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Inizia la guerra totale in Medioriente? (in aggiornamento)

28 febbraio. Questa mattina l’Iran è stato svegliato da un nuovo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti. Numerose le città colpite e soprattutto, a finire sotto il fuoco dei missili sono state le strutture governative e dell’esercito. Non è ancora chiaro il volume distruttivo messo in atto e quanti membri dell’apparato iraniano ne abbiano pagato le conseguenze.

Si hanno notizie abbastanza certe e comprovate da video che due scuole sono state colpite e che la conta de morti sale di ora in ora. Immediata e probabilmente più che aspettata, è stata la risposta iraniana che ha colpito sia Israele che gli alleati americani nella regione con l’obbiettivo, raggiunto in alcuni casi, di colpire direttamente le basi americane. Mentre la situazione sul campo si evolve e si cerca di carpire informazioni attraverso la “nebbia di guerra”, proviamo a buttare giù qualche ragionamento a caldo di fronte a questa ennesima evoluzione dello scenario di guerra globale.

Da giorni i negoziati sul nucleare iraniano in corso a Ginevra erano in stallo, e più di un osservatore aveva evidenziato come probabilmente fossero soltanto un diversivo per preparare l’attacco. Come successo nei mesi scorsi nei negoziati fra il governo israeliano e Hamas, le trattative servono a distrarre l’avversario per poterlo colpire più duramente possibile. La diplomazia imperialista americana ha il volto feroce di chi prova a estorcere le proprie richieste con una pistola puntata alla testa dell’avversario.

Donald Trump è apparso poco dopo l’inizio dei bombardamenti in un video affidato al suo social personale. Cappellino bianco USA, caratteristico colorito arancio fluo, sta in piedi a snocciolare un discorso retorico sulla necessità dell’attacco come difesa preventiva e come risultato dell’indisponibilità iraniana a trattare veramente. Al di là dell’ipocrisia e delle menzogne sulle armi nucleari iraniane, quella che traspare è l’immagine di uno sceriffo stanco e un pò sbiascicante, quasi alticcio. Comico se non fosse a capo dell’impero americano; tragico nel restituire l’immagine più nitida della ferocia imperialista dell’egemone globale.

Nei giorni dei colloqui indiretti a Ginevra tra USA e Iran, Washington aveva chiesto garanzie in merito allo stop dell’arricchimento dell’uranio e maggiori ispezioni. I colloqui non sono finiti con una conferenza stampa ma con il bombardamento da parte degli USA e di Israele.

Nei giorni scorsi fonti di Politico davano per buona la possibilità che sarebbe stato Israele a iniziare l’attacco in modo che gli Usa potessero rispondere a difesa dell’alleato nell’area. Il risultato è stato un attacco che pare a tutti gli effetti congiunto e preparato da mesi.

Israele questa mattina ha attaccato l’Iran con un’operazione detta “preventiva” con bombardamenti su palazzi del potere e obiettivi istituzionali a Teheran. Gli USA hanno seguito dopo poco con ulteriori bombardamenti. Missili cadono anche su Qom, Isfahan, Kermanshan, Karaj, Tabriz, Minab. Mentre Israele ha anche colpito il sud del Libano.

Khamenei non si troverebbe a Teheran, si registrano anche attacchi cibernetici che rendono difficoltosa la raccolta di informazioni e si parla di un probabile blackout di internet nel paese. In mattinata l’Iran ha intrapreso la risposta lanciando missili balistici verso il nord della Palestina occupata, colpendo aree vicino a Haifa e la base americana di Al Dhafra. Qautar, Emirati, Arabia Saudita, Giordania in quasi tutti assaggiano il fuoco dei balistici iraniani a riprova che le minacce dei giorni scorsi del regime questa volta non saranno probabilmente a vuoto. Il golfo Persico e lo stretto di Hormuz sono stati di fatto chiusi dalla marina iraniana, e pare che sa iniziato il confronto con quella statunitense. Sono centinaia i missili e i droni lanciati in risposta e non è dato sapere quanto si estenderà il conflitto, anche se le premesse sono più che drammatiche. Chi parla di qualche giorno, chi di settimane, l’impressione è quella che si sia aperto il vaso di pandora e non è ancora chiaro in che modo si chiuderà.

Se siamo di fronte ad un tentativo di guerra lampo, come fu quella dei 12 giorni, o davanti all’esplodere di un conflitto dispiegato in tutto il medioriente è presto per dirlo. Quel che risulta chiaro è che il nucleare iraniano sia ancora una volta una scusa per intervenire, magari attraverso un regime change guidato dall’alto, per disciplinare un attore statale scomodo ai desiderata Usa e alla proiezione militare ed egemonica israeliana.

Trump e Netanyahu chiedono apertamente al popolo iraniano di aspettare la fine degli attacchi per insorgere, in un mix di ipocrisia e lucida efferatezza, si fanno padri e padroni, indossando davanti ai loro elettori una maschera di cera, impastata con la filosofia suprematista occidentale. Chi ci creda più è tutto da capire, anche se iniziamo a veder sguazzare in questo pantano putrido molti giornalisti e politicanti nostrani.

Il tentativo israeliano è quello di demilitarizzare l’Iran, considerato il nemico numero uno nella regione e spianare la strada al progetto sionista.

Mentre il governo di Tel Aviv si prepara ad un nuovo intervento a Gaza, alza la posta e prova a dare, quella che vorrebbe essere, la spallata finale alla Repubblica Islamica, indebolita dalle proteste popolari degli scorsi mesi.

Come scrive Sasan Sedghinia in questa intervista:“l’amministrazione statunitense considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance in Iran.”

Il progetto espansionista e coloniale di Israele è quello di colonizzare territori o renderli proni ai propri interessi. A questo si somma la necessità di risorse materiali e agricole: la regione strategicamente centrale e decisiva dal punto di vista energetico e finanziario è l’Iran. Sicuramente non stanno a cuore del progetto sionista le migliaia di persone scese in piazza negli anni in Iran, nè le loro condizioni materiali. Se così fosse non si bombarderebbe il paese, non si imporrebbero sanzioni draconiane che affamano da anni la popolazione, non si finanzierebbe una rete di intelligence di sabotatori e assassini.

La strategia americana sembra simile a quella utilizzata in Venezuela, anche se non è da escludere un intervento prolungato i cui esiti sono imprevedibili. Continua così il tradimento dalla promessa fatta al popolo Maga, da parte di Trump di un disimpegno militare complessivo in conflitti aperti ai margini dell’impero. Quello che traspare è invece una proiezione ancora più forte verso l’esterno con l’obbiettivo di appropriarsi direttamente delle risorse necessarie per “fare di nuovo grande l’America”.

Sui media nostrani inizia a fare breccia la narrazione dell’intervento giusto che colpisce solo l’apparato per liberare il popolo iraniano, di fatto legittimando l’intervento imperialista e condannando le vittime che sta mietendo. E’ importante rifiutare fin da subito questa retorica giustificazionista. Va fatto assumendosi la complessità dello scenario iraniano, della composizione sociale, dei diversi attori e tensioni che hanno animato le sollevazioni in Iran degli ultimi anni, avendo chiaro che non arriverà nulla di buono da chi ha come pratica e obbiettivo il genocidio dei subalterni e dei nemici dell’ordine imperiale. Le prossime mobilitazioni contro la guerra nel nostro paese saranno chiamate ad essere all’altezza di questa sfida.

1 marzo. Dopo smentite e conferme incrociate fra le due parti è arrivata la conferma dell’assassinio di Khamenei, anche da parte iraniana. Sono stati inoltre eliminati il ministro della difesa Aziz Nasirzadeh, il comandante dell’IRGC Mohamad Pakpour sostituito da Ahmad Vahidi e altri importanti comandanti delle forze armate come Abdul Rahim Mousavi.

Continuano gli attacchi israeliani e americani in tutto il paese e si aggrava il bilancio della scuola femminile colpita nei raid missilistici di ieri. Teheran è pesantemente bersagliata. La risposta iraniana continua a colpire contemporaneamente Israele, Bahrain, Oman, Arabia Saudita, Quatar, Kuwait, Kurdistan iracheno. Gli obbiettivi sono le capitali, gli areoporti e le basi americane.

Si conferma un’operazione, quella israelo-americana, che spinge verso l’eliminazione del maggior numero di persone chiave della Repubblica Islamica nella speranza di un crollo del regime o un suo ridimensionamento. Ovviamente per colpire l’establishmet iraniano non si risparmiano famiglie e civili.

Si registrano manifestazioni di massa a sostegno del governo, e anche manifestazioni più “disperse” sul territorio di oppositori al regime che festeggiano per l’attacco. Sono state invece attaccate le ambasciate Usa di Karachi in Pakistan, e la green zone a Baghdad da manifestanti che manifestavano contro l’intervento americano.

Il ministro della difesa italiano è bloccato a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo. Questo dato indica quanto gli “alleati” italiani e Giorgia Meloni siano presi sul serio dall’inquilino della Casa Bianca. Tutto il servilismo di questi ultimi anni non sembra aver funzionato molto. Dal lato dell’UE Kallas e Von der Layen hanno giustificato su tutta linea l’attacco, dando prova di quanto valga veramente la retorica messa in campo in questi anni sulla guerra in Ucraina.

Rimane timida la risposta sia russa che cinese confermando la linea non interventista degli ultimi anni, in cui si rifiuta un intervento diretto a favre di un supporto economico e logistico. Sicuramente il blocco di Hormuz, in base a quanto potrà durare, avra conseguenze per il rifornimento energetico cinese e globale.

2 marzo. Si estende il conflitto. Dopo una salva di razzi lanciati da parte di Hezbollah, l’idf ha bombardato pesantemente il sud del Libano e i quatieri sud di Beirut. Si contano decine di morti e sembra siano stati uccisi alcuni membri apicali del movimento libanese. L’idf si dice pronta ad un’ulteriore operazione di terra. Continuano le aggressioni in Cisgiordania da parte di Israele e i valichi per Gaza risultano bloccati.

Israele e i paesi del golfo sono continuamente bersagliati da i missili e dai droni iraniani. Sono documentate e confermate le uccisioni di almeno 3 soldati Statunitensi e diversi feriti. Fra uno e due jet americani sono stati abbattuti in Kuwait. I bombardamenti in Israele hanno fatto più di una decina di morti con diversi dispersi fra la popolazione civile. Si contano danni alle strutture petrolifere in Arabia Saudita e in altri paesi del golfo. Sono inoltre state colpite alcune petroliere nello stretto di Hormuz che è di fatto bloccato.

Continuano i pesanti bombardamenti sul territorio Iraniano, Teheran è pesantemente colpita, si ha notizia di un bombardamento al sito nucleare di Natanz e in molte città del paese. Sembra siano consistenti le vittime civili.

Al di là della cronaca degli attacchi, alcuni aspetti ci sembrano importanti da segnalare come evoluzione generale del conflitto. A seguito dell’eliminazione di Kahmenei, Trump ha preso parola sostanzialmente ammettendo che l’intervento militare sarà lungo, almeno quattro settimane, e che siano da mettere in conto altre perdite sul fronte americano. Una grossa parte della base Maga americana sta mostrando aperta insofferenza per questo nuovo fronte di guerra, e sicuramente più sarà alto il costo pagato dall’apparato bellico americano e più probabilmente le pressioni sul fronte interno si intensificheranno.

Da parte europea, rispetto allo spaesamento iniziale, vediamo un maggiore coinvolgimento, quanto meno difensivo, da parte di Inghilterra, Francia e Germania, le quali addirittura paventano la possibilità di un intervento diretto per difendere i paesi del Golfo. Di fatto, la Francia ha già mosso una portarei, la Charles De Gaulle, verso il Mediterraneo orientale.Da parte italiana, invece, si arriva ad un primo epilogo della rocambolesca fuga di Crosetto da Dubai, costretto a tornare in Italia con un volo militare.

La strategia iraniana sembra impostarsi su una difesa decentrata internamente e su una proiezione di contrattacco con l’uso di droni e missili balistici verso tutti i paesi alleati di Israele e dove si trovano basi o infrastrutture americane. Per ora, l’apparato Ircg sembra reggere l’urto distruttivo del conflitto e dell’eliminazione di una parte consistente della parte superiore della linea di comando. Nonostante da Trump sia arrivata una prima disponibilità al dialogo e alla trattativa, questa è stata categoricamente rifiutata da parte iraniana. Sembra sempre di più che la Repubblica Islamica agisca dentro questo conflitto cosciente di attraversare un momento esistenziale, e che la linea della resistenza ad oltranza sia quella prevalente.

Israele è in sostanza riuscita nel suo obiettivo strategico di coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto regionale allargato, i cui costi di lungo periodo non sarebbe altrimenti stata in grado di sostenere. La tenuta economica e sociale del fronte interno isreliano sarà probabilmente una delle principali variabili di questo nuovo conflitto come lo fu nella guerra dei 12 giorni. Rimangono, per ora, restii a rispondere agli attacchi tutti i paesi del Golfo, delegando de facto la gestione del conflitto, e ci viene da dire anche parte della loro sovranità, agli USA e all’alleato sionista.

3 marzo. Dalle prime ore dopo la mezzanotte gli USA nella persona di Marco Rubio hanno dichiarato che i colpi più duri devono ancora arrivare per dare avvio a una fase della guerra maggiormente punitiva. Non esclude un’operazione anche via terra. 

I missili iraniani hanno colpito l’ambasciata americana nella capitale saudita, Riyadh. Intanto questa mattina l’Ambasciata degli Stati Uniti in Kuwait annuncia che rimarrà chiusa. Continua a essere particolarmente colpito il sud del Libano, l’artiglieria israeliana prende di mira la città di Khiam e di Kafr Sir nel sud del Libano. Le truppe israeliane stanno entrando via terra nel Libano meridionale. A seguito della dichiarazione di Hezbollah di entrare in guerra a sostegno dell’Iran, vengono colpiti obiettivi dichiarati come “branche di Hezbollah”, un apparato discorsivo ben noto. Aerei da guerra israeliani effettuano attacchi sul quartiere di Madi, nel distretto meridionale di Beirut. Le forze di occupazione israeliane hanno assaltato la città di Bal’a, a est di Tulkarm, nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

L’Europa continua a scendere a patti e a firmare in bianco un destino di pesanti conseguenze per la popolazione, per il momento in materia economica, a furia di sostenere le scellerate scelte americane e israeliane. Con l’unica eccezione di Sanchez, tutti i leader europei si sperticano da giorni per farsi accompagnare nel baratro pur di stare al fianco degli “alleati”. Mentre alcuni aerei cisterna statunitensi hanno lasciato la Spagna dato che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’uso delle basi militari sul territorio per operazioni contro l’Iran, ieri Macron ha pronunciato un discorso in merito alla necessità di attivare l’ombrello nucleare. Il presidente francese ha annunciato di entrare nella fase avanzata ossia che non ci sarà bisogno di condividere decisioni definitive sulla sua attivazione e intanto procede ad aumentare le testate. Otto paesi europei si rendono disponibili ad accogliere forze aeree francesi in caso di necessità strategiche. Starmer intanto mette a disposizione agli USA le basi inglesi per colpire l’Iran. 

Il fronte interno americano inizia a perdere pezzi e diversi sondaggi di Reuters e CNN dimostrano che il consenso interno per la guerra in Iran è debolissimo. Domenica il Washington Post ha inviato un messaggio a 1.003 americani per chiedere cosa pensassero della guerra sferrata dagli USA: più della metà risulta contraria, dati che non stupiscono a fronte della situazione già precedente all’attacco. Nonostante questo Trump parla di “guerra che durerà almeno 4 settimane” mantenendo un impianto retorico contraddittorio come al solito.

Sale il conto dei morti americani. A Karachi marines e forze pachistane hanno ucciso decine di persone per difendere l’ambasciata americana. In Bahrein si registrano scontri e proteste che chiedono al governo di sfilarsi dalla coalizione americana. Gaza risulta chiusa e incombe il ritorno della carestia. Salgono I prezzi di petrolio e gas. Come per gli scenari in Ucraina e in Libia a pagare i costi sarà l’Europa.

Iniziano le proteste anche in Italia. Oggi primi appuntamenti in diverse città contro l’attacco USA e di Israele all’Iran: difendere la Palestina vuol dire difendere l’auto determinazione dei popoli dall’imperialismo occidentale, nulla di buono potrà arrivare per le masse popolari se l’intervento USA-Israele riuscirà nei suoi obiettivi: gettare l’Iran nel caos, balcanizzarlo e togliere di mezzo chiunque si frapponga a Israele.

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