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Movimenti e autunno di lotta. Verso il 12 dicembre

Le mobilitazioni di quest’autunno hanno portato in piazza una soggettività diversificata e ampia, che ha voluto e saputo esprimersi in forma plurale, e che non ha, per adesso, permesso al governo Renzi di attraversare le pieghe della società italiana come fossero un mare privo di increspature. Lo sciopero sociale del 14 novembre ha mobilitato, in alcune città, fino a diecimila persone (Roma, Napoli) e ha saputo calibrare, in altre, le direttrici della mobilitazione a partire da mondi tra loro diversi, che venerdì scorso si sono incontrati in modo conflittuale (si pensi ai lavoratori dell’aeroporto con agli studenti a Pisa). Non si è trattato di una giornata isolata nel panorama dell’autunno. Abbiamo visto un’intera città, Terni, scendere in strada contro la devastazione sociale prodotta dalle trasformazioni capitalistiche; abbiamo visto altri luoghi, anche diversi tra loro – Livorno, Carrara, Bagnoli – esprimere livelli significativi di mobilitazione e scontro; e lo sciopero sociale antecedente, quello del 16 ottobre, aveva visto analogamente migliaia di studenti in piazza (Bologna) e il rifiuto dispiegato in uno dei settori fondamentali per i flussi contemporanei, quello logistico (Bologna, Roma, Vicenza, Torino).

Di cosa ci parla tutto questo? Di una forza sociale e di un radicamento ancora insufficienti, ma vivi e reali, che dobbiamo convogliare sullo sciopero generale del 12 dicembre. In quella data, la CGIL ha proclamato l’astensione generale dal lavoro contro la trasformazione del mercato del plusvalore operata da Renzi con il Job Act. Il mondo precario e ipersfruttato che tra il 16 ottobre e il 14 novembre ha ripreso (dove più, dove meno) le strade e le piazze, talvolta i palazzi civici, spesso gli autoporti, o le tangenziali e gli aeroporti, ha tutto l’interesse materiale a far sentire la propria voce: tanto più quando il mondo mainstream lo attacca da un lato sul tema della casa (vedi le recenti puntate di Piazza Pulita e Quinta Colonna, che sono apparse quasi coordinate con l’operato della polizia a Milano), dall’altro cerca in ogni modo di lisciare il blocco di potere al governo gridando alla contrapposizione storica “oggettiva” tra forza lavoro “garantita” e “non garantita”.

Le manifestazioni di queste settimane hanno anche riportato al centro un dibattito che da tempo ci mette a confronto con il blocco metalmeccanico e operaio, in primis organizzato nella Fiom. Indubbiamente lo sciopero sociale degli studenti e dei facchini, o di altre figure un tempo atipiche, oggi tipiche, del moderno mercato della schiavitù, ha poco a che spartire con l’idea disciplinata (tanto fisicamente quanto culturalmente e politicamente) che figure come la Camusso hanno dell’astensione lavorativa e dell’attraversamento degli spazi urbani. Proprio per questo, però, occorre smarcarsi con decisione dalle manovre ideologiche dei media e cercare i nostri compagni di classe ovunque si trovino, per una mobilitazione che sia ove possibile comune e – dove impossibile – trovi forme di confronto politico serrato, a viso aperto. Dalla Legge Treu alla Legge 30, al Job Act, se senz’altro nostro nemico è stato, giorno per giorno, il lavoro, mai è stato questa o quella figura sociale di esso. L’ultimo mese ha mostrato che ovunque può sorgere il conflitto, sedimentato o estemporaneo, non di rado massificato, in città come in provincia. Dobbiamo continuare a cercare i nodi reali della rabbia sorda (e troppo spesso muta) che attraversa ampi settori sociali.

Su questo terreno, il bicchiere è lungi dall’essere tutto pieno. La penetrazione dei movimenti nel tessuto sociale è ancora debole. I risultati raggiunti non possono bastarci, la conquista di un potere sociale in grado di impensierire il blocco di interessi al potere è ancora lontana; e, come se non bastasse, si aggiunge l’azione di un ceto politico “di movimento” che continua imperterrito la sua lotta per la cannibalizzazione delle energie espresse da migliaia di ragazze e ragazzi in tutta Italia, che lavora ogni volta per ritagliarsi spazi di riproducibilità separata, dividendo con ciò le forze esistenti secondo separazioni vecchie e nuove, più o meno profonde, ambendo poi all’investitura a lavorare per ricucirle. È prioritario contrapporsi a questo modello stesso di attività sui territori, anzi al “parlamentino di movimento” (con i suoi cangianti schieramenti astratti) in quanto tale. Smettere di tagliare e ricucire il nulla pensando di dividere e ricucire l’Italia, il precariato o la società (vedi uno dei commenti seguiti alla giornata del 14), questa è l’unica strada per far uscire i movimenti dall’angolo. Qualsiasi discorso contro l’orientamento xenofobo che pare assumere parte della rabbia sociale è stucchevole senza la posizione radicale di questo problema: perché è essere percepiti dai soggetti reali come imitazioni “alternative” di una forma politica fin troppo familiare, che ci impedisce di essere percepiti come radicalmente antagonisti a questi rapporti.

Non ci consideriamo, si badi, estranei a questi problemi, che possono riproporsi ovunque, dentro e attorno qualsiasi tentativo politico organizzato; né intendiamo auto-assolverci, criticando dall’alto. Crediamo però che questi temi vadano continuamente posti al dibattito di medio periodo, perché molto più grande della nostra attuale visione è il mondo che ci attende e pretende di essere attraversato. Costruire, difendere o ricostruire piccoli feudi politici (magari per narrazioni puramente ideologiche) non aiuterà mai l’espressione o l’esplosione di un movimento reale, anzi: in innumerevoli situazioni i centri sociali, e spesso i sindacati di base, fungono da freno e forza inibitrice per i soggetti sul territorio. Esageriamo? Può darsi. Eppure, ciascuno potrà pensare a quanto frequenti sono le difficoltà, anche nelle principali metropoli italiane, a costruire una mobilitazione perché il quadro di “movimento” si presenta frammentato, immobilizzato da contrapposizioni che spesso giungono, miserevolmente, ad avere addirittura nomi e cognomi (tanto sono socialmente rilevanti!). O potremmo pensare a quante discussioni siamo costretti a seguire che – anziché avere come oggetto l’invenzione di un metodo per distruggere l’esistente – si concentrano sulla spartizione di un’influenza fine a sé stessa (si spera… e spesso, addirittura, ci si sbaglia).

Dunque? Mobilitiamoci, pur nel clima tiepido di un autunno dove, nel paese, una diffusa tendenza alla passività sembra prevalere sulla voglia di lottare. Riflettiamo inoltre su quanto, sovente, siamo noi, e non il paese a restare immobili anche quando ci mobilitiamo; perché le contrapposizioni non sono mai – se rilevanti – “nel” movimento, ma tra i nostri limiti d’analisi e le mutazioni rapide del quadro socio-politico, e a ben vedere tra due diverse idee di movimento. Nel primo caso, si tratta dell’eco semantica di un’espressione che si è cristallizzata nei decenni, proprietà gergale del micro-ceto sfigato dell’antidiluviano lascito delle “sinistre extraparlamentari” (anche quando fa proprio il richiamo a forme apparentemente diverse). Questa nozione di movimento sarà sempre cara a quelli che devono riprodursi in termini di esistenza politica, anche a costo di cambiare casacca retorica ogni due o tre anni. Nel secondo caso, invece, il movimento è ciò che si muove, che noi lo vediamo o no, che noi ci siamo o no. La sua direzione è l’oceano travagliato di chi appartiene alla nostra classe, sua meta è la cessazione della sua esistenza storica; e ciò, a ben vedere, non è compatibile con qualunque concezione veda i passaggi che attraversiamo come atti di una scena (Szene a Berlino, movimento a Roma, milieu a Parigi, ecc.) già pensata come elemento separato e politicamente autoreferenziale.

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