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G8 di Genova: compagni senza giustificazioni

Cinque persone entrano in carcere con pene che variano dai sei anni ai quattordici anni, e altre cinque attendono, a breve, la propria condanna. Così dovrebbe finire una storia iniziata con tre giorni di manifestazioni internazionali contro i piani globali di Bush e Berlusconi, Putin e Blair, e trecentomila a gridare rabbia contro l’ordine globale delle guerre, delle speculazioni finanziarie, della devastazione ambientale, dello sfruttamento generalizzato dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna. Ore e ore di scontri con la polizia per tutta la città, azioni dirette, difesa della libertà di attraversare Genova, attacchi per la riappropriazione effettiva di Genova e delle sue strade, tentando di sottrarle metro per metro ai carabinieri, alla polizia, al ministero degli Interni, alle caserme, alla perimetrazione di classe, all’ostentazione dello spreco e del lusso, alle istituzioni finanziarie. Tre giorni dove protagonisti sono stati precari, studenti, tifosi, migranti, ragazze e ragazzi accomunati ora da una scelta militante, ora dalla rabbia spontanea; tre giorni multicolore, stretti assieme i tedeschi e gli italiani, i greci e i francesi, gli statunitensi e i palestinesi. Tre giorni indimenticabili. Tre giorni di soprusi, conclusi nel sangue, con l’assassinio di un compagno, il terrore della Diaz e le torture di Bolzaneto.

Undici anni dopo, lo stato pronuncia le sue condanne: lievi, lievissime per una parte dei vertici della polizia; inesistenti per i picchiatori in divisa, per chi si è divertito a compiere il lavoro sporco; pesantissime per le compagne e i compagni, divenuti capri espiatori, messi alla gogna come simboli della “devastazione” della città (alcune vetrine rotte!) nei minuti in cui i grandi del pianeta stringevano intese che avrebbero annullato foreste, mortificato oceani, militarizzato continenti, spremuto e lentamente ucciso miliardi di persone. Certo, questo tipo di sguardo sul mondo non trova spazio nel codice penale, nel catalogo di cosa è giusto e cosa è sbagliato fare secondo il diritto (del più forte, che, nella fattispecie della “devastazione e saccheggio”, la democrazia ha ereditato dal fascismo). Nel codice penale trova spazio tutt’altro: la messinscena dell’applicazione arbitraria e risibile di regole astratte, la cui legittimità storica è tutta da definire; piegate, deformate ed allargate a seconda dei comodi e degli usi della magistratura, che sono i comodi e gli usi del potere costituito nel suo complesso. La sentenza del 13 luglio non parla, però, di carte e di tribunali; parla di una società intera, di un periodo storico, e assume un significato generale. Espressione di un modo di essere del dominio contemporaneo, è la punizione dimostrativa, la minaccia preventiva, la vendetta ansiogena di un ordine fragile e inattaccabile a un tempo, in un paese occidentale economicamente avanzato.

Tre elementi qualificano la sentenza sul piano politico. Il primo è il carattere discrezionale di essa, attraverso l’uso spietato di espressioni giuridiche che lasciano volontariamente uno spazio illimitato all’interpretazione, quindi all’arbitrio brutale del giudice sull’imputato. È il caso dell’uso di categorie quali “concorso morale” (presente anche nel processo appena aperto contro il movimento No Tav) e “compartecipazione psichica”; categorie che annullano consapevolmente la presunta garanzia giuridica del carattere personale della responsabilità penale. Se non si hanno prove che una persona abbia fatto qualcosa, secondo i pm di Genova e di Roma (o di Torino), sarà sufficiente attribuire ad essa la responsabilità di ciò che qualcun altro ha fatto, sulla base di un’accusa rivolta non all’atto, ma all’intenzione o allo stato psichico della persona in quel (o addirittura in un altro!) momento. È un fatto non solo giuridicamente, ma politicamente fondamentale, che ha segnato questo processo come quelli contro i banlieusard del 2005 in Francia, o i rioters del 2011 in Inghilterra, e ne segnerà molti in futuro: sotto accusa non sono i singoli gesti, e neanche cospirazioni o vere e proprie associazioni, bensì desideri, pensieri, palpitazioni di cuori.

Il secondo elemento politico della condanna è il suo carattere tronfiamente “democratico”: secondo l’arringa del procuratore, la “devastazione” operata dai manifestanti avrebbe annullato la possibilità di ogni altra e diversa manifestazione del dissenso, e ciò ha reso necessario un perseguimento severo dei comportamenti di lotta dei compagni ora in carcere. Oltre che per vendicare la popolazione di Genova, quindi, che secondo la Cassazione venne ferita dagli eventi (e fu ferita, ma per esclusiva responsabilità del G8 e del governo italiano) lo stato sbatte in galera cinque compagni per tutelare la libertà di tutti noi, per permettere a ciascuno di noi di continuare ad esprimersi e a manifestare pacificamente. Il carcere per i compagni tutela, secondo il giudice, il rispetto delle regole democratiche, che permetteranno a tutti, d’ora in poi, di esprimere il proprio dissenso entro i canali prestabiliti dalla legge. Mai più una Genova: questo è l’ammonimento dei giudici alle giovani generazioni, che commentano in queste ore sbigottite la sentenza; restate nei ranghi della testimonianza e del rito… o rientrateci.

Il terzo elemento delle condanne è quello della loro stupidità pura e semplice, una stupidità programmata e di inestimabile importanza per i nostri avversari: incapacità congenita al potere di comprendere ciò che gli si contrappone, ma al tempo stesso messa in scena ipocrita di questa incapacità. Nelle ragioni addotte dalla Cassazione sussiste infatti l’aggravante di aver compiuto atti che “non avevano alcuna possibile giustificazione”. Per il giudice, questi da oggi in carcere, non sono “no global” qualsiasi, né compagni qualsiasi: sono compagni i cui atti non hanno giustificazione razionale. Lo stato vede la necessità di qualificare, oltre che come sbagliato, come umanamente incomprensibile il gesto del rifiuto radicale delle sue regole, alludendo a una medicalizzazione del dissenso che ancora una volta estende a potenziale dismisura i criteri della criminalizzazione. Eppure, il magma ribelle che la stampa ha etichettato come “black bloc” ha avuto, a Genova, uno scopo. Il secolo che si apriva doveva avere non uno, ma due attori – il diritto dell’ingiustizia da un lato, la giustizia che non ha ancora maturai i suoi diritti, dall’altro – e tutto il mondo, dalle province cinesi alle favelas brasiliane, doveva saperlo. Questo scopo politico non ha avuto e non ha bisogno, né chiede, giustificazioni al potere costituito e ai suoi funzionari, e la sua giustificazione non è nella storia scritta dai tribunali, e nemmeno al cospetto di un sospetto “tribunale della storia”; poiché questi compagni “ingiustificabili” cercano talvolta la propria giustificazione contro la storia; e anche questa è la loro grandezza.

Di tutto questo nulla sa la legge e nulla sanno gli innamorati della legge. Non abbiamo mai sperato nella giustizia delle istituzioni, come hanno fatto in molti nei giorni successivi al G8 (anche tacendo i piccoli politicanti che sono arrivati a sperare in essa anche durante il G8, e non di rado contro i compagni). Sapevamo che Placanica non avrebbe pagato mai, e questa consapevolezza era parte integrante di un sapere più vasto, quello che permette di alzare un estintore per resistere ai carabinieri. Non per coprirsi il volto: non abbiamo mai raccontato Genova secondo gli schemi buonisti di chi ha voluto a tutti i costi rimuovere la presenza nel movimento di comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico e le sue regole di polizia, o con l’ordine del discorso di chi intendeva ammorbidire il confronto con la controparte. Abbiamo sempre lasciato a costoro la descrizione di chi ha affrontato il G8 sul terreno dell’azione diretta come “infiltrati”, e la nostra stessa, disonesta, descrizione come nichilisti assurdi, violenti e stupidi. Ora che la Cassazione ha emanato queste condanne, anche utilizzando in parte questa rappresentazione menzognera della realtà, occorre contrapporre a livello culturale una storia diversa, in grado di rivendicare la Genova rivoluzionaria che abbiamo vissuto, quella per cui oggi pochi compagni pagano questo conto vergognoso, per noi intollerabile. La vicenda di Genova, è vero, ha poche certezze da consegnare, molte di più ne ha distrutte; ma una “prova”, nelle sentenze degli ultimi giorni, la possiamo e dobbiamo ancora una volta trovare: che lo scontro politico con le istituzioni capitaliste si gioca, volenti o nolenti, sempre sul terreno dall’incompatibilità totale.

Redazione Infoaut

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