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Libano: la forza della resistenza.

E’ passata una settimana in cui la mediatizzazione dell’escalation in Libano ha assunto contorni sfumati e volutamente incerti: che l’Unione Europea nella figura dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas pallidamente parli di un “possibile allargamento della guerra e di cessate il fuoco nominale”, è solo l’ultima delle questioni.

Il teatrino grottesco che coinvolge Trump e Netanyahu mostra l’importanza della propaganda e della nebbia di guerra. Telefonate furiose, accuse di ingratitudine, parole che vogliono mettere in risalto la responsabilità di Israele nell’aver indirizzato contro di sé l’odio di tutto il mondo. Axios, maggiore canale americano pressoché ufficio stampa del Presidente, ricorda che la pazienza con Netanyahu stava finendo anche già dalla precedente amministrazione Biden. Ma in alcune dichiarazioni rilasciate a Al Jazeera e riportate in questo articolo in merito ai rapporti tra Usa e Israele l’avvocata Isabelle Hayslip del DAWN Advocacy Manager (gruppo di avvocati, ricercatori e attivisti per i diritti umani in Medio Oriente), mette in dubbio la crisi tra Trump e Netanyahu sottolineando come la politica estera americana sia allineata con gli interessi israeliani nella regione. 

Al di là delle disquisizioni su questo punto ciò che interessa ritenere è che una patina di confusione vuole essere gettata su quanto sta accadendo sul campo: il ministero della salute libanese conta a oggi 3433 morti e oltre 10mila feriti con una media di 11 bambini uccisi o feriti al giorno. Israele ha invaso il Sud e ha iniziato a minacciare la capitale, dove è iniziato un esodo di massa a fronte degli annunci di bombardamenti imminenti su Beirut. Il ministro della Difesa Katz ha dichiarato “Nessuna calma a Beirut se non c’è calma nel nord di Israele”. L’attacco alla città di Tiro è stato particolarmente significativo anche sul piano del simbolico così come i combattimenti nell’area del Castello di Beaufort, luogo conquistato dalle truppe israeliane. Il Castello era un luogo dove operava l’Olp nei primi anni della guerra civile libanese. 

Gli obiettivi dell’Idf sono gli ospedali, le strutture di assistenza umanitaria, le case. Lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, zona tampone occupata da Israele il 20 aprile si registrano combattimenti importanti con Hezbollah. 

Due dati sono piuttosto evidenti: da un lato, il “modello Gaza” portato avanti da Israele si compone di due aspetti, ossia colpire le strutture portanti della società in termini di riproduzione sociale con la trita e ritrita formula dell’”eradicare i terroristi” e, dall’altro, la preparazione e l’intelligenza strategica della resistenza libanese che mette in difficoltà l’avanzata dell’Idf. Sebbene la sproporzione di forze in campo Hezbollah ha messo in campo una guerriglia che impone un costo in termini di feriti e morti tra le file dell’esercito sionista che hanno colto impreparato l’aggressore. Questo dato riporta ancora una volta al centro l’impreparazione di Israele nel subire le mosse strategiche da parte della Resistenza. Se il 7 ottobre è stato proprio questo anche Hezbollah in Libano sta ricalcando questa dinamica: i droni “killer” di cui si è parlato anche sui giornali nostrani in questi giorni ne sono un esempio. Dall’altro lato soprattutto il dover fare i conti con il fatto che in determinati territori la formazione della soggettività avviene in un modo specifico, ossia quello della socializzazione della necessità della resistenza, delle competenze pratiche e logistiche per resistere sul campo, dello studio, della valorizzazione della propria storia e memoria, mettendo al centro un obiettivo chiaro: la possibilità di emancipazione. Israele nel corso degli ultimi decenni ha, suo malgrado, aperto uno spazio di profonda formazione di nuovi combattenti: nei campi, nei territori occupati, in tutte quelle infrastrutture che si sono date sul territorio palestinese e libanese, ma anche iraniano per certi versi, che hanno lavorato quotidianamente in una direzione chiara, quella della lotta per la liberazione. Non si tratta qui di dare spazio a un afflato di fascinazione per un mondo “esotico” che vediamo costretto a mettere in campo le “ultime cartucce” per la propria sopravvivenza ma di guardare un esempio concreto, con caratteristiche e specificità proprie delle dinamiche storiche, sociali, della fase passata e attuale, di cosa significhi avere come priorità la formazione di soggettività all’altezza della sfida che la Storia pone davanti. 

L’esercito israeliano ha comunicato ancora una volta in maniera esplicita che “Lo stato di Israele non combatte il popolo libanese, ma l’organizzazione terrorista Hezbollah. Se Hezbollah continuerà a lanciare attacchi sulle città e i villaggi di Israele, l’esercito israeliano risponderà bombardando obiettivi nella periferia sud di Beirut”, come viene riportato anche da Pasquale Porciello in questo articolo “Hezbollah ha incrementato dunque i suoi attacchi nei confronti di obiettivi militari nel nord di Israele -Nahariya, Karmiel, Safed, Acre, Krayot, Tiberias, Kyriat Shemona, Metula- e quelli nel sud del Libano. Dal due marzo, data di inizio di questa nuova fase della guerra, ad oggi, Hezbollah ha ucciso 27 soldati israeliani e un civile, che lavorava con una società di demolizione nel sud del Libano, dove Israele ha raso al suolo interi villaggi.” Questo denota la capacità di individuare dove colpire la controparte senza cadere nella trappola confezionata dal governo di Netanyahu che tenta di ricucire il refrain sulla necessità di colpire i terroristi. 

Intanto Hezbollah ha comunicato quanto segue, come viene ripreso dal sito Al Akhbar, canale diretto di informazione dell’organizzazione: 

“In primo luogo, che la resistenza non ha violato l’accordo di cessate il fuoco, che dovrebbe essere entrato in vigore il 27 novembre 2024, e che le sue operazioni sono arrivate in risposta alle violazioni israeliane. Di conseguenza, cesserà le sue operazioni solo dopo aver ricevuto garanzie pratiche di un cessate il fuoco completo tra cui porre fine a tutte le forme di violazioni che esistevano nella fase precedente, pur confermando che non accetterà un ritorno alla realtà di prima del 2 marzo;

In secondo luogo, la resistenza non considera la sopravvivenza dell’occupazione come un dato di fatto, ma piuttosto richiede che qualsiasi decisione di cessate il fuoco sia accompagnata da un calendario chiaro e specifico per il ritiro delle forze di occupazione dal territorio libanese entro un breve periodo di tempo, oltre a garanzie che impediscano al nemico di svolgere qualsiasi azione militare o di sicurezza nei territori occupati, comprese le operazioni di distruzione e dragaggio;

In terzo luogo, la resistenza si rifiuta di avviare misure di sicurezza o accordi relativi al suo equipaggiamento o al suo dispiegamento militare finché l’occupazione israeliana è presente in qualsiasi parte del territorio libanese. Sottolinea che qualsiasi intesa deve includere il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri libanesi detenuti da Israele.”

La recente escalation israeliana viene poi letta come una necessità da parte degli Stati Uniti di esercitare pressione sull’Iran per ottenere concessioni sul tavolo delle trattative. Ma Teheran ha chiaro che la fretta di Washington riflette l’esigenza di porre fine alla guerra in un momento in cui la situazione dal punto di vista economico e del consenso interno sta peggiorando. Intanto Trump ragiona sulla possibile exit strategy rappresentata da Cuba, quindi aprire nuovi scenari di guerra per risolvere le guerre da cui non si riesce a uscire in maniera vantaggiosa. 

L’Iran continua a essere una chiave di volta per la prospettiva sulla regione e, in generale, nell’approfondire la frattura egemonica americana, almeno sul piano del sistema di valori. La rivoluzione iraniana per il territorio del Medio Oriente, e per tutte le realtà del movimento islamico sciita, ha assunto la caratteristica di essere stata la prima rivoluzione popolare a ribaltare un regime dispotico legato a doppio filo con gli Usa, dunque una reale rivoluzione antimperialista ed islamica al tempo stesso. Sconfiggendo ed eliminando, anche in maniera brutale, qualsiasi opposizione interna soprattutto a sinistra.  L’aver disarticolato il segnaposto americano nella regione ha avuto un impatto molto forte nei territori mediorientali perché prima di allora non c’erano stati fenomeni simili, rappresentando un passaggio epocale anche per l’islam in quanto elemento chiave nel giocare un ruolo nella mobilitazione contro i regimi, in particolare per i territori sciiti. Dal 1978 il Sud del Libano diventa la linea del fronte tra Israele e Libano, nell’82 c’è l’invasione di Israele dal Sud ed Hezbollah è il prodotto di questa storia. Da quel momento si capisce che il Sud del Libano è l’altro territorio chiave per la contrapposizione al progetto sionista nella regione che non consiste “soltanto” nell’occupazione della Palestina ma di allargarsi in maniera da costituire a sua volta una reale forza imperialista e non soltanto dover dipendere dal sostegno degli Usa per sopravvivere. 

In questo senso si può parlare di una minaccia esistenziale. Questo spiega oggi la centralità e il valore che assumono le dichiarazioni e l’avanzamento militare da parte di Israele nel Sud, considerando il territorio in questione a tutti gli effetti “zona di guerra”. Questo è il reale problema di Trump al quale difficilmente è realistico immaginare una risposta all’altezza dello scontro che vada oltre la messa in campo dell’estremo uso della forza e della violenza. Al momento è Netanyahu a non tirarsi indietro nel voler dimostrare superiorità su un piano strettamente militare, per gli Usa il livello della sfida è doppio. L’indebolimento percepito a livello globale della crisi di legittimità dell’egemonia imperialista incarnata dagli Usa è il terreno sul quale si gioca la partita più profonda, perché è anche quello che può mettere le basi per una prospettiva che vada nella direzione di una conferma o meno della propria egemonia. 

Su scale e punti di vista diametralmente diversi questi sono per certi versi anche i nostri problemi: come possiamo dal cuore del sistema imperialista e capitalista occidentale costruire al contempo una forza capace di destrutturare dall’interno il sistema imperialista e quindi lottare contro la guerra producendo un immaginario capace di scalfire l’itinerario imposto dal capitale per la valorizzazione soggettiva di ciascuno e ciascuna? Riflettere attorno al ruolo del mediatico in questa fase è sicuramente un punto di partenza ma non è sufficiente pensare di organizzarsi in una dinamica di risposta automatica agli stimoli esterni, così come l’esempio della seconda missione della Flotilla ha verificato. Lavorare nella profonda dimensione di come la soggettività di oggi viene formata, individuandone le debolezze e costruendo una capacità di proposta autonoma è forse l’obiettivo che va focalizzato nelle militanze quotidiane. Concentrarci su come articolarlo, come praticarlo e quali spazi sono a disposizione sono solo alcuni spunti da cui partire. 

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