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La rivoluzione in Rojava è sotto attacco! Chiamata internazionalista per raggiungere il Nord-Est della Siria

Riceviamo e pubblichiamo dalla campagna Rise Up 4 Rojava

“Questa è una guerra che ci è stata imposta. O una vita degna oppure un martirio onorevole”. Questa è la dichiarazione rilasciata da Mazlum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a conclusione dell’incontro tenutosi a Damasco tra il governo al-Jolani e i rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma e Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES) la sera del 19 gennaio. Dopo giorni di scontri e di guerra è chiaro il vero scopo di al-Jolani e dei suoi sostenitori occidentali: azzerare l’esperienza rivoluzionaria in Rojava, decurdificare la regione e riproporre una Siria unica e monolitica con una lingua, una religione, una bandiera ed una sola forma di governo centrale. Un fascismo che ricalca in pieno la mentalità di ISIS.

Le richieste di Damasco prevedono il ritiro da Kobanê ed Hasakah oltre alla completa consegna delle armi. Rohilat Efrin, comandante generale delle Unità di Protezione della Donna (YPJ), ha dichiarato “Non abbiamo accettato questa richiesta di resa”.

Da giorni l’esperienza rivoluzionaria del Rojava affronta il pericolo più grande da quando il 12 luglio 2012 venne dichiarata l’autonomia di tre zone nel Nord Est della Siria a prevalenza curda, dando così inizio alla rivoluzione del Rojava. In tutti questi anni l’esperienza di auto amministrazione nel Nord Est della Siria ha rappresentato un’alternativa possibile fondata sulla convivenza e sulla pace. Un esempio di autorganizzazione democratica e popolare per un Medio Oriente falcidiato dalle guerre, dimostrando che “la fine della storia” più che un destino inevitabile non è altro che l’ultimo e più spaventoso progetto di una modernità capitalista che devasta e distrugge interi popoli e territori.

Nel contesto della guerra civile siriana l’avanguardia del popolo curdo in Rojava ha rappresentato una terza via concreta e realizzabile allo scontro tra poteri che si mostrano diversi nella forma ma non nella sostanza. Oggi più che mai questo scontro si ripresenta nuovamente nell’alleanza tra il governo siriano di al-Jolani e le principali potenze imperialiste per schiacciare i curdi e il loro progetto di confederalismo democratico.

L’alleanza tra al-Jolani, oggi autoproclamato capo di un governo provvisorio e leader di HTS (organizzazione armata islamista proveniente da Al Qaeda e da Al Nusra), gli USA, Israele e Turchia, non è altro che una conferma per il popolo curdo: nessuna soluzione ai problemi del Medio Oriente e alla questione curda potrà mai passare per gli stati-nazione. Proprio per questo Mustafa Karasu, membro del Consiglio esecutivo del KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) ha dichiarato che “La vittoria a Kobanê nel 2015 non è stata ottenuta solo attraverso la resistenza dei combattenti. L’ISIS è stato respinto a Kobanê grazie al sostegno, in particolare morale, del nostro popolo in tutto il Kurdistan e nel mondo, di amici e forze socialiste. Anche oggi è il momento di fornire tale sostegno a coloro che resistono nel Kurdistan del Rojava.”

Il richiamo a Kobanê non è casuale. In questi giorni di fronte alla nuova minaccia jihadista è stato dichiarato l’inizio della “seconda resistenza di Kobanê”. Il riferimento è all’eroica resistenza che per mesi ha visto confrontarsi le forze dell’ISIS alle forze di Unità di Protezione del Popolo (YPG) e della Donna (YPJ). Una resistenza vittoriosa, che ha dato il via alla ritirata e alla caduta del proclamato Stato Islamico. In quei giorni l’Occidente ed il mondo intero glorificarono il popolo curdo, innalzandolo come esempio di resistenza e coraggio nella difesa dell’umanità dal fondamentalismo più truce e terrificante. Dodici anni fa il popolo curdo si è fatto barriera umana per fermare l’ISIS. Come allora, anche oggi, la difesa della rivoluzione in Rojava rappresenta una barriera in difesa di tutta l’umanità.

Quattordici anni dopo ci troviamo di fronte alla liberazione di migliaia di militanti di ISIS dalle carceri per mano del governo siriano e delle bande jihadiste. Queste carceri, protette e custodite dalle SDF per tutti questi anni, sono ora il principale obiettivo dei mercenari, rendendosi responsabili di rafforzare la riorganizzazione di ISIS e permettendo l’instabilità e l’insicurezza del mondo intero. Tutto ciò avviene nel silenzio e nell’immobilismo assoluto della Coalizione Internazionale anti ISIS presente a tutti gli effetti sul territorio siriano.

Il popolo del Rojava sa che la vittoria può dipendere solo dalle sue capacità e sulla forza della resistenza popolare che in tutti questi anni è stata in grado non solo di respingere i continui attacchi di Damasco, delle milizie jihadiste e dello stato turco, ma addirittura è riuscita a sviluppare un sistema di autogoverno capace di mettere al centro l’autonomia amministrativa, la liberazione della donna, l’ecologia e la pluralità di fedi, lingue, culture ed identità.

Da giorni è stata dichiarata la mobilitazione generale permanente in ogni parte del Kurdistan. I popoli della Siria del Nord Est si sono mobilitati in armi, pronti a praticare un principio fondamentale del confederalismo democratico, ovvero l’autodifesa popolare. Dalle altre parti del Kurdistan, in particolar modo dal Bakur e dal Bashur, rispettivamente le parti di Kurdistan occupate da Turchia e Iraq, decine di migliaia di giovani, donne ed anziani, stanno invadendo e sfondando i confini che li separano dai propri fratelli e sorelle in Rojava. Le immagini di folle oceaniche di persone che attraversano le strade delle principali città curde, da Qamişlo a Kobanê, da Amed a Nusaybin, mostrano che ancora una volta il popolo curdo sa unirsi per respingere quello che è un chiaro intento genocida da parte degli stati-nazioni.

Non solo in Kurdistan ma in tutta Europa si stanno diffondendo iniziative in solidarietà e supporto.

La Comune Internazionalista del Rojava e la campagna internazionale Rise Up For Rojava hanno diffuso un appello a tutti gli internazionalisti per raggiungere il Nord Est della Siria e contribuire in maniera diretta alla difesa della rivoluzione. In queste ore sta prendendo il via una carovana che dall’Europa si sta dirigendo verso la Siria, con l’obiettivo esplicito di unirsi alle migliaia di persone che si stanno mobilitando sui confini siriani per entrare in Rojava e lottare fianco a fianco alle forze di autodifesa popolari.

L’appello di Rise Up For Rojava riporta il seguente invito:

“La rivoluzione del Rojava sta combattendo per la sua sopravvivenza. Eppure i popoli del Nord e dell’Est della Siria sono determinati a difendere la loro libertà, se necessario con un’arma nelle loro mani. Come internazionalisti rivoluzionari, vediamo come nostro dovere storico contribuire alla resistenza dei popoli del Nord e della Siria orientale e rispondere all’appello per la mobilitazione generale. Oggi, ancora una volta, è giunto il momento di superare i confini ostili e trasformare la solidarietà internazionale in una pratica vissuta.
La rivoluzione ha bisogno di noi adesso. Non possiamo aspettare ancora un minuto. Il momento di agire è adesso! Vi chiediamo: venite al Rojava e unitevi alla resistenza come internazionalisti! Insieme difenderemo la nostra rivoluzione! La rivoluzione in Rojava sarà vittoriosa!”

Unirsi alla rivoluzione è la chiamata rivolta ad ogni persona che nel mondo vuole difendere un presente ed un futuro di libertà. Nelle parole di Foza Yusif, membro del Consiglio del Partito dell’Unione Democratica (PYD), l’appello ad unirsi con urgenza e responsabilità al popolo curdo e a tutti i popoli che resistono contro il fascismo.

“Oggi è un giorno di onore nazionale, un giorno per difendere i risultati e i valori delle donne. Per prevenire gli attacchi genocidi, milioni di persone devono unirsi. Azioni come quella di oggi devono continuare, e il nostro popolo deve venire al Rojava”.

Al-Jolani e i suoi alleati occidentali vogliono cancellare le conquiste sociali e le esperienze di autorganizzazione della società che in questi anni hanno fatto nascere un’alternativa di vita capace di trasformare l’utopia in realtà.

Uno dei principali attori di questo attacco è lo stato turco e il presidente Erdogan, il quale vuole usare questa guerra per sabotare e far cadere il processo di pace promosso dal leader del Movimento curdo Abdullah Ocalan, il quale dal carcere di Imrali sta continuando a difendere e insistere su una prospettiva di pace e fratellanza tra il popolo curdo e turco, ponendo fine ad un sanguinoso conflitto pluridecennale.

Mentre l’Europa finanzia il regime di al-Jolani con 620 milioni di euro e mentre si assiste ad un silenzio assordante della Coalizione Internazionale, in queste stesse ore una resistenza storica, fatta di giovani, donne, bambini e famiglie, sta nuovamente consegnando al mondo intero un esempio di dignità e coraggio unico.

“Resistenza è vita” è la frase che da decenni contraddistingue la lotta per la libertà del movimento curdo ed anche oggi, più che mai, “resistenza è vita” è la frase che segna una chiara linea di demarcazione tra chi decide di essere complice e responsabile di massacri e stermini nel nome della modernità capitalistica, e chi, invece, vede nella lotta e nella resistenza contro questi attacchi la forma più naturale di difendere la vita e la società.

Giovani curdi che sfondano il confine turco-siriano nel Bakur a Nusaybin
Manifestazione popolare a Qamislo

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