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Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea.

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.

Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità. 

La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato – invano – una via di fuga dal pantano iraniano.

La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.

1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano – concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori. Una larga coalizione che ha scommesso su di lui perché il progetto MAGA si è fatto garante di due cose: riportare sotto controllo americano le catene del valore globali, garantendo l’interventismo necessario ad ammortizzare gli ingenti problemi che attanagliavano alcuni settori centrali del capitalismo statunitense attraverso una forma di disciplinamento, anche armato, degli attori periferici in grado di controllare le risorse centrali; e scaricare i costi degli stessi problemi economici verso il basso e verso l’esterno.

Le principali forme di opposizione registrate negli USA sono provenute finora da settori urbani politicamente ostili al partito repubblicano, e si siano materializzate principalmente sotto forma di resistenza diffusa nei confronti dell’espulsione di massa di forza lavoro migrante. Tuttavia, questo non significa che il progetto americano debba temere esclusivamente la capacità di resistenza di chi decide di attaccare, anzi: il consenso all’interno della propria base non sembra più essere secondario. Da almeno un anno e mezzo ci sono significativi mal di pancia, soprattutto all’interno del cerchio magico di fedelissimi che hanno sostenuto Trump sin dall’ultima amministrazione – principalmente nei confronti dell’atteggiamento statunitense rispetto ad un Israele talmente assetato di sangue che inizia a suscitare l’odio ed il malumore di un grosso settore della base MAGA, come dimostrano le recenti uscite di Tucker Carlson, uno degli ideologi più influenti di quell’area. Adesso che gli USA scontano davanti agli occhi di tutto il Mondo la difficoltà di sviluppare una strategia comune con la loro truppa d’assalto in Medio Oriente, queste tensioni sono destinate ad approfondirsi.

Neanche il consenso del proletariato bianco statunitense sembra più granitico, soprattutto perché la guerra contro l’Iran ha dimostrato che, per Trump, rispettare entrambi gli impegni programmatici comporta un’evidente contraddizione. L’operazione militare partita per riaffermare il dominio statunitense sul Medio-Oriente e convincere definitivamente gli Stati del Golfo ad affidare petrolio, data-center e commissioni per la difesa al carro USA-Israele si è tradotta in un Memorandum d’intesa piuttosto vago, che rispecchia una sconfitta sul campo e, soprattutto, in termini economici. In altre parole, non solo non è risultato possibile cementare l’influenza americana nel Golfo e stabilirsi definitivamente come principale potenza egemonica nell’area, ma il tentativo ha prodotto un innalzamento drammatico dei costi produttivi e riproduttivi all’interno dell’economia domestica, con conseguenze abbastanza significative sui portafogli della base sociale MAGA. L’agenzia Moody’s stima il costo della guerra per “consumatori e contribuenti americani” intorno ai 135 miliardi – e questo senza calcolare che l’economia americana dovrà prepararsi ad una significativa austerity per sostenere gli aumenti di budget “emergenziali” del Dipartimento della Guerra, che ha dovuto raschiare il fondo alle scorte di materiale, munizioni e sistemi d’arma già fortemente intaccate da cinque anni di sostegno militare all’Ucraina e da tre anni di rifornimenti a Israele. 

In questo senso, la guerra contro l’Iran non ha sicuramente fatto bene alla popolarità di Donald Trump. È troppo presto per ipotizzare se la società statunitense e la base “lumpen borghese” del Trumpismo dimostreranno qualcosa di più di una semplice insofferenza ed arriveranno a ritirare esplicitamente il consenso alle politiche del presidente. Di certo qualcuno – tra i quali lo stesso Carlson – già lo accusa di fare solo gli interessi del grande capitale americano.

2. Il secondo elemento ha a che fare con le conseguenze dirette del primo, nei termini in cui le difficoltà del progetto imperialista americano tendono a tradursi in una pressione accelerata sui livelli subordinati della gerarchia imperiale. Gli stati europei – Italia inclusa – si trovano nella difficile posizione di non essere abbastanza autonomi per negoziare i termini della propria subordinazione, né abbastanza periferici per non riportare conseguenze immediate dal conflitto: se l’incudine è la crisi economica conseguenza della guerra, che colpisce esattamente i paesi più integrati nel modello di capitalismo logistico globalizzato (quelli per cui chiudere Hormuz equivale al disastro immediato), il martello è una politica estera americana che genera queste crisi e ne scarica i costi verso coloro che un tempo considerava alleati da tutelare.

Ed infatti, se la guerra contro l’Iran e l’Asse della Resistenza non ha fatto bene a Trump, neanche a Giorgia Meloni è andata tanto meglio. Per quanto riguarda l’Italia, la conseguenza più evidente del conflitto si è tradotta nell’aumento drammatico del prezzo di gasolio e benzina: +75% e +38%, a malapena ammortizzato da una serie di misure tampone del governo. La pessima figura è arrivata già nei primissimi giorni: Tajani ha dichiarato di aver scoperto i bombardamenti americani solo nel corso di quella mattinata, e ha dovuto ammettere, in parallelo, la presenza del ministro della Difesa Crosetto in viaggio di piacere proprio in mezzo al fuoco incrociato.

Tutto questo avviene nel quadro di un’evidente autonomia dell’alleato americano dalle tradizionali regole d’ingaggio condivise che avevano storicamente legato a doppio filo la progettualità politico-militare degli Stati Uniti alla NATO, con cui l’Italia ha condiviso almeno dieci missioni all’estero negli ultimi anni e di cui Meloni si è sempre fregiata essere fiera sostenitrice. A tutti è stato chiaro che il Comando Americano non ha avvertito gli alleati europei prima di scatenare un’operazione militare senza precedenti che avrebbe costretto quegli stessi alleati a correre urgentemente ai ripari. La vicenda dello stretto di Hormuz è il punto più nitido. Mentre Washington trattava e bombardava a fasi alterne, tenendo aperta la partita secondo i propri tempi e i propri interessi, l’Europa – e l’Italia in particolare – si è trovata a pagare il prezzo delle avventure militari americane senza aver avuto voce in capitolo sulla loro conduzione.

D’altronde, lo scarico dei costi politici ed economici delle operazioni americane sugli “ex-alleati”  è un meccanismo che negli ultimi anni ha informato e diretto in misura sempre maggiore la politica estera statunitense. Basti pensare all’insistenza americana perché l’Europa si faccia finalmente carico della guerra che Trump odia di più: quella contro la Russia. Un conflitto tutto politico, visto che di ritorni economici ce ne sono pochi (a parte un po’ di terre rare, che comunque Trump si è già accaparrato costringendo Zelensky a firmarne la consegna in cambio della riapertura del rubinetto delle armi). Di nuovo, stavolta, c’è solo che l’Europa e l’Italia vengono pubblicamente additati come parassiti ingrati, che si rifiutano di togliere le castagne dal fuoco agli USA sminando Hormuz e si rifiutano di concedere le basi militari. 

Quanto poi queste accuse corrispondano a realtà è ancora da vedere, visto che la famosa accusa di Trump secondo cui l’Italia ha “negato le basi ai caccia statunitensi” è stata prontamente smentita dalla NATO. Non solo, infatti, nei giorni della guerra iraniana armi e munizioni USA sono passate a tonnellate nelle sette basi che l’esercito statunitense possiede in Italia, scaricate e maneggiate dai 13mila soldati americani che le occupano, ma il 24 giugno lo stesso segretario NATO Mark Rutte nel patetico tentativo di ingraziarsi gli Stati Uniti ha – per l’ennesima volta – sbugiardato pubblicamente il governo Meloni spergiurando che i jet d’attacco USA le basi italiane le avevano utilizzate eccome, e che dal “paese sovrano” erano partiti oltre 500 voli militari statunitensi. La gelida replica del Ministero della Difesa italiano, che si limita a ribadire il “rispetto dei trattati NATO” (i cui contenuti, in ogni caso, sono almeno in parte coperti dal segreto di Stato) la dice lunga su l’imbarazzo di essere stati pubblicamente messi alle strette dalle accuse di tradimento targate USA e dagli spergiuri servili di iper-collaborazionismo della NATO.

3. Il terzo elemento ha a che fare con la dialettica tra i primi due, cioè tra la progettualità dell’imperialismo americano ed i suoi limiti, e la posizione di subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti in cui si trovano l’Europa e l’Italia. La tensione generata dalla crisi di questa dialettica ci appare irrisolvibile attraverso il tradizionale prisma politico della destra sovranista.

La crisi del dominio egemonico americano spinge gli Stati Uniti ad accelerare lo scarico dei costi verso gli stati subordinati della propria catena imperiale; questi stati, però, non hanno margini reali per sottrarsi al meccanismo, perché la loro posizione nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura militare occidentale è quella che è. L’Italia è un caso paradigmatico, nei termini della sua strutturale dipendenza dagli USA tanto sul piano della sicurezza quanto su quello dell’integrazione nelle catene del valore. Proprio il battibecco “basi sì, basi no, basi forse” di questi giorni non ci sembra altro che l’ennesima dimostrazione che l’Italia è, allo stato attuale, completamente incapace di influire o negoziare riguardo alle condizioni della propria subordinazione. 

Meloni sa che deve farsi andare bene quel che impone Trump, perché ha tra le mani un’Italia troppo inserita dentro le catene del valore dominate dagli Stati Uniti per strappare in maniera netta – e d’altronde, il decoupling che qualcuno in nord Europa prova timidamente ad abbozzare è già un casino per loro, per noi è proprio fantascienza; troppo atlantista, a livello di identità politica e di strutturazione difensiva e militare, per trattare da pari con una potenza i cui interessi stanno rapidamente divergendo da quelli europei; e troppo dipendente dall’export verso Germania, Francia e Stati Uniti – rispettivamente 74, 67 e 63 miliardi nel 2023 – per scegliere di precludersi un campo – o farsi ricoprire di dazi – senza conseguenze immediate sulla propria base industriale.

L’unico comparto che sta cercando di articolarsi sotto forma “sovranista” è l’industria militare, settore su cui tutta la locomotiva europea, dalla Germania alla Francia, sta puntando per cercare di smarcarsi un po’ economicamente dagli USA e mettere da parte qualche riserva economica e militare per l’inverno della guerra a bassa intensità e ad alta frammentazione che nei prossimi anni caratterizzerà il mondo. Non a caso, gli Stati Uniti stanno cercando di obbligare gli “ex-alleati” che intendono mettersi in proprio sulla Difesa a pagare un prezzo sproporzionatamente alto, come dimostra il programma PURL (Prioritized Ukraine Requirements List) che obbliga i membri della NATO a stanziare quasi 6 miliardi di dollari per acquistare direttamente dagli USA sistemi d’arma da donare all’Ucraina, l’ennesimo tentativo statunitense riuscito di scaricare il costo della crisi militare ucraina sui Paesi europei. 

Il 22 giugno Crosetto ha dichiarato a gran voce che l’Italia non parteciperà al PURL e non acquisterà dagli USA la partita di missili Patriot da consegnare all’Ucraina. Ma il 7 ed 8 luglio è in programma ad Ankara il secondo vertice NATO sull’argomento, e il Segretario della Guerra USA Pete Hegseth ha dichiarato compiaciuto che sarà l’occasione per riportare all’obbedienza “parecchi alleati che sembrano ancora pensare che sia arrivata l’era del free-riding” – cioè, della capacità di sottrarsi all’ennesimo meccanismo-capestro.

Un battibecco come quello del G7 ha le sue radici proprio nel fatto che qualcuno, adesso, si sta trovando a pagare un conto che quando è salita al governo non aveva preventivato. Che si sia trattato di un timido strappo reale – come tende a suggerire anche la stessa premier per cercare di mostrarsi forte di fronte alla prepotenza trumpiana – o più semplicemente di un teatrino a favor di telecamera, il risultato non cambierà. Lo scisma politico tra Italia e Stati Uniti, allo stato attuale è semplicemente impraticabile.

Contrariamente a chi preventivava ancora qualche giorno di polemiche, la scena è tornata rapidamente quella di un governo che riassesta silenziosamente gli equilibri: e se pubblicamente ha annunciato qualche diserzione di facciata ai prossimi summit diplomatici (tra l’altro revocata, visto che al 4 luglio a quanto pare si presenterà una folta delegazione italiana) – tra pochi giorni verrà di nuovo ufficializzato il patetico tentativo meloniano di accordarsi ad un imperialismo in crisi che si è fatto prendere a schiaffi sullo stretto di Hormuz.

Dal punto di vista politico, questi elementi rappresentano la dimostrazione evidente del punto principale su cui si inceppa il progetto sovranista che questa compagine di governo ha venduto ai suoi elettori. E al di là della destra impantanata che si arrampicherà sugli specchi, a farsi questi calcoli c’è soprattutto una borghesia italiana stretta tra Washington e Berlino che non sa ancora dove trovare l’uscita dal pantano. Qualche assist pubblico per continuare a fare riferimento agli USA arriverà infatti immancabilmente anche dal “campo liberal-progressista”: come interpretare altrimenti il fatto che La Repubblica da dieci giorni metta ogni giorno in prima pagina Obama – che abbraccia Michelle, che visita una scuola… – se non per suggerire che l’America può tornare ad avere un volto umano e liberal, che tutto sommato l’era Trumpiana è solo una fase al ribasso della democrazia e che con la prosperità yankee potremo ancora salvarci da un futuro siberiano o mandarino.

I costi di questo allineamento – energetici, salariali, militari – aumentano di mese in mese e, guarda caso, si scaricano verso il basso nella gerarchia sociale. Nel frattempo gli amici di Trump sfondano record di arricchimento, l’entourage del presidente fa insider trading sulla guerra in Iran per costruirsi resort vacanze privati sulla costa dell’Albania e comprare presidenti e primi ministri dei paradisi fiscali in giro per i Balcani e il Centro America.

Lo scollamento tra la sovranità nazionale con cui la destra ha stravinto gli ultimi cicli elettorali e una realtà di subordinazione economica e militare cieca alla volontà degli Stati Uniti è visibile a chiunque voglia vederlo. Osservare interessati gli effetti delle ennesime piccole crepe all’interno delle relazioni strutturali tra Stati Uniti ed Europa, quindi, significa cominciare a tematizzare l’irresolubilità di questa contraddizione all’interno del blocco sovranista per spaccarlo e costringerlo ad esaurirsi nel vano tentativo di dare delle risposte. Occorre pensare a come fare leva su questo scarto per articolare un programma che si prepari alla lunga notte della guerra che arriva mettendo al centro la difesa degli interessi di classe. Il movimento di massa contro il genocidio a Gaza ha già dimostrato che lo spazio per l’organizzazione contro questo regime di oligarchi e di assassini esiste: riaprirlo e sostanziarlo rappresenterà la sfida collettiva dei prossimi mesi.

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