Afghanistan: Ennesima frattura nell’Impero?

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L’epilogo dell’occupazione militare “occidentale” dell’Afghanistan scuote il mondo.

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A distanza di 20 anni dall’11 settembre e dall’invasione promossa e guidata dagli USA, i talebani si riprendono il paese con una breve e vittoriosa marcia giungendo in una Kabul “arresa”.

Indignazione e sgomento stanno invadendo la stampa e le televisioni mentre lo spettro di un secondo emirato talebano diviene realtà.

L’imbarazzo della politica statunitense e occidentale è evidente, come altrettanto chiara è la goffaggine comunicativa, ma anche pratica, della ritirata in corso.

Di seguito proviamo ad evidenziare alcuni nodi che ci sembrano centrali per avviare un ragionamento sul significato del disimpegno americano dal paese e alcune prime considerazioni sulle conseguenze geopolitiche.

 

La fine della stagione unipolare?

 Nei vent’anni trascorsi dal lancio della dottrina Bush della “guerra preventiva”, le battute d’arresto della leadership statunitense sono state molteplici ed hanno riguardato diversi ambiti dell’ordine internazionale da loro creato.

Crisi finanziaria globale 07-08, stallo delle guerre mediorientali, ascesa cinese, il Covid-19, conflitti interni sono solo alcuni macro-temi che hanno sottratto consenso e creato minacce alla guida USA.

La cosiddetta “egemonia liberale” è entrata in crisi in ciascun suo ambito: dalla fornitura del bene “sicurezza” (dal pericolo sovietico), al funzionamento scorrevole del libero mercato globale, e infine, al rispetto delle leggi internazionali e delle istituzioni multilaterali.

Questo paradigma di governo globale, lontano dall’incarnare reali principi di cooperazione, sviluppo complessivo, e autodeterminazione per i popoli, ha rappresentato un delicato equilibrio tra gli USA e i propri alleati, funzionale nel corso degli anni ’60-70-80 nel temperare le spinte rivoluzionare interne ed esterne all’ordine incentrato su Washington.

Il primo aspetto di questo delicato equilibrio che è entrato in crisi è stata la fine della minaccia che imponeva la fornitura di una “sicurezza”. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha cambiato la natura stessa dell’ordine fondato dopo la Seconda Guerra.

Il passaggio da un’sistema bipolare ad unipolare ha cambiato radicalmente la combinazione di consenso e comando con il quale gli USA si proponevano di guidare i propri alleati e il mondo.

Come già evidenziato da Immanuel Wallerstain nel 1993, “il collasso del blocco comunista ha rappresentato un disastro geopolitico per gli Stati Uniti, in quanto ha eliminato l’arma ideologica con la quale essi impedivano alla Comunità Europea e al Giappone di portare avanti i propri interessi”.

L’avvento della “war on terror” costrinse i paesi dell’ordine liberale a far quadrato intorno alla leadership americana.  

In quest’ottica, le invasioni di Iraq e Afghanistan, mal digerite dai vassalli UE e Giappone, possono essere lette come l’apice del delirio unipolare a stelle e strisce.

Se l’Afghanistan era stato riconosciuto dalle risoluzioni ONU come problema di carattere globale per la diffusione di cellule jihadiste sul proprio territorio, la guerra in Iraq, iniziò senza alcun mandato internazionale se non la volontà americana di abbattere il regime di Saddam.

Le norme internazionali erano il perimetro nel quale gli altri attori dovevano muoversi, non gli USA.

Con l’attuazione di un’efficace politica militare di “regime change” gli Stati Uniti miravano a conseguire sinteticamente due scopi: mostrarsi simbolicamente e materialmente vincenti sul fondamentalismo islamico, designato come nuovo male dal quale “proteggere” il mondo dopo la dissoluzione sovietica e, in secondo luogo, assicurarsi ampie zone ricche di giacimenti petroliferi e minerari in un’area fondamentale in quanto ponte tra Cina, India e Medio oriente.

Lungo questi vent’anni gli equilibri del gioco tra le grandi potenze sono notevolmente cambiati.

Con intensità e ambizioni differenti, Russia, Cina, ed Iran svolgono un ruolo più proattivo e hanno maggior peso nei propri affari regionali.

La Turchia, membro NATO, ha intrapreso un proprio percorso egemonico regionale nel mediterraneo, tra l’altro con una forte connotazione religiosa.  

L’economia globale è sempre meno imperniata sull’occidente e l’accumulazione, soprattutto per le classi medie occidentali, è fortemente minacciata da almeno tre grandi tensioni: concorrenza dell’Asia orientale, una stasi di sovrapproduzione (approfondimento qui), infine dall’inestricabile volontà capitalista di creare monopoli che fuggano concorrenza e competizione per massimizzare i profitti.

Tutto ciò non può certo essere unicamente attribuito alle invasioni di Iraq e Afghanistan, ma è indubbio che esse si siano rivelate dei boomerang economici e geopolitici.

Per quanto concerne il primo aspetto, basti pensare che la spesa USA nel solo conflitto afghano si aggira intorno al trilione di dollari.

Buona parte finanziata con i pagherò del tesoro americano che prosegue ad indebitarsi tramite l’infinita (?) espansione monetaria (emissione di moneta), che sta caratterizzando tutto il XXI secolo.

In secondo luogo, vale la pena ricordare che in Iraq, la destituzione del dittatore sunnita Saddam Hussein ha innescato otto anni di guerra civile, conclusi con la costituzione di un esecutivo espressione della maggioranza sciita.

Il forte sentimento anti-americano nelle popolazioni di ogni confessione ed etnia ed il “naturale” avvicinamento dei vertici sciiti verso l’Iran sono solo due elementi che mostrano chiaramente l’arretramento degli interessi americani nell’area.

A questo proposito è necessario menzionare come la “risoluzione” del conflitto civile siriano iniziato nel 2011 stia procedendo con gli Stati Uniti che recitano un ruolo secondario se non marginale.

Essi infatti sono assenti dal tavolo di trattative di Astana, dove prendono parte Turchia, Iran, Siria di Assad, Russia, e forze sunnite para-jihadiste ancora sparse per la Siria orientale.

Gli sceriffi del globo sono stati pressoché espulsi da un’area del pianeta.

Il delirio unipolare, così come concepito nel corso degli anni ’90, sembra essersi evoluto verso una nuova postura “isolazionista”. Tuttavia, con questo termine non si intende un arretramento delle ingerenze americane e/o un disinteresse per le questioni globali, ma l’interruzione di cooperazione internazionale e sottrazione dagli ambiti multilaterali quando questi non sono limpidamente garanti del perseguimento dell’interesse USA. Il caso recente del de-finanziamento dell’organizzazione mondiale della Sanita (OMS) può essere un buon esempio.

Dire che non ci saranno altri Afghanistan sarebbe ingenuo, tuttavia tesoro e opinione pubblica statunitense difficilmente supporterebbero e sopporterebbero altre débâcle.

Le guerre in medio-oriente “americane” devono finire non solo per la manifesta inadempienza ad ogni promessa di risultato umanitario ma anche per la necessità di allocare risorse economiche e militari su nuovi fronti.

Il fronte della transizione ecologica, con la riconfigurazione della ricerca estrattiva, potrebbe essere il nuovo terreno di confronto “fisico” della lotta inter-capitalista globale.

Torniamo alla domanda iniziale del titolo. L’Afghanistan rappresenta una nuova frattura nell’impero USA?

Da una certa angolatura, la risposta non può essere che si.

Tuttavia, delineando le difficoltà e i contraccolpi subiti dalla leadership statunitense si rischia sempre di cadere nella trappola che Susan Strange, definiva come “il persistente mito dell’egemonia persa dagli Usa.” (The persitent myth of lost hegemony).

L’autrice marxista, già nel 1987, sosteneva che l’egemonia statunitense poteva nutrirsi anche del caos da essa stessa scatenato, l’insicurezza e le minacce globali sarebbero servite a rinsaldare le fila degli alleati e aumentare il potere strutturale degli Usa, sia esso militare sia esso monetario tramite il dollaro.

La capacità degli Usa di continuare a governare la civiltà mondo-capitalista rimane una domanda centrale che continuerà a rappresentare un asse focale del sistema che affrontiamo.

Non possiamo ancora farci abbagliare dall’avvento di un secolo “cinese”, dicotomia atta ad alimentare una coesione interclassista contro il pericolo “giallo”, ma dobbiamo indagare cosa ci imporrà l’attuale frattura tra il potere economico dell’Asia orientale, e non della Cina, e lo strapotere militare degli Usa.

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Non è Saigon.

Com’è noto, le condizioni per avviare l’invasione dell’Afghanistan nascono con l’attentato del 11 settembre. Meno di un mese dopo, l’aviazione USA e inglese inizia i bombardamenti sulle maggiori città afghane alla ricerca delle basi di Bin Laden e Al Qaeda. A novembre dello stesso anno, la spedizione occidentale conquista il paese.

Bastano queste poche righe ad evidenziare quanto le immagini della farraginosa ritirata di oggi dell’aeroporto di Kabul e quelle di Saigon del 30 aprile 1975 siano assimilabili solo da un punto di vista fotografico.

In Vietnam, le forze militari americane, come ampiamente riconosciuto nei famosi “Pentagon Papers”, non hanno quasi mai avuto la possibilità di respingere la riunificazione del Vietnam guidata dalle forze comuniste di Ho Chi Minh.

Il conflitto, dall’ingresso americano (1962), si è protratto 13 anni unicamente per la volontà americana di non conseguire una sconfitta militare e per paura di innescare un “effetto dominio” che desse slancio alle miriadi di movimenti comunisti sparsi per il mondo.

In Afghanistan, gli occidentali hanno vinto la guerra in poche settimane, per poi ritrovarsi per le mani un paese utile solamente a riaffermare il proprio dominio sull’area, senza nessuna idea o volontà di investire nella ricostruzione o di aumentare il benessere di trenta milioni di persone che vivevano costantemente in guerra da 30 anni (oggi 40).

Anche per quanto concerne l’opinione pubblica americana, il ritiro da Kabul e quello da Saigon sono molto distanti.

Nel conflitto vietnamita morirono 60 mila soldati americani appartenenti ad un esercito di leva, e gli Stati Uniti dovettero fronteggiare un imponente movimento pacifista interno. Mentre nei 20 anni di occupazione afghana i morti americano sono stati 2000 (3000 quelli dell’intero contingente).

Le vittime afghane sono state 243 mila.

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Il “teatrino” Afghano

Il teatrino alla ricerca di Bin Laden e dei covi di Al Qaeda è andato avanti per anni, mentre il paese viveva una condizione di occupazione dove il celebre “state-building” veniva espresso da una corruzione diffusa e tramite una continua concertazione con le forze jihadiste sul campo.

Molte aree periferiche dell’Afghanistan hanno continuato a vivere seguendo la legge islamica lungo tutto il conflitto sottraendosi alle istituzioni e alle dinamiche di Kabul.

A questo proposito è sempre necessario menzionare come il territorio che oggi costituisce l’Afghanistan “moderno” sia il risultato degli scontri imperialistici lungo il XX secolo, tra Russia zarista e sovietica, ottomani e britannici.

Una terra che è stata crocevia di culture e migrazioni per millenni, con le conseguenti profonde differenze etniche e religiose tra le differenti regioni del paese, province tra loro “frammentate” dalla presenza dei più grandi massicci montuosi del pianeta (Hindu Kush).  

Una terra e i suoi popoli che da decenni risultano essere un enigma per tutti gli invasori, sovietici compresi.

Prendere Kabul non vuol dire prendere l’Afghanistan, ma d’altronde nessuno voleva veramente prenderlo.

Questo rende più semplice comprendere come i talebani da almeno dieci anni abbiano ricominciato a costruire relazioni e accantonare forza nell’attesa dell’inevitabile ritiro occidentale.

Il confine con il Pakistan è un confine poroso, nel sud-est del paese, i talebani hanno atteso e organizzato il loro rientro in scena.

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Russia e Cina: pericolo “giallo” e scontro di civiltà.

Scaricare le responsabilità per ogni insuccesso “occidentale” su Russia e Cina sarà la narrazione comunicativa dei politici e della stampa occidentale per gli anni avvenire.

Nel contesto pandemico, i vaccini prodotti da Russia e Cina, che sembrano avere bene o male le stesse problematiche e utilità di quelli made in USA, sono stati bollati come veleno al cianuro.

Le dichiarazioni dei capi di Stato sull’emergenza climatica trattano sempre meno nel merito il problema delle emissioni e sempre più il fatto che la Russia, la Cina, e bisogna aggiungere l’India in questo caso, boicottino le iniziative multilaterali per salvare il pianeta.

Ovviamente, le responsabilità sono ben condivise tra tutte le élite nazional-capitaliste ma ogni attore tenta di scaricarle verso l’esterno. In Cina, ad esempio, l’ingerenza statunitense viene sempre più sbandierata dai media nazionali per rafforzare una coesione identitaria che anestetizzi le tensioni sociali interne.

Per quanto riguarda la “ritirata afghana”, si tenta di narrare la rapida avanzata talebana come il risultato di un favoreggiamento promosso in concertazione da Putin e Xi Jinping.

Falsità che la Russia e Cina rispediscono al mittente sottolineando di aver anche supportato in principio l’invasione americana.

Nel lontano 2001, la Cina, ben lontana dal rappresentare il compitor di oggi, supportò anche in sede di consiglio di sicurezza dell’ONU (risoluzione 1386) l’idea della guerra al terrorismo islamista.

Da una parte, è necessario menzionare che quella votazione avvenne appena 9 giorni dopo l’accettazione cinese all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio (11 dicembre 2001).

Non è speculazione pensare che l’allineamento cinese fosse necessario nell’ottica di mostrarsi un player affidabile per i capitali occidentali.

Dall’altra parte, Il Partito Comunista Cinese ha sempre considerato un problema la presenza delle minoranze turcomanne islamiche nelle zone occidentali del proprio paese.

Il popolo Oiguro, gli abitanti dello Xinjiang, sono sempre stati duramente repressi e discriminati da Pechino che ha ultimamente rincarato la dose nell’ottica di aumentare il numero di infrastrutture nelle province interne: la celebre “nuova via della seta”.

Ad oggi, che la Cina sorrida per l’ennesima figuraccia statunitense non c’è dubbio. Ogni danno al “consensus” di Washington può migliorare l’immagine di Pechino.

Lavrov e Wang Xi, rispettivamente ministro degli esteri russo e cinese, hanno incontrato delegazioni talebane.

La stessa cosa che stanno facendo da anni gli americani nell’ambito dei tavoli diplomatici di Doha (Qatar) dove lo scorso anno (29 febbraio 2020) Donald Trump ha firmato accordi per il ritiro delle truppe americane entro 14 mesi al quale sarebbe seguito un ritorno al potere dei talebani.

Lo stupore delle cancellerie occidentali è una farsa.

Tuttavia, la postura cinese non è assolutamente disinteressata e a differenza del mondo occidentale, Pechino ha già le idee chiare su cosa farsene di un Afghanistan nella propria sfera d’influenza.

Ci sono almeno due aspetti da sottolineare:

In primis, un accordo con i talebani permetterebbe ai cinesi di indebolire il “nemico interno” oiguro tagliando a questi ultimi i legami con degli alleati storici, che a breve saranno nuovamente in possesso di una terra franca per l’internazionale jihadista.

In secondo luogo, i cinesi stanno cercando attraverso “la nuova via della seta” e la Asian Investment and Infrastructure Bank (AIIB) di dotare di infrastrutture l’intera area centrale della piattaforma asiatica attraverso la creazione di corridoi stradali, gasdotti e oleodotti che garantiscano al paese l’indipendenza energetica senza la necessità di transitare per l’oceano indiano, dove lo strapotere navale statunitense è ancora netto.

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In Italia

Concludiamo con qualche battura sul solito circo della politica italiana.

La politica italiana è divisa tra chi fa a gara a strillare contro i profughi in arrivo, che al momento si trovano a circa 7.000 km dai nostri confini, e chi è già vedova dell’invasione più fallimentare di sempre.

Oltre la guerra, sul corpo delle donne afghane, si sta perpetrando la strumentalizzazione della loro condizione per stimolare lo sdegno di una paternalista comunicazione giornalistica.

Non esistono talebani moderati così come non esistono teocrazie non patriarcali.

In Afghanistan si tornerà ad applicare una legge islamica simile a quella del nostro alleato Saudita.

Eppur per l’Arabia si parla di “Rinascimento”.

Draghi si dà un tono con telefonate ai leader che contano per aggiornare l’agenda dei G7 e G20, quest’ultimo in programma a Roma.

Sulle colonne del Corriere della Sera, il Professor Angelo Panebianco, noto guerrafondaio suprematista occidentalocentrico, scomoda Huntington e “lo scontro di civiltà”, paventando all’orizzonte un’alleanza tra Jihadismo, Comunisti cinesi e Russi pronto a distruggere il “mondo libero”.

Ogni ulteriore peggioramento delle nostre condizioni di vita verrà sempre più intimamente legato all’ascesa di altri paesi e dei movimenti islamisti al fine di creare una coesione identitaria mortifera per un riscatto globale e il superamento della società capitalista.

Così come loro, anche noi dobbiamo tornare ad aggiornare la nostra agenda, a rifiutare la guerra e le dicotomie narrative della controparte siano esse Usa contro Cina, o talebani versus eserciti stranieri.

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