooperazione militare più o meno trasparente, ma anche alla luce della fornitura di greggio – di cui l’Azerbaigian è estremamente ricco – in favore di Israele, fino a ricoprire il 46.4% del totale importato. Ma nonostante la ricchezza di risorse naturali, il governo azero si è prefissato di incentrare la propria economia sul digitale entro il 2035 attraverso l’adozione di una governance data-driven. Obiettivo facilitato dal partenariato in ambito educativo per l’insegnamento delle discipline STEM, di sicurezza informatica e imprenditorialità tra l’Università Statale di Baku e l’Università Ebraica di Gerusalemme. 

Qualcosa di nuovo si muove dunque sul fronte orientale, anche se, dal momento che l’Unione Europea prosegue la politica di sanzioni nei confronti della Russia (il ventesimo pacchetto ad aprile) e le ipotesi di cooperazione con l’Iran sono definitivamente sfumate dopo la partecipazione all’offensiva statunitense e la strigliata dell’Iran, per il governo italiano il Caucaso rimane innanzitutto un possibile distributore di gas, come testimoniato dalla recente visita della premier Meloni a Baku. 

Ma osservare ciò che si muove tra Armenia, Azerbaigian e dintorni, significa scorgere in prospettiva le prossime mosse del capitalismo mondiale e del progetto imperialista statunitense e sionista. Mosse che preparano il campo sul quale si giocheranno le lotte del futuro. 

  1. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/03/26/first-ever-eu-armenia-summit-to-take-place-on-4-and-5-may-2026/
    ↩︎
  2. https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-7-2013-0595_IT.html ↩︎
  3. qui furono sviluppate le serie Razdan, Nairi e i computer ES EVM, la risposta sovietica all’IBM ↩︎
  4. https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/04/24/remarks-by-president-antonio-costa-at-the-press-conference-following-the-informal-meeting-of-heads-of-state-or-government-of-23-24-april-2026/
    ↩︎
  5.  il 15 giugno anche il Kazakistan ha firmato una serie di accordi con Firebird e Nvidia per la costruzione di un data center sul proprio territorio per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari ↩︎
  6.  https://www.firebird.ai/firebird-ai-megaproject-final-stage-phase-one-construction ↩︎
  7. https://www.state.gov/wp-content/uploads/2026/06/TRIPP-Framework-Agreement-United-States-and-Armenia-June-2026-HRC1418739-Accessible-6.8.2026.pdf
    ↩︎
  8.  ibid ↩︎
  9.  https://www.mimit.gov.it/it/impresa/competitivita-e-nuove-imprese/materie-prime-critiche/materie-prime-critiche#cosa ↩︎
  10.  https://www.calcalistech.com/ctechnews/article/hkt0ud99bg ↩︎
  11. L’ultimo supercomputer di Nvidia presentato a Las Vegas ↩︎
  12.  https://www.calcalistech.com/ctechnews/article/hkt0ud99bg ↩︎

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Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

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Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.

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Approfondimenti

“Per coloro che soddisfano le condizioni”, Una nuova pagina della mai realizzata abolizione dell’hukou

Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere […]

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Approfondimenti

Dalla discarica al clic

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera.

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Approfondimenti

Intelligenza artificiale e guerra

Proponiamo i due approfondimenti realizzati dalla trasmissione universitaria I Saperi Maledetti in onda gli ultimi due lunedì del mese sulle libere frequenze di Radio Blackout.

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Approfondimenti

Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria – Tre domande a Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)

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Approfondimenti

Scacco matto in Iran. Washington non può invertire o controllare le conseguenze della perdita di questa guerra – di Robert Kagan

“L’aggiustamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante dell’America nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime”.

Da Acta Media

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Approfondimenti

“Luoghi strategici in vista di un conflitto armato?” Breve inchiesta durante la manifestazione regionale per la sanità pubblica tenutasi a Torino il 23 maggio 2026

Il 23 maggio scorso siamo andati allo sciopero regionale per la difesa della sanità pubblica indetto dal CIPES (Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure) nella città di Torino. Abbiamo condotto qualche breve intervista tra i partecipanti sui temi della manifestazione, del riarmo, dei corsi universitari di medicina e infermieristica.

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Conflitti Globali

La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

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Conflitti Globali

Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?

Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti.

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Editoriali

Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea.

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.

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Editoriali

Iran-Usa: tra guerra aperta e congelamento del conflitto.

Il memorandum d’intesa siglato tra Usa e Iran, cristallizza su carta in 14 punti la complessità dell’evoluzione della guerra imperialista americana e israeliana. Va innanzitutto segnalata la vaghezza dell’accordo firmato. Tutti i punti sono più che altro una scaletta di lavoro per i negoziati che si dovrebbero tenere nei prossimi 60 giorni. Cessate il fuoco su tutti i fronti, soprattutto in Libano, scongelamento delle sanzioni e ipotetiche riparazioni di guerra americane, vago impegno iraniano a non sviluppare un’arma nucleare e infine sblocco di Hormuz, non si sa in che forme. 

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Conflitti Globali

Memorandum d’intesa USA-Iran ma nessuna pace per il Libano

Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa.

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Editoriali

Il pantano ucraino e il consenso alla guerra in Europa

Mentre i vertici UE, sostenuti da una forte scorta mediatica, tentano di mantenere in vita la narrazione della Russia come pericolo bellico imminente per l’Europa, i Volenterosi continuano a promettere armi e finanziamenti al regime guidato da Zelensky verso la quale la solidarietà popolare europea viene sempre meno.

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Crisi Climatica

Da Zvernec alla Val Susa: stesso modello imposto stessa lotta

Sono immagini familiari a chi vive in Val di Susa quelle che arrivano dall’Albania, dalla spiaggia di Zvërnec e dall’area protetta di Vjosa-Narta.

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Editoriali

Libano: la forza della resistenza.

E’ passata una settimana in cui la mediatizzazione dell’escalation in Libano ha assunto contorni sfumati e volutamente incerti: che l’Unione Europea nella figura dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas pallidamente parli di un “possibile allargamento della guerra e di cessate il fuoco nominale”, è solo l’ultima delle questioni.

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Conflitti Globali

Libano: si intensificano i bombardamenti da parte di Israele

Il Libano è nuovamente al centro degli attacchi da parte dell’esercito israeliano.