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Riarmo permanente: la vera posta in gioco dietro i meme di Trump 

Donald Trump riesce a fare una cosa che la diplomazia atlantica prova sempre a nascondere: ricordare a tutti qual è il vero rapporto di forza dentro la Nato.

Alla vigilia del vertice in Turchia ha scelto di prendere in giro Giorgia Meloni pubblicando un meme sui social, l’ennesimo episodio di un rapporto fatto di continue pressioni, ricatti politici e richiami all’ordine rivolti agli alleati europei. Dietro la retorica dell’unità dell’Occidente resta un dato molto concreto: gli Stati Uniti continuano a dettare la linea e all’Europa viene chiesto di pagare il conto.

Quel conto ha un numero preciso: è il famoso 5% del PIL da destinare entro il 2035 alla difesa e alle spese collegate alla sicurezza, l’obiettivo fissato dalla Nato che il governo italiano si prepara a inseguire. Per l’Italia significa passare dagli attuali circa 45 miliardi di euro destinati ogni anno alla spesa militare a una cifra che potrebbe arrivare intorno ai 145 miliardi. Cento miliardi in più ogni anno. Una somma enorme, che dice molto di più di qualsiasi dichiarazione ufficiale sulla direzione che sta prendendo il Paese.

Da mesi questa trasformazione viene raccontata quasi esclusivamente come una questione di nuovi armamenti, di deterrenza e di sicurezza internazionale. In realtà sta succedendo qualcosa di molto più profondo. Lo dimostrano le parole pronunciate nei giorni scorsi dal capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, secondo cui «la Nato conta sul rafforzamento della nostra presenza». Non si limita a parlare di nuove navi anfibie, cacciatorpediniere, droni navali o missioni nel Mediterraneo: dice anche che la Marina dovrà passare dagli attuali circa ventiduemila militari a trentamila. Ottomila soldati in più, un aumento di oltre un terzo dell’intero organico.

Nemmeno questa è una dichiarazione isolata: negli ultimi mesi anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sostenuto la necessità di rafforzare gli organici, costruire una forza di riserva e preparare il Paese a un confronto strategico destinato a durare nel tempo. Contemporaneamente, il governo Meloni ha deciso di fermare la riduzione del personale militare prevista dalla riforma Di Paola, mantenendo fino al 2033 un organico complessivo di centosessantamila militari.

Se si mettono in fila questi fatti, il quadro diventa abbastanza chiaro. Non siamo davanti a uscite estemporanee di qualche generale particolarmente interventista. Esiste una linea politica condivisa tra Nato, governo e vertici militari che considera l’espansione delle Forze armate una scelta strutturale e non più una risposta temporanea alle guerre in corso. Significa assumere nuovi militari, ampliare le caserme, costruire infrastrutture, rafforzare basi, aumentare la logistica, finanziare addestramento e manutenzione. La guerra entra nella programmazione ordinaria dello Stato.

Anche sul piano economico la direzione è evidente. È lo stesso segretario generale della Nato, Mark Rutte, a rivendicare che il riarmo europeo ha già prodotto centinaia di miliardi di dollari di ordinativi per l’industria militare statunitense, sostenendo quasi duecentomila posti di lavoro negli Stati Uniti. L’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ricordato che una parte consistente della nuova spesa europea viene destinata proprio all’acquisto di armamenti prodotti negli Stati Uniti. In altre parole, una quota importante delle risorse pubbliche europee finisce per alimentare direttamente il complesso militare-industriale americano.

L’Italia non fa eccezione: secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Mil€x, negli ultimi anni il Ministero della Difesa ha finanziato programmi miliardari per sistemi d’arma statunitensi o sviluppati insieme agli Stati Uniti, dagli HIMARS ai Predator fino agli F-35, che continuano ad assorbire una parte enorme degli investimenti militari. Mentre si parla di sicurezza, miliardi di euro di denaro pubblico prendono la strada dei bilanci di colossi come Lockheed Martin e Boeing.

Tutto questo avviene mentre il Mediterraneo viene ridefinito dai vertici militari come uno dei principali fronti della competizione globale. Non più soltanto uno spazio attraversato dalle migrazioni o dai commerci, ma un teatro di confronto permanente tra Nato, Russia e Cina, dove occorre proteggere cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e rotte commerciali.

Questa trasformazione viene presentata come inevitabile ma, come tutte le scelte politiche, ha vincitori e sconfitti. I vincitori sono facili da individuare: le grandi industrie della guerra, i gruppi finanziari che investono nella difesa e gli apparati militari destinati a crescere. Gli sconfitti rischiano di essere tutti coloro che vedranno una parte sempre maggiore delle risorse pubbliche spostarsi verso l’economia di guerra, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continueranno a essere descritti come costi da contenere.

C’è poi un’altra contraddizione difficile da ignorare. Negli ultimi anni una parte del mondo politico italiano ha costruito il proprio consenso sulla retorica della patria, dell’identità nazionale, dell’onore militare e della disponibilità al sacrificio. Eppure, guardando chi oggi interpreta quel ruolo, emergono soprattutto parlamentari, eurodeputati, amministratori e professionisti della politica, allontanatisi dai ranghi proprio nel momento del maggior bisogno, come il generale Roberto Vannacci, diventato uno dei simboli di questa destra identitaria. Lui che pretende di dare lezioni di patriottismo, integrità morale e coraggio impavido, invoca il sacrificio degli altri mentre il proprio terreno di battaglia è ormai quello degli studi televisivi, delle campagne elettorali e delle aule parlamentari, pur avendo per decenni attinto a risorse pubbliche proprio per essere formato ad affrontare momenti storici come questi. Ma si sa: è facile far parte delle forze armate in tempo di pace; la guerra, invece, la si racconta volentieri quando a partire saranno altri, al riparo nei palazzi del parlamento.

La fabbrica della guerra non è soltanto quella che produce missili, carri armati o cacciabombardieri. La fabbrica della guerra è un sistema che costruisce consenso, normalizza il riarmo, convince milioni di persone che spendere cento miliardi in più per gli eserciti sia naturale, mentre trovare risorse per ospedali, scuole o servizi pubblici diventa ogni anno più difficile. È una trasformazione culturale prima ancora che militare. E il primo passo per fermarla è smettere di considerarla inevitabile.

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pubblicato il in La Fabbrica della Guerradi redazioneTag correlati:

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