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Ma quale transizione ecologica, it’s capitalism baby!

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Ecco che iniziano ad arrivare le prime attese dichiarazioni del “superministro” Cingolani. Ci parlano immediatamente di quale sia la visione della “transizione ecologica” di questo governo e di quanto l’ambiguità di questa definizione possa far gioco a proposte diametralmente opposte e inconciliabili.

Il piano presentato al parlamento dal neoministro è un mix di soluzionismo tecnologico, facilitazione per gli investimenti privati e chimere nucleari. Difficile intravedere nelle parole di Cingolani una vera e propria visione sistematica dell’intervento ecologico, quanto piuttosto una serie di norme atte a facilitare il mercato “green” e la ricerca privata.

Persino la scelta del contesto in cui fare queste dichiarazioni è tutt’altro che casuale. Come dichiara lo stesso Cingolani il fatto che la sua prima uscita pubblica sia davanti alle commissioni Ambiente e Industria: “è l’inevitabile riconoscimento da parte dell’ordinamento della Repubblica della connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo”. Un’allusione ambigua che strizza naturalmente l’occhio a tutti quegli imprenditori che nella conversione ecologica vedono un’opportunità di valorizzazione.

Sui sintomi della crisi ecologica il ministro sembra aver imparato la lezioncina. Parla esplicitamente di“fenomeni estremi” che sono “sempre più frequenti e intensi. I cambiamenti climatici hanno preso una piega ormai irreversibile. L’Italia è maggiormente esposta a rischi climatici rispetto ad altri Paesi; il nostro ecosistema è particolarmente fragile ed esposto a molteplici rischi”. Cita il rischio di“siccità e la desertificazione delle regioni del Sud”, e l’esposizione del nostro territorio a “rischi idrogeologici” sia per morfologia del territorio che per “gli abusi ecologici che si sono verificati nel tempo”. Afferma che il “debito ambientale” a differenza di quello economico è una questione globale e che il ministero punterà su tre distinti focus che qualificano i compiti dei tre dipartimenti: la tutela della natura; la transizione ecologica; l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica. La nuova missione del ministero è quindi una missione che integra e permea gli aspetti di protezione ambientale nella prospettiva dello sviluppo sostenibile e della transizione ecologica”.

Ma dopo le parole vengono i fatti e sembrano di tutt’altro tenore. La questione della tutela e messa in sicurezza dei territori pare svanire immediatamente a fronte invece di un mirabolante corredo di suggestioni tecnologiche e sviluppiste.

La cartina di tornasole dell’approccio di Cingolani la si ha da subito quando si tratta dei sussidi ambientalmente dannosi, cioè dei soldi che lo stato elargisce alle produzioni fossili. Su questo punto il ministro svicola senza troppa eleganza: i sussidi resteranno. “Ovvio che è un controsenso incentivare qualcosa che va contro le nostre idee di decarbonizzazione, ma siamo in piena crisi e dobbiamo essere sostenibili anche nelle decisioni”. Che cosa significa esattamente? Che le produzioni energetiche climalteranti non vanno toccate, al limite con tutta calma diventeranno sempre più sussidiarie di quelle rinnovabili. Decisamente troppo poco persino per il riformismo verde in salsa europea che sta aleggiando sul continente.

Allo stesso modo quando si parla di rinnovabili è la facilitazione del mercato a farla da padrone, il mirino è puntato sulle “Valutazioni di impatto ambientale” e su una sburocratizzazione dei processi. A detta di Cingolani le valutazioni sono troppo lente e ingolfano il treno della transizione ecologica e della costruzione di nuovi impianti di rinnovabili. In soldoni questo cosa significherà? Probabilmente si assisterà ad un alleggerimento di queste pratiche e quindi a una minore attenzione sull’impatto ambientale dei progetti sui territori. Il campanello dall’allarme suona quando il ministro cita l’ex Ilva di Taranto: “Il tema delle valutazioni e autorizzazioni ambientali si pone in maniera prioritaria anche nella questione relativa allo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto, sia rispetto al mancato adempimento alle prescrizioni ambientali relative ai nastri trasportatori, sia rispetto all’eventuale revisione delle prescrizioni Aia in seguito all’ordinanza del sindaco di Taranto per la chiusura dello stabilimento a causa di valori oltre soglia di polveri sottili e naftalene“. Dunque di cosa stiamo parlando? Di abbattere l’impatto ambientale delle produzioni nocive, della decarbonizzazione oppure di facilitare la ripresa dell’attività produttiva e il varo di nuovi progetti più o meno impattanti?

Sembra proprio che la direzione intrapresa da Cingolani sia quella che di fondo si temeva quando l’idea di un ministero della transizione ecologica iniziava ad essere diffusa. Si tratta di aprire, potenziare e indirizzare il libero mercato della green economy, senza in alcun modo considerare l’ulteriore impatto ambientale di questo settore (se non per una breve considerazione sul fatto che le batterie elettriche inquinano) e soprattutto senza alcun progetto per farla finita con le vecchie produzioni inquinanti.

Si parla di velocizzare le aste riguardanti le fonti rinnovabili, di mobilità sostenibile con la “promozione delle energie rinnovabili nel settore dei trasporti con l’attuazione del Piano di azione per la mobilità sostenibile. Le azioni specifiche riguardano la promozione dei biocarburanti, del biometano e dell’idrogeno con uno specifico riferimento all’ambito dei trasporti. Occorre però puntare decisamente sulla mobilità elettrica sviluppando una tecnologia degli accumuli che permetta di costruire una filiera nazionale delle batterie e incrementando, a tal fine, la ricerca nazionale. Nei prossimi mesi si dovrà dare attuazione alle norme del Decreto semplificazioni, relative allo stanziamento di 90 milioni di euro per il finanziamento di infrastrutture di ricarica elettrica per forniture di imprese, il cui decreto attuativo è in corso di redazione”. Anche sull’ecobonus del 110% l’obbiettivo è quello di correggere alcuni aspetti, ma soprattutto di alleggerire i controlli ex post sulla reale efficacia dell’efficientamento energetico delle abitazioni. Ancora tra gli obbiettivi si nominano gli incentivi alla finanza climatica, ennesima bolla dai discutibili effetti reali sul clima.

Insomma, Cingolani non ci fa mancare niente della ormai consolidata propaganda di greenwashing liberista. Tutto ciò mentre naturalmente il paradigma delle grandi opere inutili non viene nemmeno sfiorato dalla discussione e torna sul tavolo, con la solita cantilena, il progetto del Ponte sullo Stretto, che ci scommettiamo, verrà impacchettato questa volta come una panacea ecologica contro gli oscurantisti anti progresso.

Ma le vette più importanti vengono toccate quando il nostro si avventura con lo sguardo nel futuro, qui vengono rieditate due classiche favole gonfie di soluzionismo tecnologico: da un lato quella dell’idrogeno verde (per chi volesse approfondire Re:common in questo articolo spiega bene perché si tratta di una fandonia) e naturalmente dall’altro quella della fusione nucleare. “Ecco, io spero che se avremo lavorato bene, fra dieci anni i nostri successori parleranno di come abbassare il prezzo dell’idrogeno verde e investiremo nella fusione. Questa è la transizione che ho in testa. L’universo funziona con la fusione nucleare. Quella è la rinnovabile delle rinnovabili”. Non c’è dubbio che la “self confidence” del ministro sia a mille, ma il confine con la mitomania è leggero.

Dunque il Ministero dei Miracoli nella sua prima uscita pubblica non si discosta dalle più tetre previsioni. Uno strumento di rilancio della valorizzazione capitalista, del progresso ad ogni costo e della tecnocrazia. Non c’è alternativa: sta a noi in basso conquistare un modello di sviluppo diverso con le lotte quotidiane curvando la consapevolezza ormai diffusa dell’insostenibilità del modo in cui è organizzata la produzione e la riproduzione nella nostra società verso orizzonti di cambiamento reale.

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