
Il frame della repressione: nuove prove smontano la versione del poliziotto aggredito a Torino
di Dario Morgante*
Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la versione dell’agente ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una sequenza di pochi secondi diventata il frame mediatico che ha alimentato la narrazione dell’emergenza e aperto la strada al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata da Dario Morgante per VD News
«Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a Torino e che ritrae l’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti. Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19.04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20.15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale. Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere. Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino. Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone». Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19.03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo. Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro — sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti — ci sarebbe anche Calista. La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19.04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail». Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello. «A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva sicuritaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni.
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